Un’accademia equestre nella Sicilia rinascimentale: la Congregazione dei Cavalieri d’Armi

Le splendide tavole de Le guerre festive (Palermo, 1680), mostrano il lusso delle armi e delle bardature impiegate nelle giostre che si tenevano in Sicilia tra il XVI e il XVII secolo

Le splendide tavole de Le guerre festive (Palermo, 1680),
mostrano il lusso delle armi e delle bardature usate
in Sicilia tra il XVI e il XVII secolo

di Giovanni Battista Tomassini

All’alba di venerdì 18 maggio 1565, le sentinelle dei Cavalieri di Malta videro comparire sulla linea dell’orizzonte le vele della flotta turca agli ordini dell’ammiraglio Piyale Paşa. Quasi centosettanta tra galee, galeazze e galeotte, alle quali si sommavano otto grandi mahon da trasporto, più decine di barche più piccole, che portavano i rifornimenti e i cavalli. Il “Gran Turco” sferrava l’attacco alla roccaforte cristiana al centro del Mediterraneo con una delle più grandi armate che si fossero sino ad allora viste. La notizia dell’assedio gettò l’Europa nello sgomento e suscitò un vero e proprio moto di panico nella vicina Sicilia. L’assedio durò quasi quattro mesi ma, alla fine, la strenua resistenza dei cavalieri maltesi ebbe la meglio sulla potenza dell’esercito Ottomano, che venne ricacciato in mare, dopo aver subito pesantissime perdite.

Armatura da Giostra Museo di Capodimonte, Napoli

Armatura da Giostra
Museo di Capodimonte, Napoli

La vittoria non riuscì però a dissipare in Sicilia il diffuso sentimento di un’incombente minaccia. Appariva urgente formare una milizia pronta a respingere eventuali assalti delle coste e a tenere alto l’onore dei siciliani, rivaleggiando in valore con i dominatori spagnoli. Fu dunque con questo scopo che poco dopo l’assedio di Maltya, il viceré di Sicilia, García Álvarez de Toledo y Osorio (1514-1577) fondò a Palermo un’accademia equestre, in cui i nobili potessero esercitarsi nell’equitazione e nelle discipline militari, ma anche studiare la matematica, la geografia e la nautica. L’accademia prese il nome di Congregazione dei Cavalieri d’Armi e assunse San Sebastiano come proprio santo protettore e come emblema il ponte dell’Ammiraglio, un ponte a dodici arcate, di epoca normanna, posto allora ai confini orientali della città di Palermo (oggi è visibile dal Corso dei Mille) e il cui nome (“dell’Ammiraglio”) evocava una delle massime cariche militari dell’ordinamento normanno. Come motto venne scelto invece Et suos hic habet Oratios (“E qui ha i suoi Orazi”), riferendosi a Orazio Coclite, l’eroe romano che (nel 508 a.C.) difese il ponte Sublicio, sbarrando da solo la strada verso Roma agli Etruschi, guidati da Porsenna. Il motto stava a significare che, come Roma, “anche Palermo aveva i suoi Cocliti, virtuosi e coraggiosi uomini in armi capaci di difendere la città da qualsiasi pericolo» (BILE, 2011, p. 30).

Il Ponte dell'Ammriaglio a Palermo venne scelto come emblema della Congregazione

Il Ponte dell’Ammriaglio a Palermo venne scelto come emblema della Congregazione

L’istituzione della Congregazione venne sancita pubblicamente con una cerimonia tenutasi nel giorno di San Sebastiano, in cui alla benedizione dello stendardo dell’accademia seguì una cavalcata per le vie della città:

A 20 gennaio 1567 – Il giorno di San Sebastiano si benedisse il stendardo dei cavalieri dell’Accademia, e lo accompagnaro con torci la sera per tutta la città, essendo li cavalieri armati di armi bianche, essendo generale l’illustre marchese di Avola, consigliere il signor barone di Fiumesalato et Alfiere il signor Carlo di Marchisi. (PARUTA – PALMERINO, 1869, p. 27)

Quello stesso giorno i cavalieri diedero una prima pubblica dimostrazione della loro abilità in una giostra, organizzata al Piano della Marina (oggi piazza Marina, alla fine di corso Vittorio Emanuele, a Palermo). A quell’epoca, giostre e caroselli rappresentavano le principali occasioni in cui i nobili in armi potevano dimostrare la loro abilità negli esercizi marziali in tempo di pace. Giostre e cavalcate pubbliche svolgevano in questo senso un ruolo sociale e politico essenziale. Nella seconda metà del Cinquecento, la crescente importanza strategica delle armi da fuoco e della fanteria aveva infatti drasticamente ridotto il ruolo militare della cavalleria e alimentava nella nobiltà «la frustrazione che deriva da essere cavalieri di nome ma con scarse possibilità, se non i caroselli e i tornei, di dimostrare al mondo e a se stessi di esserlo nei fatti» (ANTONELLI, 1997, p. 194).

4 - Museo di Capodimonte - Elmo del Conte Ruggero

Borgognotta raffigurante la giustizia di Traiano
Museo di Capodimonte, Napoli

In Sicilia, come d’altronde nel resto d’Europa, le giostre erano molto praticate e avevano finito per trasformarsi in veri e propri spettacoli popolari, tanto da indurre il Senato della città di Palermo a far costruire degli “aringo”, veri e propri anfiteatri effimeri in legno, capaci di contenere sino a venticinquemila persone e con palchi riservati alla corte vicereale e ai rappresentanti del Senato. «Ogni occasione era buona per organizzare questo coreografico spettacolo d’armi: le celebrazioni di una vittoria o di un matrimonio; una pace o un’alleanza per festeggiare un importante avvenimento politico, come la visita di un re o di un principe; ma, talvolta, anche per trovare marito alle donzelle o per consentire ai giovani cavalieri di sgranchire le membra dopo l’inerzia di un lungo inverno e tenersi così in costante esercizio e sempre pronti all’uso delle armi» (MANSELLA, 1972, p. 16). Questi cimenti cavallereschi ebbero il loro culmine nel Cinquecento, ma continuarono a essere praticati, con grande sfarzo, anche nel secolo successivo, come dimostrano le superbe stampe che illustrano questo articolo e che sono tratte dalla relazione dedicata da Pietro Maggio alle giostre tenutesi a Palermo in occasione dei festeggiamenti per le nozze del re di Spagna, Carlo II, con Maria Luisa di Borbone-Orléans, nel 1679. La relazione venne pubblicata nel 1680 con il titolo Le guerre festive (Palermo, per Giuseppe la Barbera e Tomaso Rummulo e Orlando).

