Anglomania (Parte 1): il diffondersi dell’equitazione all’inglese nell’Europa del Settecento

James Seymour, Mr Russell sul suo cavallo da caccia baio, c.1740 © Tate Modern Gallery - Londra

James Seymour, Mr Russell sul suo cavallo baio da caccia, c.1740
© Tate Modern Gallery – Londra

di Giovanni Battista Tomassini

Pare che la passione di James Seymour per i cavalli e le corse alla fine lo abbia condotto alla rovina. Non si sa molto della sua vita, ma un cronista dell’epoca insinua che, nonostante fosse figlio di un banchiere e commerciante di diamanti, morì nel 1752 ormai ridotto in miseria dal demone delle scommesse e dalle spese di una costosa scuderia. Eppure è per quella sua stessa passione per i cavalli che il suo nome è stato tramandato ai posteri. Seymour, che nacque a Londra nel 1702, fu infatti tra i primi pittori, insieme a John Wotton (1682-1764) e Peter Tillemans (1684-1734), che dedicarono la propria produzione artistica allo sport. Il suo soggetto preferito furono proprio i cavalli, ritratti con vivacità in numerose tele e disegni, dedicati soprattutto a scene di caccia e alle corse di Newmarket, che nella prima metà del XVIII secolo erano diventate lo sport più in voga in Inghilterra.

Tra i molti quadri di soggetto equestre che Seymour ci ha lasciato ce n’è uno particolarmente interessante, conservato alla Tate Modern Gallery di Londra. Ritrae un gentiluomo a cavallo nella campagna inglese, accompagnato dal suo segugio. L’identità del cavaliere non è certa. Una vecchia etichetta, sul retro della tela, fa pensare possa trattarsi di un discendente dell’ammiraglio Edward Russell (1653-1727), conte di Orford, proprietario della tenuta di Chippenham Park, nei pressi di Newmarket. Ciò che più colpisce nel quadro è l’abbigliamento del cavaliere, che è rappresentato nei particolari più minuti. Indossa una redingote verde stretta in vita da una cintura di cuoio, un berretto scuro da jockey, braghe chiare, aderenti, abbottonate e fermate da una giarrettiera di pelle, stivali alti, rigidi, bicolori. Completano la sua elegante tenuta una sciarpa annodata attorno al collo e un paio di guanti di morbida pelle chiara. Con altrettanta accuratezza, il pittore ha rappresentato i dettagli dei finimenti. Il cavallo è imbrigliato con un semplice filetto ad aste e una testiera senza capezzina. La sella è parzialmente nascosta dal soprabito del cavaliere, ma i dettagli visibili la identificano come una sella da caccia “all’inglese”, con arcione poco rilevato, paletta bassa e quartieri non particolarmente lunghi. Da notare la coperta sottosella, ripiegata, e il fascione che si sovrappone al sottopancia. Il cavallo ha la tipica struttura slanciata del purosangue, collo arcuato e lungo, testa piccola. Il quadro è datato intorno al 1740.

Philibert Benoît de La Rue Monsieur de Nestier, écuyer ordinario della grande scuderia del Re, (stampa di Jean Daullé), 1753 © British Museum - Londra

Questo quadro è considerato l’emblema
dell’assetto accademico classico
Philibert Benoît de La Rue, Monsieur de Nestier,
écuyer ordinario della grande scuderia del Re,
(stampa di Jean Daullé), 1753
© British Museum – Londra

Basta un semplice confronto con altri ritratti equestri dell’epoca, perché il rilievo storico del quadro di Seymour balzi immediatamente agli occhi. Prendiamo, ad esempio, un’immagine celeberrima: quella di Louis Cazeau de Nestier (1684-1754), écuyer della grande scuderia del re, ritratto mentre monta Le Florido nel quadro di Philibert Benoît de La Rue, nel 1751. Questo quadro, reso popolare dall’incisione che ne ricavò Jean Daullé del 1753, è considerato da allora la pietra di paragone dell’assetto classico accademico. In questo caso il cavaliere indossa una marsina con ampi risvolti ai polsi, stivali alti e morbidi, risvoltati alla moschettiera, parrucca e cappello a tricorno. Il cavallo è montato in briglia, con doppia redine, su una sella à la française, con arcione alto, ma paletta bassa. Il cavallo è uno splendido stallone andaluso, dono del re di Spagna a Luigi XV.

I due cavalieri non potrebbero essere più diversi. Nestier è l’emblema dell’equitazione classica settecentesca, mentre il cavaliere ritratto da Seymour sembra un gentleman del secolo successivo. L’abbigliamento, i finimenti e persino il tipo di cavallo del secondo saranno infatti diffusi in tutta Europa proprio nell’Ottocento (gli stivali bicolori, “da caccia” sono usati tutt’oggi). Eppure, se la datazione è esatta, il quadro di Seymour precede di un decennio quello di de La Rue. Questa incongruenza segnala un fenomeno storico interessantissimo, che testimonia, una volta di più, lo stretto legame tra politica, moda ed equitazione. In una parola, dimostra come l’arte equestre non possa venir relegata nell’ambito della mera cultura materiale, ma partecipi a pieno titolo all’evoluzione della storia delle idee e dei costumi.

Nell'Ottocento, l'abbigliamento "all'inglese" sarà di rigore in tutt'Europa Filippo Palizzi, Caccia nella campagna napoletana, 1847 Collezione privata

Nell’Ottocento, l’abbigliamento “all’inglese” divenne di rigore in tutt’Europa
Filippo Palizzi, Caccia nella campagna napoletana, 1847
Collezione privata

È a partire dal XVIII secolo che in Europa va diffondendosi un crescente interesse per le istituzioni inglesi. In un continente ancora dominato dall’assolutismo, gli intellettuali, ma anche parte della nobiltà e, soprattutto, la nascente borghesia, guardavano con curiosità e ammirazione alla monarchia parlamentare inglese. Già nel 1215 la Magna Charta Libertatum aveva imposto una serie di limiti significativi al potere dei sovrani d’oltremanica, che non potevano imporre tasse a loro piacimento, né imprigionare le persone libere senza la sentenza di un giudice. Nel 1689, poi, il Bill of Rights aveva sancito la libertà di parola e di discussione nel Parlamento. Al re veniva inoltre vietato di abolire leggi o imporre tributi senza il consenso del Parlamento, che doveva essere eletto con libere elezioni. Princìpi che oggi possono apparire scontati, ma che all’epoca non lo erano affatto. In quel contesto, le istituzioni inglesi rappresentavano un faro di democrazia e modernità, al quale i regimi assoluti guardavano con sospetto e apprensione, perché accendevano la fantasia e la passione di un numero sempre più grande di loro sudditi. Per altro, le maggiori libertà in Inghilterra si accompagnavano al progresso economico e ben presto gli europei cominciarono a essere attratti non solo dalle istituzioni politiche, ma anche dalla letteratura, dalle arti e dal modo stesso di vivere degli inglesi. Dall’abbigliamento al cibo, dal gioco allo sport l’Inghilterra divenne un modello di modernità da imitare.