Rotella da giostra Musoe di Capodimonte, Napoli

Rotella da giostra
Musoe di Capodimonte, Napoli

Il 10 ottobre del 1567, in una solenne cerimonia pubblica, la Congregazione prese possesso del Palazzo Ajutamicristo, posto ai confini delle mura di Palermo (oggi in Via Garibaldi), non distante dal ponte dell’Ammiraglio. Il corteo era guidato da Ottavio del Bosco, nominato generale della Congregazione, scortato da paggi armati a cavallo, ciascuno recante le insegne del proprio signore. Nel palazzo i cavalieri «riunivansi di mattina per le lezioni di matematiche, di giorno pel maneggio dei cavalli» (NARBONE, 1851, p. 101). Lo statuto della congregazione (di cui Maurizio Vesco ha recentemente pubblicato il frontespizio, in VESCO, 2016) regolava minuziosamente, oltre al comportamento che i cavalieri dovevano tenere in presenza del viceré, anche gli incarichi, le riunioni, le cerimonie e le devozioni e stabiliva i requisiti per gli aspiranti. Gli accademici si esercitavano quotidianamente per due ore nel maneggio, divisi in due classi. La ripresa dei più esperti era aperta al pubblico, mentre gli estranei non potevano assistere a quella dei cavalieri ancora debuttanti (cfr. MAYLANDER, 1926-30, vol. I, p. 523).

Nel 1620 la Congregazione cambiò sede e si vide assegnato un palazzo proprio di fronte al palazzo senatorio, per poter più efficacemente e tempestivamente difenderlo in caso di necessità. In occasione di eventuali allarmi, i cavalieri erano tenuti ad adunarsi, armati di tutto punto, presso il ponte dell’Ammiraglio, e ciascuno doveva condurre con sé un compagno armato allo stesso modo. L’accademia però fu soppressa nel 1636.

Dettaglio della rotella da giostra con Orazioo Coclite a cavallo Museo di Capodimonte, Napoli

Dettaglio della rotella da giostra con Orazio Coclite a cavallo
Museo di Capodimonte, Napoli

Subito dopo la costituzione della Congregazione, i cavalieri che ne facevano parte si rivolsero ad armaioli lombardi, all’epoca tra i migliori in Europa, per rifornirsi di armi da guerra e da parata. Qualche anno fa, l’allora vicedirettore del Museo di Capodimonte, Umberto Bile (scomparso nel 2013) scoprì che i pezzi più pregiati dell’armeria di Capodimonte non erano appartenuti ad Alessandro, o a Ottavio Farnese, come si era ritenuto per almeno due secoli, ma risalivano proprio ai cavalieri della Congregazione palermitana. Alcune tra le armi più pregiate appartenute alla Congregazione erano infatti confluite nella collezione dell’armeria di Canicattì, dove erano state conservate per circa due secoli ed erroneamente considerate risalenti all’epoca di Ruggero I il Normanno (1031 circa – 1101). Nel 1800 Giuseppe Bonnano e Branciforte, principe della Cattolica donò a Ferdinando di Borbone un elmo, uno scudo e una spada, considerate le armi appartenute al “Gran Conte” Ruggero I, conquistatore della Sicilia nel 1062. Bile ha dimostrato che si tratta, con tutta evidenza, di una borgognotta, di una rotella da giostra e di una spada di straordinaria fattura, che costituiscono i pezzi più pregiati e celebri dell’armeria di Capodimonte. Sulla rotella, cioè lo scudo da giostra, in ferro sbalzato, ageminato e dorato, è rappresentato Orazio Coclite che, a cavallo, affronta i nemici, mentre i soldati romani demoliscono il ponte Sublicio, per impedire loro di entrare a Roma. È lo stesso eroe romano evocato dal motto della Congregazione palermitana. La bellezza di quelle armi ci dà un’idea della magnifica eleganza dei cavalieri che si esercitarono nell’accademia siciliana.

Graziano Balli Barone di Galattuvo in Pietro Maggio, Le guerre festive, 1680

Graziano Balli Barone di Galattuvo
in Pietro Maggio, Le guerre festive, 1680

BIBLIOGRAFIA

ANTONELLI, Raoul, Giostre, tornei, accademie: formazione e rappresentazione del valore cavalleresco, in AA. VV., I Farnese. Corti, guerra e nobiltà in antico regime, a cura di P. Del Negro e C. Mozzarelli, Roma, Bulzoni, 1997, pp. 191-207.

HERNANDO SÁNCHEZ, Carlos José, La gloria del cavallo. Saber ecuestre y cultura caballeresca en el reino de Napóles durante el siglo XVI, in AA. VV. Actas del Congreso Internacional: Felipe II (1527-1598). Europa y la Monarquía Católica (UAM, 20-23 de abril de 1998), coord. J. Martínez Millán, Madrid, Parteluz, 1998, pp. 277-310.

MANSELLA; Giovanni Battista, Le giostre reali di Palermo, a cura di R. La Duca, Palermo, Sellerio, 1972.

MARINO, Salvatore Salomone, La Congregazione dei cavalieri d’armi e le pubbliche giostre in Palermo nel secolo 16°: notizie e documenti, Palermo : Tip. di P. Montaina e Comp. gia del Giornale di Sicilia, 1877.

MAYLANDER, Michele, Storia delle Accademie d’Italia, Bologna-Trieste, Cappelli, 1926-30 (rist. anastatica Bologna, Forni, 1976).

NARBONE, Alessio, Bibliografia sicola sistematica, o apparato metodico alla Storia litteraria della Sicilia, Palermo, stamp. di G. Pedone, 1851.

PARUTA, Filippo – PALMERINO, Niccolò, Diario della città di Palermo 1500-1613, in AA. VV. Diari della città di Palermo dal secolo XVI al XIX pubblicati sui manoscritti della Biblioteca Comunale, a cura di G. Di Marzo, Palermo, Luigi Pedone Lauriel editore, 1869.

VESCO, Maurizio, La Regia Razza di cavalli e le scuderie monumentali nella Sicilia degli Asburgo: il modello “negato” delle Cavallerizze dei Palazzi Reali di Palermo e Messina, in AA. VV., Las Caballerizas Reales y el mundo del caballo, Cordoba, Edicioneslitopress, 2016, pp. 391-428.

Palazzo Ajutamicristo a Palermo fu la prima sede dell'Accademia

Palazzo Ajutamicristo a Palermo fu la prima sede dell’Accademia

Anglomania (Parte 2): Federico Mazzucchelli testimone e critico della “moda inglese”

James Seymour, Fantino al galoppo, datazione incerta © Tate Modern Gallery - Londra

James Seymour, Fantino al galoppo, datazione incerta
© Tate Modern Gallery – Londra

di Giovanni Battista Tomassini

Nella prima parte di questo articolo abbiamo visto come, a partire dal XVIII secolo, in Europa si diffuse un crescente interesse per le istituzioni e la cultura inglesi e come questa tendenza coinvolse anche il campo equestre. L’equitazione “all’inglese” divenne di moda e crebbe l’interesse per l’ippica e l’equitazione di campagna. Tanto che nell’Ottocento l’abbigliamento, i finimenti e i cavalli inglesi divennero di rigore tra gli appassionati del vecchio continente.

Le differenti caratteristiche morfologiche dei cavalli inglesi e soprattutto il loro impiego nelle corse e nelle cacce in campagna avevano stimolato in Inghilterra anche l’evoluzione di un modo differente di cavalcare rispetto all’equitazione accademica, allora ancora prevalente nel resto d’Europa. L’innovazione più vistosa fu l’introduzione del trotto sollevato, detto appunto all’inglese, che si accompagnava a un assetto con staffatura più corta e a una posizione del busto leggermente inclinata in avanti. Questa tecnica si avvaleva anche di strumenti necessariamente diversi, a cominciare dalla sella rasa, con pomo e paletta poco rilevati, e dal filetto che, in molti casi veniva associato a un morso, con guardie più corte di quelle tradizionali, comandato da una seconda redine.