James Seymour, Saltando il cancello (datazione ignota) Denver Museum - Berger Collection

In Inghilterra la passione per le corse e la caccia
portò alla selezione di un nuovo tipo di cavalli
James Seymour, Saltando il cancello (datazione ignota)
Denver Museum – Berger Collection

Anche l’equitazione venne investita da questa moda e anzi proprio l’ambito equestre rappresentò il terreno d’elezione per la diffusione del gusto “all’inglese”. Va infatti notato che le differenze rispetto ai modi di vita continentali non riguardavano solo le istituzioni politiche. Anche in campo equestre, in Inghilterra si erano sviluppate pratiche differenti, che progressivamente cominciarono a diffondersi nel vecchio continente. Mentre il resto d’Europa s’appassionava agli esercizi stilizzati del maneggio e alle forme barocche dei cavalli iberici, in Inghilterra, già a partire dal XVII secolo, cresceva parallelamente la passione per le corse di velocità e la caccia. Per queste esigenze, già nel tardo Cinquecento, cominciò la lenta selezione di una nuova razza di cavalli: agili, nevrili, veloci. Il purosangue inglese era meno adatto alla studiata lentezza degli esercizi accademici, ma perfetto per competere col vento sui prati di Newmarket, oppure per affrontare gli ostacoli naturali di cui erano disseminate le tenute inglesi, inseguendo una volpe, o un cervo. In Inghilterra si praticava anche l’equitazione accademica (e gli splendidi disegni di John Vanderbank ce ne danno testimonianza), ma col passare del tempo furono l’equitazione di campagna e soprattutto l’ippica a caratterizzare il mondo equestre inglese.

John Vanderbank, Volte Renversée a mano destra, 1728 © Tate Modern Gallery - Londra

L’equitazione accademica era comunque
praticata anche in Inghilterra
John Vanderbank, Volte Renversée a mano destra, 1728
© Tate Modern Gallery – Londra

In ambito continentale, le corse di cavalli erano relativamente diffuse. In Italia, per esempio, quasi ogni città aveva il suo palio, ma si trattava di competizioni molto differenti da quelle che oggi si tengono negli ippodromi. Nella maggior parte dei casi, si svolgevano all’interno delle città e spessissimo a gareggiare erano cavalli scossi, cioè senza fantino: come nel caso della Corsa dei Barberi che concludeva il Carnevale Romano, oppure il Palio di S. Giovanni a Firenze. Queste competizioni si svolgevano in occasioni di particolari ricorrenze e si collocavano nel solco della tradizione degli antichi cimenti cavallereschi.

David Allan, La mossa della Corsa dei Barberi a Roma, circa 1767-77 © Tate Modern Gallery - Londra

Nell’Europa continentale le corse di cavalli
erano molto diverse da quelle inglesi
David Allan, La mossa della Corsa dei Barberi
a Roma, circa 1767-77
© Tate Modern Gallery – Londra

È però in Inghilterra che le corse assunsero il carattere di sport in senso moderno, con il progressivo precisarsi di una serie di regole, riguardanti l’età dei cavalli, il peso dei fantini e con l’istituzione di premi in denaro per i vincitori. Già Giacomo I (1566-1625) diede impulso alla costruzione delle prime piste da corsa a Newmarket e fu con Carlo II (1630-185) che vennero istituite le corse più prestigiose: la King’s Plate e la Town Plate, alle quali, nel 1744 si aggiunsero altre due gare, finanziate dai commercianti locali e dai proprietari terrieri, con premi di 50 ghinee. Ben presto le corse alimentarono una significativa economia, sia per i premi distribuiti sia, soprattutto, per il volume delle scommesse. Inoltre, incrementarono il commercio dei cavalli e promossero le professioni legate alla cura e al mantenimento di questi animali, a cominciare dal mestiere di fantino. Divennero poi eventi mondani nei quali gli appartenenti al bel mondo si incontravano e le signore e i gentleman sfoggiavano abiti alla moda. La fama di questi avvenimenti, in cui si mescolavano lo sfarzo del bel mondo e la trepidazione della competizione, si diffuse rapidamente nel continente e molti appassionati cominciarono a recarsi in Inghilterra per acquistare cavalli (come nel caso del poeta italiano Vittorio Alfieri, al quale abbiamo dedicato recentemente un articolo in due puntate, che potete leggere cliccando su questo link).

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Peter Tillemans, Alla partenza della King's Plate a Newmarket, ca 1725 © Yale Center for British-Art - Paul Mellon Collection

Le corse di cavalli divennero ben presto eventi mondani
Peter Tillemans, Alla partenza della King’s Plate a Newmarket, 1725ca
© Yale Center for British-Art – Paul Mellon Collection

BIBLIOGRAFIA

GRAF, Arturo, L’anglomania e l’influsso inglese in Italia nel XVIII secolo, Torino, E. Loscher, 1911.

ROCHE, Daniel, La culture des apparences, Paris, Fayard, 1989 (Il linguaggio della moda. Alle origini dell’industria dell’abbigliamento, Torino, Einaudi, 1991)

ROCHE, Daniel, La gloire et la puissance. Histoire de la culture équestre XVIe-XIXe siècle, Paris, Fayard, 2011.

Senza cavalli non son neppur mezzo. La passione equestre di Vittorio Alfieri. Parte 2

François-Xavier Fabre, Vittorio Alfieri e la Contessa Luisa Stolberg d' Albany, 1796 Palazzo Madama - Torino

François-Xavier Fabre, Vittorio Alfieri e la Contessa Luisa Stolberg d’ Albany, 1796
Palazzo Madama – Torino

di Giovanni Battista Tomassini

Nella prima parte di questo articolo abbiamo scoperto la grande passione di Vittorio Alfieri per i cavalli e l’equitazione, ripercorrendo i suoi esordi in campo equestre, le sue prime imprese (equestri e mondane) in Inghilterra e l’acquisto di due magnifici cavalli andalusi, durante un viaggio in Spagna.

Rientrato in Italia, dopo diversi anni trascorsi viaggiando in lungo e in largo per l’Europa, Alfieri cominciò a manifestare interesse per la poesia e ad abbozzare le prime opere letterarie. A quell’epoca, il lusso di mantenere i suoi amati cavalli gli appariva in contrasto con la sua vocazione di scrittore. Nel 1773 ne possedeva addirittura dodici:

Intanto per allora la divagazione somma e continua, la libertà totale, le donne, i miei ventiquattro anni, e i cavalli di cui avea spinto il numero sino a dodici e più, tutti questi ostacoli potentissimi al non far nulla di buono, presto spegnevano od assopivano in me ogni qualunque velleità di divenire autore (ALFIERI, 1967, p. 135).

Ben presto però un nuovo innamoramento lo distrasse dalla poesia e dai cavalli. L’amore per Gabriella Falletti, moglie di Giovanni Antonio Turinetti, marchese di Piero, fu per Alfieri come una lunga malattia, fatta di temporanee guarigioni e ineluttabili ricadute. Alla fine, nel 1775, riuscì finalmente a liberarsene imboccando decisamente la strada dell’arte, ma anche lenendo le ferite del corpo e dello spirito con l’equitazione.

Andava bensì cavalcando nei luoghi solitari, e questo soltanto mi giovava un poco si allo spirito che al corpo (ALFIERI, 1967, p. 143).

Théodore GÉRICAULT, Cavallo inglese nella stalla, 1810-12 Musée du Louvre - Paris

Nel 1783, Vittorio Alfieri si recò per la seconda volta in Inghilterra,
dove acquistò numerosi cavalli
Théodore Géricault, Cavallo inglese nella stalla, 1810-12
Musée du Louvre – Paris

Negli anni successivi, Alfieri compì diversi viaggi in Toscana, per impararvi, lui piemontese, l’italiano. Infine, nel 1778, decise di stabilirsi definitivamente in quel paese e di dedicarsi interamente all’attività letteraria. A questo scopo, decise anche di donare i propri beni alla sorella, garantendosi una rendita. Nell’attesa che la donazione si perfezionasse, Alfieri fantasticava sul suo futuro, risoluto a tagliare ogni legame con il proprio paese d’origine e a dedicarsi alla letteratura, anche a costo di affrontare lo spettro della povertà. E anche in queste sue elucubrazioni, i cavalli avevano la loro parte:

In quei deliri di fantasia, l’arte che mi si presentava come la più propria per farmi campare, era quella del domacavalli, in cui sono o mi par d’essere maestro; ed è certamente una delle meno servili. Ed anche mi sembrava che questa dovesse riuscirmi la più combinabile con quella di poeta, potendosi assai più facilmente scriver tragedie nella stalla che in corte. (ALFIERI, 1967, p. 184)

George Stubbs, Ritratto di Joseph Smyth Esquire montato su un cavallo grigio pomellato, 1762-64 Fitzwilliam Museum - Cambridge

A partire dalla seconda metà del XVIII secolo, il purosangue inglese divenne la razza più alla moda
George Stubbs, Ritratto di Joseph Smyth Esquire su un cavallo grigio pomellato, 1762-64
Fitzwilliam Museum – Cambridge

Non appena ebbe perfezionato la donazione dei suoi beni e l’operazione finanziaria che doveva garantirgli un vitalizio, tornò subito a rifornire la sua scuderia. Da qualche tempo aveva avviato una nuova relazione con un’altra donna sposata, Luisa di Stolberg-Gedern, contessa d’Albany, animatrice d’uno dei più vivaci salotti letterari della sua epoca, che gli restò accanto per tutta la vita e anche dopo (è infatti sepolta accanto al poeta, nella chiesa di Santa Croce a Firenze).