Filippo Palizzi, Cavaliere al trotto, datazione incerta La moda inglese portò alla diffusione in tut'Europa del trotto sollevato Galleria dell'Accademia di Belle Arti di Napoli

Il trotto “all’inglese” si diffuse in Europa
a partire dalla seconda metà del Settecento
Filippo Palizzi, Cavaliere al trotto, XIX sec.
Galleria dell’Accademia di Belle Arti di Napoli

Il diffondersi anche nell’Europa continentale di questo nuovo modo di cavalcare “all’inglese” suscitò un vivace dibattito che, per molti versi, somiglia alle diatribe che accendono anche oggi le vere, o presunte, “innovazioni” in campo equestre, come per esempio quella che oppone  i fautori e i detrattori della cosiddetta “natural horsemanship”. Anche nel caso dell’equitazione “all’inglese”,  tra diciottesimo e diciannovesimo secolo, i praticanti e gli appassionati si divisero tra entusiasti e assolutamente contrari. Troviamo un’interessante testimonianza di questa controversia in un capitolo del libro di Federico Mazzucchelli Scuola equestre (1805), intitolato Avvertimenti sul modo di cavalcare all’inglese e sulle corse praticate in Inghilterra.

Mazzucchelli comincia il suo ragionamento, constatando come questo  modo di cavalcare “oggi molto alla moda […] molti motivi produce di dispareri e questioni. Non vi è persona, per ignara che sia dell’equitazione, che non abbia il suo modo particolare di riguardarla” (MAZZUCCHELLI, 1805, Tomo II, p. 285). Il dibattito, insomma, non coinvolgeva solo gli esperti, ma la nuova moda era tanto diffusa e popolare che persino chi fosse “ignaro dell’equitazione” aveva comunque una sua opinione in proposito. Con grande buonsenso, Mazzucchelli distingue tra un modo corretto di “andare all’inglese” e uno sbagliato che, purtroppo come spesso accade, è quello prevalente perché più facile.

In Inghilterra pure succede lo stesso; e non crediamo già, che molti siano quelli che vi vanno bene; anzi questi si rimarcano a dito fra tutti gli altri, e si esaltano meritatamente. Infinito è colà il numero dei cavalcatori, ed una maniera vi si è introdotta facile, e confacente per quelli, che non vi hanno abilità, o che non vogliono prestarvi studio alcuno. Tal maniera è fatalmente per l’Europa creduta degna di essere imitata, come la migliore di quella scuola, mentre ella non è, che la maniera propria della turba ignara di questa parte ginnastica interessante. (MAZZUCCHELLI, 1805, Tomo II, p. 285)

James Seymour, Un cavallo da corsa baio e il suo fantino, ca 1730 Yale Center for British Art

James Seymour, Un cavallo da corsa baio e il suo fantino, ca 1730
Yale Center for British Art

È facile vedere come, se alla “maniera inglese” si sostituisce uno qualsiasi dei metodi oggi di moda in campo equestre, le parole di Mazzucchelli siano ancora attuali. Quale che sia la tecnica, i più tendono fatalmente ad applicarla nel modo che richiede meno impegno e competenza. E in equitazione questo è sempre il modo sbagliato.

Mazzucchelli spiega che la tecnica all’inglese è particolarmente adatta all’equitazione di campagna e alle corse, ma è resa soprattutto necessaria dalle caratteristiche dei cavalli inglesi. L’autore non sembra apprezzarli particolarmente e dimostra un gusto ancora legato alle razze tradizionalmente impiegate nell’equitazione accademica: andalusi, barberi e arabi. I cavalli inglesi gli sembrano invece poco adatti alle andature riunite tipiche degli esercizi di maneggio, per cui  ritiene

che l’educazione di questo quadrupede, destinato alle corse, ed alla caccia, sarà diretta ad istruirlo sul trotto disteso in aperto, e sostenuto con lunghe riprese. Sarebbero inopportune le discipline, che tendono all’unione; epperciò rendesi impraticabile la lezione, che dicesi piegare un cavallo, per cui questo è abilitato all’intelligenza di gamba, e nei movimenti a due piste come il costeggio, ed il raddoppio. Quindi tutto riducesi ad un passo negligente, ad un trotto basso, ma slanciato, e violento; ad un galoppo ordinario ma atterrato; galoppo, dico, diritto, o sinistro secondo l’accidente, e a una scappata veloce. (MAZZUCCHELLI, 1805, Tomo II, p. 286)

M. L. Heirauld, François Baucher su Partisan, galoppo a marcia indietro, da F. Baucher, Souvenirs équestres, Paris, Manège Baucher et Pellier, 1840.

Baucher eseguì le più sofisticate
arie di scuola con cavalli inglesi
M. L. Heirauld, François Baucher su Partisan, galoppo a marcia indietro
da F. Baucher, Souvenirs équestres, Paris, Manège Baucher et Pellier, 1840

Una valutazione decisamente troppo severa e manifestamente viziata da un pregiudizio, visto che nell’Ottocento proprio i cavalli inglesi saranno impiegati,  con risultati stupefacenti, anche nell’equitazione da maneggio, dimostrandosi capaci (con cavalieri del calibro di François Baucher, o James Fillis) di esercizi sofisticatissimi. Mazzucchelli li ritiene invece cavalli duri, pesanti sulla mano, sui quali è impossibile mantenere l’assetto elegante dei cavalieri accademici e che possono essere montati solo adattandosi a sollevarsi durante il trotto, inclinandosi in avanti. Per questo ritiene ridicola la pretesa di coniugare le due maniere, quella inglese e quella accademica, che a suo giudizio sono del tutto incompatibili.

Ciò non toglie che, con i cavalli adatti, lo stesso Mazzucchelli ammette che si possa e si debba adottare la nuova tecnica e traccia quindi il ritratto ideale del “bravo cavaliere inglese”.

Determinato egli sull’andar, porta a perfezione il cavallo, mediante il bridone; e come piuma leggiero, ed in perfetto equilibrio, più sulle staffe che sulla sella, piegato alquanto sul davanti, e colla spalla sinistra più avanzata della dritta, accompagna con grazia, ma in giusto tempo sollevandosi, il movimento slanciato del trotto, schivandone il colpo, e spingendo sullo slancio il cavallo. (MAZZUCCHELLI, 1805, Tomo II, p. 287)

George Stubbs, Otho montato da John Larkin, circa 1768 © Tate Modern Gallery - Londra

George Stubbs, Otho montato da John Larkin, circa 1768
© Tate Modern Gallery – Londra

Quanto al cavallo, anche questo ha il suo tipo ideale:

Sia egli piuttosto abbondante di altezza; di forma leggiera e slanciata; coraggioso nella rapidità; resistente nella fatica; e sviluppato nell’andatura del trotto disteso, onde il movimento sulla linea orizzontale sia determinato e veloce. (MAZZUCCHELLI, 1805, Tomo II, p. 288)

I cavalli inglesi erano apprezzati per la loro altezza John Wotton, L'onorevole John Spencer accanto a un cavallo da caccia tenuto da un ragazzo, 1733-6 © Tate Modern Gallery - Londra