Agli inizi della loro relazione, però, il fatto che la contessa d’Albany fosse sposata, imponeva ai due amanti lunghi periodi di separazione. E proprio per sfuggire al tedio di uno di questi momenti di distacco, nel 1783 Alfieri intraprese un nuovo viaggio in Francia e Inghilterra, al quale è legata la più memorabile delle sue imprese equestri. A Londra, infatti, Alfieri si proponeva di comprare dei cavalli inglesi, che all’epoca erano sempre più apprezzati e, da lì a pochi anni, sarebbero diventati i cavalli più alla moda.

Giunto in Londra, non trascorsero otto giorni, ch’io cominciai a comprar dei cavalli; prima un di corsa, poi due di sella, poi un altro, poi sei da tiro, e successivamente essendomene o andati male o morti vari polledri, ricomprandone due per un che morisse, in tutto il marzo dell’anno ‘84, me ne trovai rimanere quattordici. (ALFIERI, 1967, p. 216)

George Stubbs, Fattrici e puledri, 1762 Collezione privata

Oltre a cavalli da sella, da corsa e da tiro, in Inghilterrà Alfieri acquisto anche alcuni puledri
George Stubbs, Fattrici e puledri, 1762
Collezione privata

Trascorsi circa quattro mesi, quando ormai era già il 1784, per Alfieri e per la sua mandria venne il momento di tornare in Italia. Un viaggio che all’epoca era già di per sé assai avventuroso. Figuriamoci a doverlo fare con quattordici cavalli al seguito!

Avviatomi nell’aprile con quella numerosa carovana, venni a Calais, poi a Parigi di nuovo, poi per Lione e Torino mi restituii in Siena. Ma molto è più facile e breve il dire per iscritto tal gita, che non l’eseguirla, con tante bestie. Io provava ogni giorno, ad ogni passo, e disturbi e amarezze, che troppo mi avvelenavano il piacere che avrei avuto della mia cavalleria. Ora questo tossiva, or quello non volea mangiare: l’uno azzoppiva, all’altro si gonfiavan le gambe, all’altro si sgretolavan gli zoccoli, e che so io; egli era un oceano continuo di guai, ed io n’era il primo martire. (ALFIERI, 1967, p. 217)

András Markò, Paesaggio italiano con cavalli al galoppo, 1871 Collezione privata

Nella primavera del 1784, Alfieri attraversò l’Europa con i suoi cavalli inglesi, per portarli in Italia
András Markò, Paesaggio italiano con cavalli al galoppo, 1871
Collezione privata

La prima difficoltà fu traghettarli al di là della Manica. All’affezionato padrone si stringeva il cuore a vederli stipati nella nave, “avviliti e sudicissimi”, e poi, una volta giunti a Calais, calati in mare con un paranco, perché a causa della marea, non si poteva approdare sino all’indomani. Il viaggio poi proseguì attraverso Parigi, Amiens e Lione. Ma la vera impresa fu il passaggio delle Alpi, attraverso il valico del Moncenisio. All’epoca la strada era assai impervia e a tratti pericolosa. Per questo, Alfieri organizzò la spedizione molto accuratamente e senza badare a spese.

Io presi dunque in Laneborgo un uomo per ciascun cavallo, che lo guidasse a piedi per la briglia cortissimo. Ad ogni tre cavalli, che l’uno accodato all’altro salivano il monte bel bello, coi loro uomini, ci avea interposto uno dei miei palafrenieri che cavalcando un muletto invigilava su i suoi tre che lo precedevano. E così via via di tre in tre. In mezzo poi della marcia stava il maniscalco di Laneborgo con chiodi e martello, e ferri e scarpe posticce per rimediare ai piedi che si venissero a sferrare, che era il maggior pericolo in quei sassacci. Io poi, come capo dell’espedizione, veniva ultimo, cavalcando il più piccolo e il più leggiero de’ miei cavalli, Frontino, e mi tenea alle due staffe due aiutanti di strada, pedoni sveltissimi, ch’io mandava dalla coda al mezzo o alla testa, portatori de’ miei comandi. Giunti in tal guisa felicissimamente in cima del Monsenigi, quando poi fummo allo scendere in Italia, mossa in cui sempre i cavalli si sogliono rallegrare, e affrettare il passo, e sconsideratamente anco saltellare, io mutai di posto, e sceso di cavallo mi posi in testa di tutti, a piedi, scendendo ad oncia ad oncia; e per maggiormente anche ritardare la scesa, avea posti in testa i cavalli i più gravi e più grossi; e gli aiutanti correano intanto su e giù per tenerli tutti insieme senza intervallo nessuno, altro che la dovuta distanza. Con tutte queste diligenze mi si sferrarono nondimeno tre piedi a diversi cavalli, ma le disposizioni eran sì esatte, che immediatamente il maniscalco li poté rimediare, e tutti giunsero sani e salvi alla Novalesa, coi piedi in ottimo essere, e nessunissimo zoppo. (ALFIERI, 1967, p. 218-219)

John Wotton, Lady Mary Churchill alla caccia alla lepre, 1748 Tate Modern Gallery - Londra

Per le loro doti di velocità e resistenza, i cavalli inglesi si affermarono
ben presto come i migliori cavalli da caccia
John Wotton, Lady Mary Churchill alla caccia alla lepre, 1748
Tate Modern Gallery – Londra

Con grande autoironia, Alfieri scrive che di quest’impresa si “teneva poco meno che Annibale per averci un poco più verso il mezzogiorno fatto traghettare i suoi schiavi e elefanti” (ALFIERI, 1967, p. 218-219). Allo stesso modo ammetteva la “stravagante vanità” di gonfiarsi d’orgoglio ogni volta che qualche intenditore gli faceva i complimenti per la bellezza dei suoi esemplari. Così come accadde durante il suo soggiorno a Pisa, nel 1785, quando assistette al Gioco del Ponte, quindi alla “luminara” per la festa di San Ranieri (16 giugno) e partecipò alle pubbliche celebrazioni per la visita del re e della regina di Napoli (Ferdinando I di Borbone e Maria Carolina d’Asburgo-Lorena), in visita al Granduca Leopoldo.

La mia vanaglorietta in quelle feste rimase bastantemente soddisfatta, essendomi io fatto molto osservare a cagione de’ miei be’ cavalli inglesi, che vincevano in mole, bellezza e brio quanti altri mai cavalli vi fossero capitati in codest’occasione. (ALFIERI, 1967, p. 234)

La conclusione dello scrittore è però amara. Perché quell’ingenuo orgoglio s’accompagnava alla consapevolezza che in Italia gli era assai più facile essere notato e riconosciuto perché sfoggiava un bene di lusso, come erano i suoi cavalli, piuttosto che per i suoi meriti letterari. Tutto sommato, da allora le cose non sembrano molto cambiate.