I cavalli inglesi erano apprezzati per la loro altezza
John Wotton, L’onorevole John Spencer accanto a un cavallo da caccia tenuto da un ragazzo, 1733-6
© Tate Modern Gallery – Londra

Afferma d’aver montato lui stesso in Inghilterra seguendo i dettami di questa maniera e di avervi provato “una aggradevole sensazione”:

I contorni di Londra, il movimento, la ricchezza, l’industria, le bellissime strade volate con tanta rapidità, producono una riunione singolare di piaceri, che difficilmente si possono in altri luoghi incontrar riuniti. Egli è questo un altro genere di equitazione, un  altro genere di diletto. Par quasi che l’uomo sia rapito e trasportato da velocissime ali, e niente quasi occupandosi del suo cavallo, soltanto egli sia ricreato dal pronto cambiare degli oggetti sì tanti, e sì vari fra loro. (MAZZUCCHELLI, 1805, Tomo II, p. 289)

Pur manifestamente condizionato dalla sua preferenza per la tradizione accademica, il giudizio di Mazzucchelli sull’equitazione all’inglese si dimostra abbastanza equilibrato e testimonia con chiarezza inequivocabile l’evoluzione delle tecniche equestri, tra Sette e Ottocento. Un’evoluzione che, come abbiamo visto, ubbidisce a fattori complessi ed evidenzia la ricca rete di relazioni e di reciproche influenze che legano l’equitazione alla nostra cultura.

Mazzucchelli resta legato alla tradizione accademica europea Basilio Lasinio, Cavallerizza, in MAZZUCCHELLI, 1805

Come dimostra questa bella tavola del suo trattato,
Mazzucchelli prediligeva lo stile accademico classico
Basilio Lasinio, Cavallerizza,
in MAZZUCCHELLI, 1805

Bibliografia

MAZZUCCHELLI, Federigo,  Scuola equestre, Milano, presso Gio Pietro Giegler, Libraio sulla Corsia de’ Servi, 1805.

Anglomania (Parte 1): il diffondersi dell’equitazione all’inglese nell’Europa del Settecento

James Seymour, Mr Russell sul suo cavallo da caccia baio, c.1740 © Tate Modern Gallery - Londra

James Seymour, Mr Russell sul suo cavallo baio da caccia, c.1740
© Tate Modern Gallery – Londra

di Giovanni Battista Tomassini

Pare che la passione di James Seymour per i cavalli e le corse alla fine lo abbia condotto alla rovina. Non si sa molto della sua vita, ma un cronista dell’epoca insinua che, nonostante fosse figlio di un banchiere e commerciante di diamanti, morì nel 1752 ormai ridotto in miseria dal demone delle scommesse e dalle spese di una costosa scuderia. Eppure è per quella sua stessa passione per i cavalli che il suo nome è stato tramandato ai posteri. Seymour, che nacque a Londra nel 1702, fu infatti tra i primi pittori, insieme a John Wotton (1682-1764) e Peter Tillemans (1684-1734), che dedicarono la propria produzione artistica allo sport. Il suo soggetto preferito furono proprio i cavalli, ritratti con vivacità in numerose tele e disegni, dedicati soprattutto a scene di caccia e alle corse di Newmarket, che nella prima metà del XVIII secolo erano diventate lo sport più in voga in Inghilterra.

Tra i molti quadri di soggetto equestre che Seymour ci ha lasciato ce n’è uno particolarmente interessante, conservato alla Tate Modern Gallery di Londra. Ritrae un gentiluomo a cavallo nella campagna inglese, accompagnato dal suo segugio. L’identità del cavaliere non è certa. Una vecchia etichetta, sul retro della tela, fa pensare possa trattarsi di un discendente dell’ammiraglio Edward Russell (1653-1727), conte di Orford, proprietario della tenuta di Chippenham Park, nei pressi di Newmarket. Ciò che più colpisce nel quadro è l’abbigliamento del cavaliere, che è rappresentato nei particolari più minuti. Indossa una redingote verde stretta in vita da una cintura di cuoio, un berretto scuro da jockey, braghe chiare, aderenti, abbottonate e fermate da una giarrettiera di pelle, stivali alti, rigidi, bicolori. Completano la sua elegante tenuta una sciarpa annodata attorno al collo e un paio di guanti di morbida pelle chiara. Con altrettanta accuratezza, il pittore ha rappresentato i dettagli dei finimenti. Il cavallo è imbrigliato con un semplice filetto ad aste e una testiera senza capezzina. La sella è parzialmente nascosta dal soprabito del cavaliere, ma i dettagli visibili la identificano come una sella da caccia “all’inglese”, con arcione poco rilevato, paletta bassa e quartieri non particolarmente lunghi. Da notare la coperta sottosella, ripiegata, e il fascione che si sovrappone al sottopancia. Il cavallo ha la tipica struttura slanciata del purosangue, collo arcuato e lungo, testa piccola. Il quadro è datato intorno al 1740.

Philibert Benoît de La Rue Monsieur de Nestier, écuyer ordinario della grande scuderia del Re, (stampa di Jean Daullé), 1753 © British Museum - Londra

Questo quadro è considerato l’emblema
dell’assetto accademico classico
Philibert Benoît de La Rue, Monsieur de Nestier,
écuyer ordinario della grande scuderia del Re,
(stampa di Jean Daullé), 1753
© British Museum – Londra

Basta un semplice confronto con altri ritratti equestri dell’epoca, perché il rilievo storico del quadro di Seymour balzi immediatamente agli occhi. Prendiamo, ad esempio, un’immagine celeberrima: quella di Louis Cazeau de Nestier (1684-1754), écuyer della grande scuderia del re, ritratto mentre monta Le Florido nel quadro di Philibert Benoît de La Rue, nel 1751. Questo quadro, reso popolare dall’incisione che ne ricavò Jean Daullé del 1753, è considerato da allora la pietra di paragone dell’assetto classico accademico. In questo caso il cavaliere indossa una marsina con ampi risvolti ai polsi, stivali alti e morbidi, risvoltati alla moschettiera, parrucca e cappello a tricorno. Il cavallo è montato in briglia, con doppia redine, su una sella à la française, con arcione alto, ma paletta bassa. Il cavallo è uno splendido stallone andaluso, dono del re di Spagna a Luigi XV.

I due cavalieri non potrebbero essere più diversi. Nestier è l’emblema dell’equitazione classica settecentesca, mentre il cavaliere ritratto da Seymour sembra un gentleman del secolo successivo. L’abbigliamento, i finimenti e persino il tipo di cavallo del secondo saranno infatti diffusi in tutta Europa proprio nell’Ottocento (gli stivali bicolori, “da caccia” sono usati tutt’oggi). Eppure, se la datazione è esatta, il quadro di Seymour precede di un decennio quello di de La Rue. Questa incongruenza segnala un fenomeno storico interessantissimo, che testimonia, una volta di più, lo stretto legame tra politica, moda ed equitazione. In una parola, dimostra come l’arte equestre non possa venir relegata nell’ambito della mera cultura materiale, ma partecipi a pieno titolo all’evoluzione della storia delle idee e dei costumi.