John Wotton, La caccia del Visconte Weymouth: Mr Jackson, Henry Villiers e Thomas Villiers, con cacciatori e segugi 1733-6 Tate Modern Gallery - Londra

I cavalli inglesi erano molto apprezzati perché più alti e briosi
della media dei cavalli dell’epoca
John Wotton, La caccia del Visconte Weymouth: Mr Jackson, Henry Villiers e Thomas Villiers, con cacciatori e segugi, 1733-6, Tate Modern Gallery – Londra

Bibliografia

Vittorio ALFIERI, Vita, a cura di G. Dossena, Torino, Einaudi, 1981.

Senza cavalli non son neppur mezzo. La passione equestre di Vittorio Alfieri. Parte 1

François-Xavier Fabre, Ritratto di Vittorio Alfieri, 1793, Museo degli Uffizi - Firenze

François-Xavier Fabre, Ritratto di Vittorio Alfieri, 1793
Museo degli Uffizi – Firenze

di Giovanni Battista Tomassini

Vista la perversa fantasia di chi stila i programmi ministeriali, non so dire se oggi a scuola lo studino ancora. A esser sinceri, a me, al liceo, fecero di tutto per rendermelo antipatico. Me lo raccontarono come il poeta dalla volontà eroica, impettito nella posa del fiero oppositore di ogni tirannide, autore di indigeribili tragedie in versi. Fu, per fortuna, all’università che scoprii che Vittorio Alfieri, uno dei maggiori poeti italiani del Settecento, ebbe una vita molto più interessante e avventurosa di quella che immaginavo. Soprattutto, leggendo la sua bella autobiografia, Vita di Vittorio Alfieri da Asti, scritta da esso (pubblicata postuma nel 1806), scoprii la sua viscerale passione per i cavalli. È chiaro che questo contribuì in modo determinante a farmi cambiare opinione su di lui.

I tanti aneddoti di argomento equestre disseminati nel corso della sua esistenza sono molto interessanti e divertenti, non solo perché rivelano l’inclinazione per i cavalli d’un grande della nostra letteratura, ma soprattutto perché testimoniano l’importanza del cavallo nel costume e nella cultura dell’epoca.

Pietro Longhi, Passeggiata a cavallo, 1755-60 Museo del Settecento, Ca Rezzonico - Venezia

Alfieri cominciò a praticare l’equitazione all’età di quattordici anni.
Pietro Longhi, Passeggiata a cavallo, 1755-60
Museo del Settecento, Ca’ Rezzonico – Venezia

Figlio del conte di Cortemilia, Vittorio nacque nel 1749 e perse entrambe i genitori quando era ancora giovanissimo. Nel 1763, alla morte dello zio che gli aveva fatto da tutore e che gliene aveva sempre negato il permesso, Alfieri riuscì finalmente a coronare il sogno di “andare alla Cavallerizza”, che aveva sempre desiderato “ardentissimamente”. Il priore dell’Accademia Reale di Torino, presso la quale il giovane conte stava compiendo i propri studi, conoscendo la sua “smaniosa brama” di imparare a cavalcare gli propose l’equitazione come premio, se avesse scelto di proseguire all’Università. Alfieri accettò senza indugio e si diede subito da fare per superare l’esame.

Divenni dunque, io non so come in meno di un mese maestro matricolato dell’Arti, e quindi inforcai per la prima volta la schiena di un cavallo: arte, nella quale divenni poi veramente maestro molti anni dopo. Mi trovavo allora essere di statura piuttosto piccolo e graciletto, e di poca forza nei ginocchi che sono il perno del cavalcare; con tutto ciò la volontà e la molta passione supplivano alla forza, e in breve ci feci dei progressi bastanti, massime nell’arte della mano, e dell’intelletto reggenti d’accordo, e nel conoscere e indovinare i moti e l’indole della cavalcatura. A questo piacevole e nobilissimo esercizio io fui debitore ben tosto della salute, della cresciuta, e d’una certa robustezza che andai acquistando a occhio vedente, ed entrai si può dire in una nuova esistenza. (ALFIERI, 1967, p. 50)

Entrato finalmente in possesso dei suoi beni, il giovane conte si diede alla bella vita e in compagnia dei rampolli d’altre famiglie nobili passava il tempo facendo gran cavalcate su animali di poco pregio, presi in affitto. A seguito del matrimonio della sorella Giulia, nel 1764, Alfieri ottenne una più ampia facoltà di spendere il proprio denaro. Decise così d’acquistare il suo primo cavallo.

Era questo cavallo un bellissimo sardo, di mantello bianco, di fattezze distinte, massime la testa, l’incollatura ed il petto. Lo amai con furore, e non me lo rammento mai senza una vivissima emozione. La mai passione per esso andò al segno di guastarmi la quiete, togliermi la fame ed il sonno, ogni volta che egli aveva alcuno incomoduccio; il che succedeva molto spesso, perché egli era molto ardente e delicato ad un tempo; e quando poi l’avevo tra le gambe, il mio affetto non mi impediva di tormentarlo e malmenarlo anche tal volta quando non voleva fare a modo mio. (ALFIERI, 1967, p. 54)

George STUBBS, William Anderson con due cavalli da sella, 1793 Royal Collection - Windsor

Nel 1768, Alfieri si recò per la prima volta in Inghilterra
e fu subito colpito dalla bellezza dei cavalli ingles.i
George STUBBS, William Anderson con due cavalli da sella, 1793
Royal Collection – Windsor

Nel 1768 Alfieri si recò per la prima volta in Inghilterra e di quel paese gli piacquero subito «le strade le osterie, i cavalli e le donne» (ALFIERI, 1967, p. 83). In quegli anni, in tutt’Europa andava diffondendosi un crescente interesse per le istituzioni, la cultura e la moda inglesi, sentite come un modello di modernità e progresso. Una vera e propria “anglomania”, che investì anche l’ambito equestre e che di lì a qualche decennio portò all’affermarsi del purosangue inglese come razza più apprezzata e al diffondersi di nuove tecniche equestri, come il trotto sollevato, detto appunto all’inglese.

In occasione del secondo soggiorno in Inghiterra, Alfieri ebbe una tumultuosa relazione con la moglie del Visconte Ligonier,Joshua Reynolds, Lord Ligonier, 1760© Tate Modern Gallery - Londra

In occasione del secondo soggiorno in Inghiterra, Alfieri ebbe una tumultuosa relazione con la moglie del Visconte Ligonier.
Joshua Reynolds, Lord Ligonier, 1760
© Tate Modern Gallery – Londra

Dopo aver viaggiato in vari paesi europei, nel 1771 Alfieri tornò in Inghilterra e qui si innamorò perdutamente di Penelope Pitt, moglie del visconte Edward Ligonier. Un amore appassionato e contrastato, per una donna bellissima, che il giovane conte italiano visse con trasporto romantico, dando sfogo al suo cuore in tumulto cimentandosi nelle più spericolate imprese equestri. Una mattina, trovandosi a cavallo in compagnia d’un amico, , a dispetto delle proteste e degli ammonimenti del suo accompagnatore, decise di saltare la staccionata che divideva un prato dalla strada. Al primo tentativo, però, il cavallo urtò la barriera e cadde a terra insieme al cavaliere, rimbalzando poi in piedi. Lì per lì al giovane scavezzacollo sembrò di non essersi fatto nulla. Saltò di nuovo in sella e, ignorando le urla del suo compagno, riportò il cavallo al galoppo sull’ostacolo, questa volta superandolo. Non godette però a lungo di quel trionfo. A poco a poco cominciò ad avvertire un dolore sempre più forte alla spalla sinistra. La via del ritorno gli parve interminabile. A casa, il chirurgo penò e lo fece penare a lungo per risistemargli la clavicola spezzata. L’amore per la lady finì con un duello e un pubblico scandalo. Il giovane appassionato patì il disinganno di scoprire che prima di lui la bella intrigante aveva avuto come amante un palafreniere e di vedere la vicenda gettata in pasto alle gazzette.

Thomas Gainsborough, Penelope Pitt, Viscontessa Ligonier, 1770 The Huntingto Library, San Marino - California

La relazione di Alfieri con Penelope Pitt
si concluse con un pubblico scandalo
Thomas Gainsborough, Ritratto di Penelope Pitt, 1770.
© The Huntington Library, San Marino – California

Ripreso il viaggio, Alfieri passò in Olanda, Francia e quindi in Spagna, dove subito acquistò nuove cavalcature.

Alcuni giorni dopo essere arrivato a Barcellona, siccome i miei cavalli inglesi erano rimasti in Inghilterra, venduti tutti fuorché il bellissimo lasciato in custodia al marchese Caraccioli; e siccome io senza cavalli non son neppur mezzo, subito comprai due cavalli, di cui uno d’Andalusia della razza dei certosini di Xerez, stupendo animale, castagno d’oro; l’altro una hacha cordovese, più piccolo, ma eccellente, e spiritosissimo. Dacché era nato sempre avea desiderato cavalli di Spagna , che difficilmente si possono estrarre: onde non mi parea vero di averne due sì belli (ALFIERI, 1967, p.123).

Ginés Andrés De Aguirre, Mercato di cavalli, secolo XVIII Museo del Prado - Madrid

In Spagna, nel 1771, Alfieri acquistò due cavalli:
un cordovese e un certosino di Jerez.
Ginés Andrés De Aguirre, Mercato di cavalli, secolo XVIII
© Museo del Prado – Madrid

E il suo amore per il bel cavallo certosino di Jerez era tale che, messosi in strada per Saragozza e Madrid:

Quasi tutta la strada soleva farla a piedi col mio bell’Andaluso accanto, che mi accompagnava come un fedelissimo cane, e ce la discorrevamo fra noi due; ed era il mio gran gusto d’ essere solo con lui in quei vasti deserti dell’Aragona (ALFIERI, 1967, p. 124).

Dopo quasi un anno, il viaggio volse finalmente al termine. Ritornato a Barcellona, Alfieri dovette separarsi dal suo splendido andaluso, con il quale aveva viaggiato per oltre trenta giorni consecutivi, provenendo da Cadice. Essendo “nemicissimo del vendere” i propri cavalli decise di regalarli entrambi: il cordovese alle figlie di un’ostessa “molto belline”, il certosino a un banchiere francese, che abitava a Barcellona, con il quale aveva fatto amicizia già all’epoca del suo primo soggiorno nella città catalana.

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BIBLIOGRAFIA

Vittorio ALFIERI, Vita, a cura di G. Dossena, Torino, Einaudi, 1981.

La Giostra del Saracino di Piazza Navona (seconda parte)

Filippo Gagliardi e Andrea Sacchi,  La Giostra del Saracino a Piazza Navona (1656-1659) Museo di Roma - Palazzo Braschi

Filippo Gagliardi e Andrea Sacchi,
La Giostra del Saracino a Piazza Navona (1656-1659)
Museo di Roma – Palazzo Braschi

di Giovanni Battista Tomassini

Nella prima parte di questo articolo abbiamo visto quali fossero le regole della Giostra del Saracino nel XVII secolo. Scopriamo ora la complessa drammaturgia di questo genere di feste equestri.

A partire dal Rinascimento, giostre e tornei assunsero un carattere eminentemente teatrale. Il loro svolgimento seguiva cioè un canovaccio letterario, che prevedeva un prologo e un epilogo che costituivano la cornice spettacolare e narrativa all’interno della quale erano collocate le prove cavalleresche vere e proprie. Nei giorni che precedevano la gara, un cavaliere, il cosiddetto “Mantenitore”, presentava il proprio cartello di sfida. Di solito questo avveniva nel corso di uno spettacolo in cui venivano recitati sonetti ed eseguite musiche e danze e, generalmente, il Mantenitore si presentava impersonando un personaggio fiabesco, di origine esotica. Nel caso della giostra di Piazza Navona, questo ruolo venne attribuito al marchese Cornelio Bentivoglio, che era considerato un grande esperto di questioni cavalleresche ed era nipote del cardinale Guido, che fu cronista della giostra. Proprio il puntuale resoconto della giostra, redatto dallo stesso cardinale Bentivoglio e soprattutto i bellissimi disegni di Andrea Sacchi che ne arricchiscono l’edizione del 1635, ci offrono la possibilità di scoprire e “vedere” la complessa e interessantissima drammaturgia di questo genere di feste equestri di epoca barocca.

Il primo atto si tenne il sabato grasso del 1634 in casa di Orazio Magalotti, dove era radunata la nobiltà romana. Nel corso della serata, comparve un carro trainato da un’aquila, sul quale un cantante impersonava la Fama. Dopo che questi ebbe cantato dei versi, fece il proprio ingresso un araldo e lesse il cartello di sfida, che era stato redatto dal poeta Fulvio Testi, autore anche dei versi cantati dal musico del cardinale Barberini, Marc’Antonio Pasqualini.  Il Mantenitore si presentava come un misterioso cavaliere egiziano, Tiamo di Menfi, e sfidava i suoi avversari a dimostrare falsa con le armi l’affermazione

che la segretezza in amore è un abuso superstizioso, il quale suppone o scarsezza di meriti alla Dama, o povertà di spirito nel Cavaliere. (BENTIVOGLIO, 1654, p. 201)

Andrea Sacchi, Il Carro della Fama,  in BENTIVOGLIO, 1635. Incisione di Fançois Collignon.

Andrea Sacchi, Il Carro della Fama
(impersonata da Marc’Antonio Pasqualini, musico del cardinale Barberini),
in BENTIVOGLIO, 1635.

La presentazione del misterioso personaggio e la sfida da lui lanciata rappresentavano quindi la premessa favolosa della giostra e la collocavano all’interno di  un ricco tessuto di rimandi simbolici, alla cultura nobiliare e cortese e all’immaginario cavalleresco.

Perché la giostra risultasse uno spettacolo grandioso, vennero designati a parteciparvi ben ventiquattro cavalieri, suddivisi in sei squadre differenti. Questi rappresentavano i cosiddetti “venturieri”, vale a dire coloro che raccoglievano la sfida del Mantenitore ed erano pronti a dimostrare con le armi in pugno che la sua affermazione era falsa. A raccogliere la sfida del Mantenitore fu in prima battuta la squadriglia del Cardinale Barberini. Anche in questo caso i partecipanti impersonavano personaggi di fantasia e di origine esotica. Nella finzione scenica si presentavano infatti come quattro re, prigionieri dei Romani: Aristobolo, Re della Palestina; Tigrane, Infante d’Armenia; Artaferne Principe della Bitinia e Ossatre, signore di Cappadocia. La loro replica venne resa pubblica in occasione di un’altra festa, tenutasi in casa Falconieri pochi giorni dopo la presentazione della sfida. Nel corso della serata, dopo aver assistito a un balletto, gli ospiti si spostarono in una sala dove le sedie erano state disposte come in un teatro. Fecero quindi la loro comparsa due attrici in vesti di Ninfe, che conducevano con sé alcuni pastori e un araldo. Questi lesse la risposta dei quattro cavalieri, che si dissero pronti a dimostrare

la necessità della segretezza in amore più adeguatamente colla lancia che colla penna. (BENTIVOGLIO, 1654, p.206)

Andrea Sacchi, Balletto di Ninfe e Pastori in casa Falconieri,  in BENTIVOGLIO, 1635. Incisione di Fançois Collignon

Andrea Sacchi, Il balletto di Ninfe e Pastori in casa Falconieri
(nel corso della serata in cui si tenne la replica dei venturieri alla sfida del Mantenitore)
in BENTIVOGLIO, 1635