Nell'Ottocento, l'abbigliamento "all'inglese" sarà di rigore in tutt'Europa Filippo Palizzi, Caccia nella campagna napoletana, 1847 Collezione privata

Nell’Ottocento, l’abbigliamento “all’inglese” divenne di rigore in tutt’Europa
Filippo Palizzi, Caccia nella campagna napoletana, 1847
Collezione privata

È a partire dal XVIII secolo che in Europa va diffondendosi un crescente interesse per le istituzioni inglesi. In un continente ancora dominato dall’assolutismo, gli intellettuali, ma anche parte della nobiltà e, soprattutto, la nascente borghesia, guardavano con curiosità e ammirazione alla monarchia parlamentare inglese. Già nel 1215 la Magna Charta Libertatum aveva imposto una serie di limiti significativi al potere dei sovrani d’oltremanica, che non potevano imporre tasse a loro piacimento, né imprigionare le persone libere senza la sentenza di un giudice. Nel 1689, poi, il Bill of Rights aveva sancito la libertà di parola e di discussione nel Parlamento. Al re veniva inoltre vietato di abolire leggi o imporre tributi senza il consenso del Parlamento, che doveva essere eletto con libere elezioni. Princìpi che oggi possono apparire scontati, ma che all’epoca non lo erano affatto. In quel contesto, le istituzioni inglesi rappresentavano un faro di democrazia e modernità, al quale i regimi assoluti guardavano con sospetto e apprensione, perché accendevano la fantasia e la passione di un numero sempre più grande di loro sudditi. Per altro, le maggiori libertà in Inghilterra si accompagnavano al progresso economico e ben presto gli europei cominciarono a essere attratti non solo dalle istituzioni politiche, ma anche dalla letteratura, dalle arti e dal modo stesso di vivere degli inglesi. Dall’abbigliamento al cibo, dal gioco allo sport l’Inghilterra divenne un modello di modernità da imitare.

James Seymour, Saltando il cancello (datazione ignota) Denver Museum - Berger Collection

In Inghilterra la passione per le corse e la caccia
portò alla selezione di un nuovo tipo di cavalli
James Seymour, Saltando il cancello (datazione ignota)
Denver Museum – Berger Collection

Anche l’equitazione venne investita da questa moda e anzi proprio l’ambito equestre rappresentò il terreno d’elezione per la diffusione del gusto “all’inglese”. Va infatti notato che le differenze rispetto ai modi di vita continentali non riguardavano solo le istituzioni politiche. Anche in campo equestre, in Inghilterra si erano sviluppate pratiche differenti, che progressivamente cominciarono a diffondersi nel vecchio continente. Mentre il resto d’Europa s’appassionava agli esercizi stilizzati del maneggio e alle forme barocche dei cavalli iberici, in Inghilterra, già a partire dal XVII secolo, cresceva parallelamente la passione per le corse di velocità e la caccia. Per queste esigenze, già nel tardo Cinquecento, cominciò la lenta selezione di una nuova razza di cavalli: agili, nevrili, veloci. Il purosangue inglese era meno adatto alla studiata lentezza degli esercizi accademici, ma perfetto per competere col vento sui prati di Newmarket, oppure per affrontare gli ostacoli naturali di cui erano disseminate le tenute inglesi, inseguendo una volpe, o un cervo. In Inghilterra si praticava anche l’equitazione accademica (e gli splendidi disegni di John Vanderbank ce ne danno testimonianza), ma col passare del tempo furono l’equitazione di campagna e soprattutto l’ippica a caratterizzare il mondo equestre inglese.

John Vanderbank, Volte Renversée a mano destra, 1728 © Tate Modern Gallery - Londra

L’equitazione accademica era comunque
praticata anche in Inghilterra
John Vanderbank, Volte Renversée a mano destra, 1728
© Tate Modern Gallery – Londra

In ambito continentale, le corse di cavalli erano relativamente diffuse. In Italia, per esempio, quasi ogni città aveva il suo palio, ma si trattava di competizioni molto differenti da quelle che oggi si tengono negli ippodromi. Nella maggior parte dei casi, si svolgevano all’interno delle città e spessissimo a gareggiare erano cavalli scossi, cioè senza fantino: come nel caso della Corsa dei Barberi che concludeva il Carnevale Romano, oppure il Palio di S. Giovanni a Firenze. Queste competizioni si svolgevano in occasioni di particolari ricorrenze e si collocavano nel solco della tradizione degli antichi cimenti cavallereschi.

David Allan, La mossa della Corsa dei Barberi a Roma, circa 1767-77 © Tate Modern Gallery - Londra

Nell’Europa continentale le corse di cavalli
erano molto diverse da quelle inglesi
David Allan, La mossa della Corsa dei Barberi
a Roma, circa 1767-77
© Tate Modern Gallery – Londra

È però in Inghilterra che le corse assunsero il carattere di sport in senso moderno, con il progressivo precisarsi di una serie di regole, riguardanti l’età dei cavalli, il peso dei fantini e con l’istituzione di premi in denaro per i vincitori. Già Giacomo I (1566-1625) diede impulso alla costruzione delle prime piste da corsa a Newmarket e fu con Carlo II (1630-185) che vennero istituite le corse più prestigiose: la King’s Plate e la Town Plate, alle quali, nel 1744 si aggiunsero altre due gare, finanziate dai commercianti locali e dai proprietari terrieri, con premi di 50 ghinee. Ben presto le corse alimentarono una significativa economia, sia per i premi distribuiti sia, soprattutto, per il volume delle scommesse. Inoltre, incrementarono il commercio dei cavalli e promossero le professioni legate alla cura e al mantenimento di questi animali, a cominciare dal mestiere di fantino. Divennero poi eventi mondani nei quali gli appartenenti al bel mondo si incontravano e le signore e i gentleman sfoggiavano abiti alla moda. La fama di questi avvenimenti, in cui si mescolavano lo sfarzo del bel mondo e la trepidazione della competizione, si diffuse rapidamente nel continente e molti appassionati cominciarono a recarsi in Inghilterra per acquistare cavalli (come nel caso del poeta italiano Vittorio Alfieri, al quale abbiamo dedicato recentemente un articolo in due puntate, che potete leggere cliccando su questo link).

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Peter Tillemans, Alla partenza della King's Plate a Newmarket, ca 1725 © Yale Center for British-Art - Paul Mellon Collection

Le corse di cavalli divennero ben presto eventi mondani
Peter Tillemans, Alla partenza della King’s Plate a Newmarket, 1725ca
© Yale Center for British-Art – Paul Mellon Collection

BIBLIOGRAFIA

GRAF, Arturo, L’anglomania e l’influsso inglese in Italia nel XVIII secolo, Torino, E. Loscher, 1911.

ROCHE, Daniel, La culture des apparences, Paris, Fayard, 1989 (Il linguaggio della moda. Alle origini dell’industria dell’abbigliamento, Torino, Einaudi, 1991)

ROCHE, Daniel, La gloire et la puissance. Histoire de la culture équestre XVIe-XIXe siècle, Paris, Fayard, 2011.