Nei giorni successivi, a Piazza Navona venne allestito lo steccato per la giostra, circondato da un recinto di palchi. Occupava circa i due terzi della piazza, che sorge sui resti dello stadio di Diocleziano e ne conserva in parte la forma. I palchi e le gradinate per il pubblico erano collocate in alto, in modo che al di sotto potessero collocarsi cavalli e personale di servizio, senza disturbare gli spettatori. Proprio di fronte al Saracino venne allestito il Palco per le Dame, al quale si accedeva direttamente dal Palazzo Mellini (successivamente inglobato nel Palazzo Pamphilj, che tuttora si affaccia sulla piazza). Il palco, coperto e riccamente addobbato con stoffe pregiate, era destinato innanzitutto a Anna Colonna, moglie di Taddeo Barberini, fratello del cardinal Antonio, e a Costanza Barberini, madre dello stesso cardinale. Accanto a loro sedevano, in un ordine di precedenza rigorosamente stabilito in base al rango, la moglie dell’ambasciatore di Spagna e le altre dame della nobiltà romana. Sul lato opposto dello steccato, all’interno del campo di gara, era invece collocato il palco dei giudici. Tutta l’arena era circondata di gradinate per il pubblico. Il campo di gara aveva forma ottagonale. La carriera era costituita da un doppio steccato, diviso dalla lizza, ed era pavimentata di mattoni. Infine, sul campo, alla destra dell’ingresso meridionale del teatro, era stato rizzato il padiglione del mantenitore: una ricca tenda da campo, da dove lo sfidante osservava lo svolgersi della gara, circondato dal suo seguito.

Andrea Sacchi, Veduta della Piazza Navona durante la Giostra del 25 febbraio 1634,  in BENTIVOGLIO, 1635. Incisione di Fançois Collignon

Andrea Sacchi, Veduta della Piazza Navona durante la Giostra del 25 febbraio 1634
(sulla destra, contrassegnato con la lettere N, il palco di donna Anna Colonna; a sinistra, contrassegnato dalla M, quello dei giudici)
in BENTIVOGLIO, 1635

La mattina del sabato 25 febbraio 1634 i palchi si riempirono di pubblico. Molti personaggi altolocati assistevano affacciati alle finestre dei palazzi, mentre la servitù e il popolo minuto si accalcava persino sui tetti. Quando le dame e i giudici presero posto nei rispettivi palchi, la festa ebbe inizio. Le squadre dei cavalieri, accompagnate dai rispettivi padrini e scortate da un folto seguito di paggi, staffieri e trombetti, fecero il loro ingresso in campo, seguendo un rigoroso ordine di successione. Il colpo d’occhio era magnifico. Si consideri che, tra cavalieri, paggi e staffieri, alla giostra presero parte trecentosessanta persone e centotrentotto cavalli.

Il primo a essere accolto dal Maestro di Campo fu il Mantenitore, vestito con un sontuoso abito di seta verde, ricamato in oro e decorato con numerose perle e pietre preziose. In testa portava un gigantesco copricapo di piume, al centro del quale era un sole e il motto “Non latet quod lucet” (non è nascosto ciò che riluce). Il cavallo aveva una bardatura altrettanto ricca ed esotica. Lo precedeva un corteo composto da quattro trombetti, sei cavalli condotti a mano, ventotto staffieri a piedi e quattro paggi che recavano ceste dalle quali distribuivano al pubblico copie a stampa del cartello di sfida e vari sonetti. Seguivano poi i Padrini, don Prospero Colonna e il conte di Castel Villano, infine un paggio che portava la lancia e lo scudo del Mantenitore.

Andrea Sacchi, L'ingresso in  campo del Mantenitore,  in BENTIVOGLIO, 1635

Andrea Sacchi, L’ingresso in campo del Mantenitore,
in BENTIVOGLIO, 1635

Lo sfarzo dei vestiti e delle ricchissime bardature dei cavalli aveva un rilievo tutto particolare in questo genere di spettacoli. Lo dimostra il fatto che, almeno a partire dal Rinascimento, la dettagliatissima descrizione della qualità delle stoffe e la foggia degli abiti dei cavalieri e del loro seguito occupa pagine e pagine delle cronache di giostre e tornei e ne costituisce addirittura la parte più consistente. Queste sfilate rappresentavano infatti un’occasione di pubblica rappresentazione del potere dell’aristocrazia, che doveva abbagliare il popolo con abiti vistosi e sgargianti, realizzati con stoffe rare e preziose. D’altra parte, l’ostentazione della ricchezza da parte dei nobili non era rivolta solo al popolo, ma anche ai propri pari, in una competizione per la quale erano pronti a spendere cifre enormi, in alcuni casi sino a indebitarsi e a dissestare le proprie finanze. Non sempre però era oro quello che riluceva. In alcuni casi, le vistose bardature di paggi e staffieri erano realizzate, come veri e propri costumi teatrali, con materiali più poveri, come la cartapaesta e lo stucco.

Andrea Sacchi, La squadra dei Re prigionieri dei Romani (il corteo è aperto dal nano del Cardinale Barberini, in groppa a un piccolo toro) in BENTIVOGLIO, 1635

Andrea Sacchi, La squadra dei Re prigionieri dei Romani
(il corteo è aperto dal nano del Cardinale Barberini, in groppa a un piccolo toro)
in BENTIVOGLIO, 1635

La prima squadra di venturieri a fare il proprio ingresso in campo, dopo il Mantenitore, fu ovviamente quella del cardinale Barberini. Il corteo era aperto dal nano del cardinale che cavalcava un toro, anche lui di piccole dimensioni, coperto d’una vistosa gualdrappa. All’epoca quasi tutti i nobili tenevano nani al proprio servizio, come giullari, o semplicemente per compagnia. Lo accompagnava un analogo seguito di padrini, trombettieri, paggi, staffieri e cavalli di ricambio. Anche in questo caso, i cavalieri avevano abiti stravaganti e diademi di piume sulla testa e tenevano un dardo nella mano destra. Va notato che di questa squadriglia faceva parte anche Domenico Cinquini, che fu uno dei più noti cavallerizzi romani dell’epoca. Di lui, Francesco Liberati scrisse nella seconda edizione del suo libro La perfettione del cavallo (1669):

di tanto valore et esperienza nelle cose Cavalleresche, che senz’ombra alcuna d’ ingrandimento si può di lui affermare, che nel nostro secolo sia egli stato l’Apollo di questa nobilissima professione; poiché non se gli è presentato cavallo così feroce, et indomito che sotto di lui non habbia fatto ad un tratto acquisto d’una maravigliosa mansuetudine et ubidienza; né si è trovato professore così nell’arte provetto, che volontariamente non habbia ceduto et amirato insieme la leggiadria e il garbo con cui a cavallo si reggeva, havendolo io veduto tal volta cavalcare con tanta saldezza che se tra la staffa e il piede, o pure tra lo stivale, o la sella frapposta se li fosse qualsivoglia sottilissima cosa non si sarebbe punto veduto muovere. (LIBERATI, 1669, p. 78)

Andrea Sacchi, La squadra dei cavalieri Sdegnati in BENTIVOGLIO 1634

Andrea Sacchi, La squadra dei cavalieri Sdegnati
in BENTIVOGLIO 1634

Dopo aver fatto il proprio ingresso e aver sfilato davanti al pubblico, i cavalieri della prima squadra affrontarono subito la prova del Saracino. Subito dopo fece ingresso la squadra successiva e così di seguito. Tutte le squadre erano composte da cavalieri che impersonavano personaggi favolosi. C’era quella dei cavalieri Romani, quella dei Provenzali, quella dei cosiddetti Pertinaci, quella intitolata alla Dea Iside, quella degli Sdegnati. Con modalità analoghe a quelle seguite dalle squadre precedenti, ciascuna “passeggiò il campo”, eseguì cioè una sfilata davanti ai palchi, mentre i paggi distribuivano sonetti e repliche alla sfida del Mantenitore. Quindi prendeva il posto di quella che l’aveva preceduta e i cavalieri si cimentavano nella corsa contro il fantoccio. In questo modo le squadre venivano mantenute in continuo movimento,

onde il Theatro poté con ogni commodità per tutti i versi vagheggiare gli habiti, e le livree di ciascuna Squadriglia. (BENTIVOGLIO, 1635, p. 115)