Senza cavalli non son neppur mezzo. La passione equestre di Vittorio Alfieri. Parte 2

François-Xavier Fabre, Vittorio Alfieri e la Contessa Luisa Stolberg d' Albany, 1796 Palazzo Madama - Torino

François-Xavier Fabre, Vittorio Alfieri e la Contessa Luisa Stolberg d’ Albany, 1796
Palazzo Madama – Torino

di Giovanni Battista Tomassini

Nella prima parte di questo articolo abbiamo scoperto la grande passione di Vittorio Alfieri per i cavalli e l’equitazione, ripercorrendo i suoi esordi in campo equestre, le sue prime imprese (equestri e mondane) in Inghilterra e l’acquisto di due magnifici cavalli andalusi, durante un viaggio in Spagna.

Rientrato in Italia, dopo diversi anni trascorsi viaggiando in lungo e in largo per l’Europa, Alfieri cominciò a manifestare interesse per la poesia e ad abbozzare le prime opere letterarie. A quell’epoca, il lusso di mantenere i suoi amati cavalli gli appariva in contrasto con la sua vocazione di scrittore. Nel 1773 ne possedeva addirittura dodici:

Intanto per allora la divagazione somma e continua, la libertà totale, le donne, i miei ventiquattro anni, e i cavalli di cui avea spinto il numero sino a dodici e più, tutti questi ostacoli potentissimi al non far nulla di buono, presto spegnevano od assopivano in me ogni qualunque velleità di divenire autore (ALFIERI, 1967, p. 135).

Ben presto però un nuovo innamoramento lo distrasse dalla poesia e dai cavalli. L’amore per Gabriella Falletti, moglie di Giovanni Antonio Turinetti, marchese di Piero, fu per Alfieri come una lunga malattia, fatta di temporanee guarigioni e ineluttabili ricadute. Alla fine, nel 1775, riuscì finalmente a liberarsene imboccando decisamente la strada dell’arte, ma anche lenendo le ferite del corpo e dello spirito con l’equitazione.

Andava bensì cavalcando nei luoghi solitari, e questo soltanto mi giovava un poco si allo spirito che al corpo (ALFIERI, 1967, p. 143).

Théodore GÉRICAULT, Cavallo inglese nella stalla, 1810-12 Musée du Louvre - Paris

Nel 1783, Vittorio Alfieri si recò per la seconda volta in Inghilterra,
dove acquistò numerosi cavalli
Théodore Géricault, Cavallo inglese nella stalla, 1810-12
Musée du Louvre – Paris

Negli anni successivi, Alfieri compì diversi viaggi in Toscana, per impararvi, lui piemontese, l’italiano. Infine, nel 1778, decise di stabilirsi definitivamente in quel paese e di dedicarsi interamente all’attività letteraria. A questo scopo, decise anche di donare i propri beni alla sorella, garantendosi una rendita. Nell’attesa che la donazione si perfezionasse, Alfieri fantasticava sul suo futuro, risoluto a tagliare ogni legame con il proprio paese d’origine e a dedicarsi alla letteratura, anche a costo di affrontare lo spettro della povertà. E anche in queste sue elucubrazioni, i cavalli avevano la loro parte:

In quei deliri di fantasia, l’arte che mi si presentava come la più propria per farmi campare, era quella del domacavalli, in cui sono o mi par d’essere maestro; ed è certamente una delle meno servili. Ed anche mi sembrava che questa dovesse riuscirmi la più combinabile con quella di poeta, potendosi assai più facilmente scriver tragedie nella stalla che in corte. (ALFIERI, 1967, p. 184)

George Stubbs, Ritratto di Joseph Smyth Esquire montato su un cavallo grigio pomellato, 1762-64 Fitzwilliam Museum - Cambridge

A partire dalla seconda metà del XVIII secolo, il purosangue inglese divenne la razza più alla moda
George Stubbs, Ritratto di Joseph Smyth Esquire su un cavallo grigio pomellato, 1762-64
Fitzwilliam Museum – Cambridge

Non appena ebbe perfezionato la donazione dei suoi beni e l’operazione finanziaria che doveva garantirgli un vitalizio, tornò subito a rifornire la sua scuderia. Da qualche tempo aveva avviato una nuova relazione con un’altra donna sposata, Luisa di Stolberg-Gedern, contessa d’Albany, animatrice d’uno dei più vivaci salotti letterari della sua epoca, che gli restò accanto per tutta la vita e anche dopo (è infatti sepolta accanto al poeta, nella chiesa di Santa Croce a Firenze).

Agli inizi della loro relazione, però, il fatto che la contessa d’Albany fosse sposata, imponeva ai due amanti lunghi periodi di separazione. E proprio per sfuggire al tedio di uno di questi momenti di distacco, nel 1783 Alfieri intraprese un nuovo viaggio in Francia e Inghilterra, al quale è legata la più memorabile delle sue imprese equestri. A Londra, infatti, Alfieri si proponeva di comprare dei cavalli inglesi, che all’epoca erano sempre più apprezzati e, da lì a pochi anni, sarebbero diventati i cavalli più alla moda.

Giunto in Londra, non trascorsero otto giorni, ch’io cominciai a comprar dei cavalli; prima un di corsa, poi due di sella, poi un altro, poi sei da tiro, e successivamente essendomene o andati male o morti vari polledri, ricomprandone due per un che morisse, in tutto il marzo dell’anno ‘84, me ne trovai rimanere quattordici. (ALFIERI, 1967, p. 216)

George Stubbs, Fattrici e puledri, 1762 Collezione privata

Oltre a cavalli da sella, da corsa e da tiro, in Inghilterrà Alfieri acquisto anche alcuni puledri
George Stubbs, Fattrici e puledri, 1762
Collezione privata

Trascorsi circa quattro mesi, quando ormai era già il 1784, per Alfieri e per la sua mandria venne il momento di tornare in Italia. Un viaggio che all’epoca era già di per sé assai avventuroso. Figuriamoci a doverlo fare con quattordici cavalli al seguito!

Avviatomi nell’aprile con quella numerosa carovana, venni a Calais, poi a Parigi di nuovo, poi per Lione e Torino mi restituii in Siena. Ma molto è più facile e breve il dire per iscritto tal gita, che non l’eseguirla, con tante bestie. Io provava ogni giorno, ad ogni passo, e disturbi e amarezze, che troppo mi avvelenavano il piacere che avrei avuto della mia cavalleria. Ora questo tossiva, or quello non volea mangiare: l’uno azzoppiva, all’altro si gonfiavan le gambe, all’altro si sgretolavan gli zoccoli, e che so io; egli era un oceano continuo di guai, ed io n’era il primo martire. (ALFIERI, 1967, p. 217)

András Markò, Paesaggio italiano con cavalli al galoppo, 1871 Collezione privata

Nella primavera del 1784, Alfieri attraversò l’Europa con i suoi cavalli inglesi, per portarli in Italia
András Markò, Paesaggio italiano con cavalli al galoppo, 1871
Collezione privata

La prima difficoltà fu traghettarli al di là della Manica. All’affezionato padrone si stringeva il cuore a vederli stipati nella nave, “avviliti e sudicissimi”, e poi, una volta giunti a Calais, calati in mare con un paranco, perché a causa della marea, non si poteva approdare sino all’indomani. Il viaggio poi proseguì attraverso Parigi, Amiens e Lione. Ma la vera impresa fu il passaggio delle Alpi, attraverso il valico del Moncenisio. All’epoca la strada era assai impervia e a tratti pericolosa. Per questo, Alfieri organizzò la spedizione molto accuratamente e senza badare a spese.