Andrea Sacchi, La squadriglia dei cavalieri Provenzali (al termine della giostra, questa squadra vinse lo spareggio per l’assegnazione del premio del Masgalano) in Bentivoglio, 1635

Andrea Sacchi, La squadriglia dei cavalieri Provenzali
(al termine della giostra, questa squadra vinse lo spareggio
per l’assegnazione del premio del Masgalano)
in Bentivoglio, 1635

Quando tutti i cavalieri ebbero corso contro il Saracino, il Maestro di Campo fece di nuovo sfilare il Mantenitore e tutte le squadre. Infine, lo squillo delle trombe annunciò la corsa della “lancia della Dama”, una sorta di premio speciale, che consisteva in un gioiello tempestato di diamanti, collocato al centro di un mazzo di rose rosse e offerto da Anna Colonna. Furono dodici i cavalieri che, durante questa prova, colpirono il fantoccio in fronte e si ritrovarono quindi ex-aequo. I giudici decisero quindi di estrarre a sorte il vincitore. Terminate le prove, i cavalieri continuarono però a dar spettacolo, cimentandosi in varie prove di abilità. In particolare, il Mantenitore imbracciò una lancia per braccio e, guidando il cavallo con le redini tra i denti, caricò e colpì il fantoccio con entrambe. Quindi, fece legare tre lance assieme e con quelle caricò e colpì di nuovo il bersaglio, quasi staccandogli la testa. La sua superiorità sugli avversari nelle prove cavalleresche fu schiacciante, tanto che vinse ben sedici premi. Si trattava di gioielli che, in segno di galanteria, il cavaliere regalò alle dame più in vista.

Andrea Sacchi, La squadra dei cavalieri della Dea Iside in BENTIVOGLIO 1634

Andrea Sacchi, La squadra dei cavalieri della Dea Iside
in BENTIVOGLIO 1634

Oltre ai premi assegnati per le prove cavalleresche, ogni giostra prevedeva anche un riconoscimento alla squadriglia che veniva giudicata più elegante e di miglior portamento. Si trattava del cosiddetto Premio del Masgalano (dallo spagnolo “mas galante”, più galante). Questo riconoscimento sopravvive tutt’oggi nel Palio di Siena, dove viene assegnato alla contrada la cui “comparsa” (cioè, la cui squadra) viene giudicata la più “elegante”, nel corso del corteo storico che precede la corsa. Nella giostra di Piazza Navona il premio, offerto dal cardinale Barberini, consisteva in una splendida spada d’argento e in un cappello di castoro, con guanti e altre guarnizioni. A giudicare erano le Dame, che decretarono un ex-aequo tra i cavalieri della prima squadriglia (quella dei quattro Re) e quella dei cavalieri Provenzali. Si decise quindi di eleggere un campione per ciascuna squadra, che avrebbe dovuto correre tre lance contro il Saracino tre volte, per stabilire il verdetto. La vittoria arrise dal conte Ambrogio di Carpegna, per la squadriglia dei Provenzali.

08 - Nave di Bacco

Andrea Sacchi, La nave di Bacco
(lungo la fiancata si riconoscono gli emblemi di quelle che all’epoca erano le due famiglie più potenti di Roma: le api dei Barberini e la colonna dei Colonna)
in BENTIVOGLIO, 1635

L’intero spettacolo durò oltre cinque ore. Quando ormai cominciava a imbrunire, s’udirono alcuni colpi di cannone e nello steccato fecero ingresso due carri: il primo a forma di nave, il secondo di barca. Il primo era riccamente decorato con gli emblemi dei Barberini e dei Colonna (all’epoca le principali famiglie nobiliari a Roma). La nave era armata di cannoni e fuochi artificiali e trasportava attori che impersonavano il dio Bacco, accompagnato dal Riso, da baccanti, satiri pastori e artiglieri che sparavano a salve con i cannoni. La barca aveva a bordo diversi musicisti, che tennero un concerto sotto il palco di Anna Colonna e della Marchesa di Castel Rodrigo, ambasciatrice di Spagna. Lo spettacolo della Nave di Bacco destò tale meraviglia che il popolo reclamò che venisse esposta al pubblico, perché anche chi non aveva assistito alla giostra potesse venire ad ammirarla. E così fu fatto, mentre le dame e i cavalieri trascorsero la serata al ricevimento offerto dal Cardinale Barberini, nel Palazzo Mellini, che si affacciava sulla piazza.

Andrea Sacchi, La barca dei musici (dopo aver percorso il campo, la barca si fermò sotto il palco delle Dame e tenne un concerto) in BENTIVOGLIO ,1635

Andrea Sacchi, La barca dei musici
(dopo aver percorso il campo, tennero un concerto sotto il palco delle Dame)
in BENTIVOGLIO ,1635

BIBLIOGRAFIA

ADEMOLLO, Alessandro, Il Carnevale del 1634 in Piazza Navona, in Il carnevale di Roma nei secoli XVII e XVIII : appunti storici con note e documenti, Roma, A. Sommaruga, 1883, pp. 23-58.

BENTIVOGLIO, Guido, Festa fatta in Roma alli 25. di febraio MDCXXXIV, in Roma, data in luce da Vitale Mascardi, 1635.

LIBERATI, Francesco, La Perfettione del cavallo, Roma, per Michele Hercole, 1639 (2° ed. Roma, 1669).

LINK:
Hati Trust Digital Library

La Giostra del Saracino a Piazza Navona (prima parte)

Giovanni Ferri, Giostra del Saracino a piazza Navona del 25 febbraio 1634 (XVII sec ) Museo di Roma - Palazzo Braschi

Giovanni Ferri, Giostra del Saracino a piazza Navona del 25 febbraio 1634 (XVII sec )
Museo di Roma – Palazzo Braschi

di Giovanni Battista Tomassini

Con la disinvoltura tipica dei Papi di quei tempi, nel 1628 Urbano VIII ordinò cardinale suo nipote, che all’epoca aveva appena vent’anni. In poco tempo, Antonio Barberini guadagnò una posizione di rilievo nella Curia romana, dove anche suo fratello Francesco e suo zio Antonio seniore sedevano nel collegio cardinalizio. Per celebrare il proprio ruolo e il potere della sua famiglia, enormemente accresciutosi grazie alla protezione del Papa, all’inizio del 1634 Antonio decise di finanziare, con la favolosa somma di 60.000 scudi, una grande Giostra del Saracino in onore del principe Alessandro Carlo Wasa di Polonia, in quel periodo in visita a Roma. Nelle sue intenzioni quello doveva essere l’evento culminante del Carnevale di quell’anno e restare nella memoria anche dei posteri. Come teatro scelse Piazza Navona, dove già da alcuni secoli si tenevano giostre e altri cimenti cavallereschi in occasione del Carnevale. L’ideazione letteraria della giostra venne affidata prevalentemente al poeta Fulvio Testi, residente del Duca di Modena, e l’allestimento all’architetto e scenografo Francesco Guitti, ferrarese.

Di questa formidabile festa in armi ci sono rimaste diverse testimonianze. A cominciare da due bei quadri, conservati nel Museo di Roma di Palazzo Braschi: uno di Filippo Gagliardi e Andrea Sacchi, che offre una visione d’insieme della piazza e l’altro attribuito a Giovanni Ferri, che adotta invece un punto di vista più ravvicinato. Dell’evento resta poi una dettagliata relazione del cardinale Guido Bentivoglio, pubblicata nel 1635 ed arricchita da splendidi disegni dello stesso Andrea Sacchi.

Carlo Maratta, Ritratto del cardinal Antonio Barberini (1670) Galleria Nazionale d’Arte Antica di Palazzo Barberini - Roma

Carlo Maratta, Ritratto
del cardinal Antonio Barberini (1670)
Galleria Nazionale d’Arte Antica
di Palazzo Barberini – Roma

La Giostra del Saracino è un particolare tipo di cimento cavalleresco che consiste nel caricare al galoppo e colpire con la lancia un fantoccio girevole, collocato in cima a un palo. Di solito il fantoccio ha il braccio destro armato da una mazza, o da una sferza, e imbraccia uno scudo col sinistro. Secondo alcuni, questo esercizio sarebbe ispirato a quello del palus, descritto nell’Epitoma rei militaris, di Vegezio (IV-V secolo d.C.), con cui i soldati romani venivano addestrati  a colpire con la spada. La Giostra del Saracino era anche chiamata Quintana e prevedeva la variante in cui anziché colpire il fantoccio, il cavaliere doveva infilare la punta della lancia in un anello sospeso al braccio del manichino. Si dice “del Saracino” perché tipicamente il manichino girevole aveva le fattezze e l’abbigliamento di un Moro, cioè appunto di un “saraceno”, vale a dire di un musulmano, come i pirati che razziavano le coste italiane, provenendo dal Nord Africa.

Contrariamente a quanto si vede oggi in molte rievocazioni di questo tipo di Giostra (per esempio ad Arezzo, o  ad Ascoli Piceno), originariamente il cavaliere non doveva colpire lo scudo imbracciato dal Saracino, ma la testa. Anzi, se colpiva lo scudo il cavaliere veniva penalizzato. Lo spiegano esplicitamente i “capitoli da osservarsi nella Festa”, vale a dire il regolamento della giostra tenutasi a Piazza Navona nel 1634.

Chi colpirà dalle Ciglia in su, e nel segno a tal effetto aggiustato rompendo guadagnerà tre botte. Dalle Ciglia alla Bocca, due, e dalla Bocca al Mento una con la distinzione del delineamento a tal effetto apparente. Non rompendo, s’intenderà sempre che non habbia colpito, né fatta botta. Rompendo dal Mento, e dalla Gola in giù non acquista botta alcuna. Cascando la groppella, senza rompere, e staccarsi legno da legno non si intende rotto, e toccando il colpo qualche delineamento s’inten­da la botta immediata inferiore. […]
Chi colpirà nello scudo, ò altro luogo del corpo del Saracino rompendo, ò non rompendo perderà una botta dell’acquistato, o d’acquistarsi.
Chi perderà nella carriera Lancia, Cappello, Spada, Briglia, ò Staffa perderà la Carriera.  (BENTIVOGLIO, 1635, p. 20)

Andrea Sacchi, La squadra dei cavalieri Romani in BENTIVOGLIO 1634

Andrea Sacchi, La squadra dei cavalieri Romani
in BENTIVOGLIO 1634

Il punteggio veniva quindi assegnato come segue: tre punti (“botte”) al cavaliere che colpiva il fantoccio sulla fronte (“dalle Ciglia in su”), dove era collocato un apposito bersaglio (“nel segno a tal effetto aggiustato”). Due punti venivano assegnati se si colpiva il volto (“dalle Ciglia alla Bocca”), uno se si colpiva il mento (“dalla Bocca al Mento”). Queste aree erano delimitate da linee tracciate sulla testa del fantoccio (“la distinzione del delineamento a tal effetto apparente”). Per essere valido il colpo doveva produrre la rottura della punta della lancia, che a questo scopo era fatta di un legno più tenero di quello usato nelle lance da guerra. Nel caso in cui nell’urto si fosse staccata solo la punta della lancia (“groppella”), ma senza la rottura dell’asta di legno, il colpo veniva considerato nullo, mentre qualora la lancia avesse colpito una delle linee che dividevano il bersaglio, cioè la testa del Saracino, veniva assegnato il punteggio associato all’area inferiore, quindi quello più basso. Se invece il cavaliere colpiva lo scudo, oppure un altro punto del corpo del fantoccio, sia che si rompesse o meno la punta della lancia, veniva comunque penalizzato di un punto. Qualora infine, durante la carica avesse perso la lancia, la spada, il cappello, oppure gli fosse sfuggita una staffa o la briglia, perdeva la “carriera”, vale a dire non gli veniva assegnato alcun punto.

Crispin de Passe il giovane, Quintana, in PLUVINEL, 1625, Tav. 47.

Crispin de Passe il giovane, Quintana, in PLUVINEL, 1625, Tav. 47

Troviamo conferma di queste regole nel trattato, di poco precedente, del francese Antoine de Pluvinel, L’instruction du Roi en l’exercice de monter à Cheval (1625), a riprova che non solo erano in uso da tempo, ma erano largamente diffuse anche al di fuori dell’Italia. Il trattato è scritto in forma di dialogo tra l’autore e il re di Francia, Luigi XIII, che fu suo allievo nelle discipline cavalleresche:

SIRE, a volte i cavalieri si stancano di fare sempre la stessa cosa e trovano troppo faticoso, e a volte doloroso, ripetere spesso l’esercizio di affrontarsi in lizza gli uni contro gli altri; si divertono invece nella corsa all’anello, della quale raramente si stancano. Non considerando però questo esercizio abbastanza Marziale, i più inventivi hanno trovato un esercizio intermedio, che consiste nel collocare una figura d’uomo nella stessa posizione e alla stessa altezza di un avversario che li affronti in lizza. Armati di tutto punto, rompono le loro lance contro questa sagoma, che chiamano Quintana, , affrontandola come farebbero con un uomo vero; in questo modo eseguono un esercizio che è a metà strada tra la furia di affrontarsi in lizza gli uni contro gli altri e la gentilezza della corsa all’anello: il punto in cui rompere [la lancia] è nella testa, i migliori colpi sono quelli al di sopra degli occhi nella fronte, i meno buoni sono quelli al di sotto. E se qualche cattivo uomo d’arme colpisce lo scudo che la Quintana porta sul braccio sinistro, questa si gira su un perno e rischia di colpire colui che si è servito così male della lancia, il quale perde così la carriera a causa della sua malagrazia. (PLUVINEL, 1625, pp. 138-139).

Le parole dell’autore sono rese esplicite da una delle splendide tavole di Crispine de Passe il giovane, che ornano il libro di Pluvinel e ne fanno uno dei più bei libri dedicati all’equitazione. Nella tavola 47 si vede il re nell’atto di colpire la Quintana (che ha le sembianze di un imperatore romano, armato di spada e scudo e con il capo cinto d’alloro). Il sovrano porta il colpo su un bersaglio posto al centro della fronte del manichino. Sullo sfondo, alcuni cortigiani montati a cavallo assistono compiaciuti assieme all’autore, mentre un paggio segue da presso il cavaliere, portando una nuova lancia.

 Continua… (clicka qui per leggere la parte 2)->

Andrea Sacchi, La squadra dei cavalieri Pertinaci in BENTIVOGLIO 1634

Andrea Sacchi, La squadra dei cavalieri Pertinaci
in BENTIVOGLIO 1634

BIBLIOGRAFIA:

BENTIVOGLIO, Guido, Festa fatta in Roma alli 25. di febraio MDCXXXIV, in Roma, data in luce da Vitale Mascardi, 1635.

PLUVINEL, Antoine de, L’instruction du Roy en l ’exercice de monter à cheval, desseignées & gravées par Crispian de Pas le jeune, Paris, M. Nivelle, 1625.

LINK:

Museo di Roma – Palazzo Braschi: http://www.museodiroma.it/

Galleria Nazionale d’Arte Antica – Palazzo Barberini:
http://galleriabarberini.beniculturali.it/