Io presi dunque in Laneborgo un uomo per ciascun cavallo, che lo guidasse a piedi per la briglia cortissimo. Ad ogni tre cavalli, che l’uno accodato all’altro salivano il monte bel bello, coi loro uomini, ci avea interposto uno dei miei palafrenieri che cavalcando un muletto invigilava su i suoi tre che lo precedevano. E così via via di tre in tre. In mezzo poi della marcia stava il maniscalco di Laneborgo con chiodi e martello, e ferri e scarpe posticce per rimediare ai piedi che si venissero a sferrare, che era il maggior pericolo in quei sassacci. Io poi, come capo dell’espedizione, veniva ultimo, cavalcando il più piccolo e il più leggiero de’ miei cavalli, Frontino, e mi tenea alle due staffe due aiutanti di strada, pedoni sveltissimi, ch’io mandava dalla coda al mezzo o alla testa, portatori de’ miei comandi. Giunti in tal guisa felicissimamente in cima del Monsenigi, quando poi fummo allo scendere in Italia, mossa in cui sempre i cavalli si sogliono rallegrare, e affrettare il passo, e sconsideratamente anco saltellare, io mutai di posto, e sceso di cavallo mi posi in testa di tutti, a piedi, scendendo ad oncia ad oncia; e per maggiormente anche ritardare la scesa, avea posti in testa i cavalli i più gravi e più grossi; e gli aiutanti correano intanto su e giù per tenerli tutti insieme senza intervallo nessuno, altro che la dovuta distanza. Con tutte queste diligenze mi si sferrarono nondimeno tre piedi a diversi cavalli, ma le disposizioni eran sì esatte, che immediatamente il maniscalco li poté rimediare, e tutti giunsero sani e salvi alla Novalesa, coi piedi in ottimo essere, e nessunissimo zoppo. (ALFIERI, 1967, p. 218-219)

John Wotton, Lady Mary Churchill alla caccia alla lepre, 1748 Tate Modern Gallery - Londra

Per le loro doti di velocità e resistenza, i cavalli inglesi si affermarono
ben presto come i migliori cavalli da caccia
John Wotton, Lady Mary Churchill alla caccia alla lepre, 1748
Tate Modern Gallery – Londra

Con grande autoironia, Alfieri scrive che di quest’impresa si “teneva poco meno che Annibale per averci un poco più verso il mezzogiorno fatto traghettare i suoi schiavi e elefanti” (ALFIERI, 1967, p. 218-219). Allo stesso modo ammetteva la “stravagante vanità” di gonfiarsi d’orgoglio ogni volta che qualche intenditore gli faceva i complimenti per la bellezza dei suoi esemplari. Così come accadde durante il suo soggiorno a Pisa, nel 1785, quando assistette al Gioco del Ponte, quindi alla “luminara” per la festa di San Ranieri (16 giugno) e partecipò alle pubbliche celebrazioni per la visita del re e della regina di Napoli (Ferdinando I di Borbone e Maria Carolina d’Asburgo-Lorena), in visita al Granduca Leopoldo.

La mia vanaglorietta in quelle feste rimase bastantemente soddisfatta, essendomi io fatto molto osservare a cagione de’ miei be’ cavalli inglesi, che vincevano in mole, bellezza e brio quanti altri mai cavalli vi fossero capitati in codest’occasione. (ALFIERI, 1967, p. 234)

La conclusione dello scrittore è però amara. Perché quell’ingenuo orgoglio s’accompagnava alla consapevolezza che in Italia gli era assai più facile essere notato e riconosciuto perché sfoggiava un bene di lusso, come erano i suoi cavalli, piuttosto che per i suoi meriti letterari. Tutto sommato, da allora le cose non sembrano molto cambiate.

John Wotton, La caccia del Visconte Weymouth: Mr Jackson, Henry Villiers e Thomas Villiers, con cacciatori e segugi 1733-6 Tate Modern Gallery - Londra

I cavalli inglesi erano molto apprezzati perché più alti e briosi
della media dei cavalli dell’epoca
John Wotton, La caccia del Visconte Weymouth: Mr Jackson, Henry Villiers e Thomas Villiers, con cacciatori e segugi, 1733-6, Tate Modern Gallery – Londra

Bibliografia

Vittorio ALFIERI, Vita, a cura di G. Dossena, Torino, Einaudi, 1981.

Senza cavalli non son neppur mezzo. La passione equestre di Vittorio Alfieri. Parte 1

François-Xavier Fabre, Ritratto di Vittorio Alfieri, 1793, Museo degli Uffizi - Firenze

François-Xavier Fabre, Ritratto di Vittorio Alfieri, 1793
Museo degli Uffizi – Firenze

di Giovanni Battista Tomassini

Vista la perversa fantasia di chi stila i programmi ministeriali, non so dire se oggi a scuola lo studino ancora. A esser sinceri, a me, al liceo, fecero di tutto per rendermelo antipatico. Me lo raccontarono come il poeta dalla volontà eroica, impettito nella posa del fiero oppositore di ogni tirannide, autore di indigeribili tragedie in versi. Fu, per fortuna, all’università che scoprii che Vittorio Alfieri, uno dei maggiori poeti italiani del Settecento, ebbe una vita molto più interessante e avventurosa di quella che immaginavo. Soprattutto, leggendo la sua bella autobiografia, Vita di Vittorio Alfieri da Asti, scritta da esso (pubblicata postuma nel 1806), scoprii la sua viscerale passione per i cavalli. È chiaro che questo contribuì in modo determinante a farmi cambiare opinione su di lui.

I tanti aneddoti di argomento equestre disseminati nel corso della sua esistenza sono molto interessanti e divertenti, non solo perché rivelano l’inclinazione per i cavalli d’un grande della nostra letteratura, ma soprattutto perché testimoniano l’importanza del cavallo nel costume e nella cultura dell’epoca.

Pietro Longhi, Passeggiata a cavallo, 1755-60 Museo del Settecento, Ca Rezzonico - Venezia

Alfieri cominciò a praticare l’equitazione all’età di quattordici anni.
Pietro Longhi, Passeggiata a cavallo, 1755-60
Museo del Settecento, Ca’ Rezzonico – Venezia

Figlio del conte di Cortemilia, Vittorio nacque nel 1749 e perse entrambe i genitori quando era ancora giovanissimo. Nel 1763, alla morte dello zio che gli aveva fatto da tutore e che gliene aveva sempre negato il permesso, Alfieri riuscì finalmente a coronare il sogno di “andare alla Cavallerizza”, che aveva sempre desiderato “ardentissimamente”. Il priore dell’Accademia Reale di Torino, presso la quale il giovane conte stava compiendo i propri studi, conoscendo la sua “smaniosa brama” di imparare a cavalcare gli propose l’equitazione come premio, se avesse scelto di proseguire all’Università. Alfieri accettò senza indugio e si diede subito da fare per superare l’esame.

Divenni dunque, io non so come in meno di un mese maestro matricolato dell’Arti, e quindi inforcai per la prima volta la schiena di un cavallo: arte, nella quale divenni poi veramente maestro molti anni dopo. Mi trovavo allora essere di statura piuttosto piccolo e graciletto, e di poca forza nei ginocchi che sono il perno del cavalcare; con tutto ciò la volontà e la molta passione supplivano alla forza, e in breve ci feci dei progressi bastanti, massime nell’arte della mano, e dell’intelletto reggenti d’accordo, e nel conoscere e indovinare i moti e l’indole della cavalcatura. A questo piacevole e nobilissimo esercizio io fui debitore ben tosto della salute, della cresciuta, e d’una certa robustezza che andai acquistando a occhio vedente, ed entrai si può dire in una nuova esistenza. (ALFIERI, 1967, p. 50)

Entrato finalmente in possesso dei suoi beni, il giovane conte si diede alla bella vita e in compagnia dei rampolli d’altre famiglie nobili passava il tempo facendo gran cavalcate su animali di poco pregio, presi in affitto. A seguito del matrimonio della sorella Giulia, nel 1764, Alfieri ottenne una più ampia facoltà di spendere il proprio denaro. Decise così d’acquistare il suo primo cavallo.

Era questo cavallo un bellissimo sardo, di mantello bianco, di fattezze distinte, massime la testa, l’incollatura ed il petto. Lo amai con furore, e non me lo rammento mai senza una vivissima emozione. La mai passione per esso andò al segno di guastarmi la quiete, togliermi la fame ed il sonno, ogni volta che egli aveva alcuno incomoduccio; il che succedeva molto spesso, perché egli era molto ardente e delicato ad un tempo; e quando poi l’avevo tra le gambe, il mio affetto non mi impediva di tormentarlo e malmenarlo anche tal volta quando non voleva fare a modo mio. (ALFIERI, 1967, p. 54)

George STUBBS, William Anderson con due cavalli da sella, 1793 Royal Collection - Windsor

Nel 1768, Alfieri si recò per la prima volta in Inghilterra
e fu subito colpito dalla bellezza dei cavalli ingles.i
George STUBBS, William Anderson con due cavalli da sella, 1793
Royal Collection – Windsor

Nel 1768 Alfieri si recò per la prima volta in Inghilterra e di quel paese gli piacquero subito «le strade le osterie, i cavalli e le donne» (ALFIERI, 1967, p. 83). In quegli anni, in tutt’Europa andava diffondendosi un crescente interesse per le istituzioni, la cultura e la moda inglesi, sentite come un modello di modernità e progresso. Una vera e propria “anglomania”, che investì anche l’ambito equestre e che di lì a qualche decennio portò all’affermarsi del purosangue inglese come razza più apprezzata e al diffondersi di nuove tecniche equestri, come il trotto sollevato, detto appunto all’inglese.

In occasione del secondo soggiorno in Inghiterra, Alfieri ebbe una tumultuosa relazione con la moglie del Visconte Ligonier,Joshua Reynolds, Lord Ligonier, 1760© Tate Modern Gallery - Londra

In occasione del secondo soggiorno in Inghiterra, Alfieri ebbe una tumultuosa relazione con la moglie del Visconte Ligonier.
Joshua Reynolds, Lord Ligonier, 1760
© Tate Modern Gallery – Londra

Dopo aver viaggiato in vari paesi europei, nel 1771 Alfieri tornò in Inghilterra e qui si innamorò perdutamente di Penelope Pitt, moglie del visconte Edward Ligonier. Un amore appassionato e contrastato, per una donna bellissima, che il giovane conte italiano visse con trasporto romantico, dando sfogo al suo cuore in tumulto cimentandosi nelle più spericolate imprese equestri. Una mattina, trovandosi a cavallo in compagnia d’un amico, , a dispetto delle proteste e degli ammonimenti del suo accompagnatore, decise di saltare la staccionata che divideva un prato dalla strada. Al primo tentativo, però, il cavallo urtò la barriera e cadde a terra insieme al cavaliere, rimbalzando poi in piedi. Lì per lì al giovane scavezzacollo sembrò di non essersi fatto nulla. Saltò di nuovo in sella e, ignorando le urla del suo compagno, riportò il cavallo al galoppo sull’ostacolo, questa volta superandolo. Non godette però a lungo di quel trionfo. A poco a poco cominciò ad avvertire un dolore sempre più forte alla spalla sinistra. La via del ritorno gli parve interminabile. A casa, il chirurgo penò e lo fece penare a lungo per risistemargli la clavicola spezzata. L’amore per la lady finì con un duello e un pubblico scandalo. Il giovane appassionato patì il disinganno di scoprire che prima di lui la bella intrigante aveva avuto come amante un palafreniere e di vedere la vicenda gettata in pasto alle gazzette.

Thomas Gainsborough, Penelope Pitt, Viscontessa Ligonier, 1770 The Huntingto Library, San Marino - California

La relazione di Alfieri con Penelope Pitt
si concluse con un pubblico scandalo
Thomas Gainsborough, Ritratto di Penelope Pitt, 1770.
© The Huntington Library, San Marino – California

Ripreso il viaggio, Alfieri passò in Olanda, Francia e quindi in Spagna, dove subito acquistò nuove cavalcature.

Alcuni giorni dopo essere arrivato a Barcellona, siccome i miei cavalli inglesi erano rimasti in Inghilterra, venduti tutti fuorché il bellissimo lasciato in custodia al marchese Caraccioli; e siccome io senza cavalli non son neppur mezzo, subito comprai due cavalli, di cui uno d’Andalusia della razza dei certosini di Xerez, stupendo animale, castagno d’oro; l’altro una hacha cordovese, più piccolo, ma eccellente, e spiritosissimo. Dacché era nato sempre avea desiderato cavalli di Spagna , che difficilmente si possono estrarre: onde non mi parea vero di averne due sì belli (ALFIERI, 1967, p.123).

Ginés Andrés De Aguirre, Mercato di cavalli, secolo XVIII Museo del Prado - Madrid

In Spagna, nel 1771, Alfieri acquistò due cavalli:
un cordovese e un certosino di Jerez.
Ginés Andrés De Aguirre, Mercato di cavalli, secolo XVIII
© Museo del Prado – Madrid

E il suo amore per il bel cavallo certosino di Jerez era tale che, messosi in strada per Saragozza e Madrid:

Quasi tutta la strada soleva farla a piedi col mio bell’Andaluso accanto, che mi accompagnava come un fedelissimo cane, e ce la discorrevamo fra noi due; ed era il mio gran gusto d’ essere solo con lui in quei vasti deserti dell’Aragona (ALFIERI, 1967, p. 124).

Dopo quasi un anno, il viaggio volse finalmente al termine. Ritornato a Barcellona, Alfieri dovette separarsi dal suo splendido andaluso, con il quale aveva viaggiato per oltre trenta giorni consecutivi, provenendo da Cadice. Essendo “nemicissimo del vendere” i propri cavalli decise di regalarli entrambi: il cordovese alle figlie di un’ostessa “molto belline”, il certosino a un banchiere francese, che abitava a Barcellona, con il quale aveva fatto amicizia già all’epoca del suo primo soggiorno nella città catalana.

continua >

BIBLIOGRAFIA

Vittorio ALFIERI, Vita, a cura di G. Dossena, Torino, Einaudi, 1981.