Il viaggio di Dom Duarte

Galvao de Andrade, Arte de Cavalaria de gineta e estardaiota, 1678

Galvao de Andrade, Arte de Cavalaria de gineta e estardaiota, 1678

di Giovanni Battista Tomassini

Quando nel 1820, José Xavier Dias da Silva scoprì che un grande volume in folio conservato nella Biblioteca Reale di Parigi conteneva due opere manoscritte, sino ad allora sconosciute, del re Edoardo I del Portogallo (1391-1438), non si rese subito conto d’aver portato alla luce un tesoro inestimabile della letteratura equestre mondiale. In quel codice, rilegato in marocchino, era infatti contenuto il più antico libro sull’equitazione pervenuto sino a noi, dopo quello di Senofonte. Fino a quel momento, il primato era attribuito a Gli ordini di cavalcare, il trattato che il gentiluomo napoletano Federico Grisone aveva fatto stampare a Napoli, nel 1550. La scoperta di da Silva dimostrava invece che più di un secolo prima l’undicesimo re del Portogallo e dell’Algarve e secondo signore di Ceuta, noto anche come Edoardo il filosofo, o l’eloquente, per la sua passione per le lettere, aveva scritto un’opera dedicata “all’arte di cavalcare con qualsiasi tipo di sella”, intitolata appunto Livro da ensinança de bem cavalgar toda sella. Nel manoscritto parigino, il trattato equestre era preceduto da un’altra opera di mano del sovrano: O leal Conselheiro, in cui il sovrano portoghese esponeva considerazioni di carattere filosofico e illustrava modelli di comportamento.

Un’opera originale

Non solo il libro di Dom Duarte (1391-1438) è il primo libro dedicato interamente all’equitazione scritto in epoca ormai moderna, ma è anche un’opera originalissima che, invece di incentrarsi sulla tecnica equestre, approfondisce la psicologia del cavaliere, offrendo allo stesso tempo una panoramica molto interessante sulle pratiche equestri in epoca tardo medievale. Una particolarità che fa di questo libro – nella bella definizione che ne dà lo studioso portoghese Carlos Henriques Pereira – «la prima pagina della storia della psicologia applicata agli sport equestri e verosimilmente della pedagogia dello sport in generale» (PEREIRA, 2009, p. 141).

Edoardo I del Portogallo nacque nel 1391 e morì di peste nel 1438 (Bernardo de Brito, Elogios dos Reis de Portugal com os mais verdadeiros retratos que se puderaõ achar, 1603)

Edoardo I del Portogallo nacque nel 1391
e morì di peste nel 1438
(Bernardo de Brito, Elogios dos Reis de Portugal
com os mais verdadeiros retratos
que se puderaõ achar, 1603)

Innanzitutto, l’autore elenca e analizza i vantaggi che all’epoca derivavano dall’essere un provetto cavaliere: se ne guadagna prestigio sociale, infonde coraggio, ricrea lo spirito, è utile in guerra e nella caccia. Inoltre, un buon cavaliere è sempre pronto a venire in soccorso del proprio sovrano e da ciò gli possono derivare molti benefici e onori.

Sono sicuro – scrive Dom Duarte – che tutti i cavalieri e gli scudieri debbano voler eccellere nell’arte di cavalcare, poiché saranno molto stimati da tutti per tale abilità (DOM DUARTE, p. 6).

Tre sono i requisiti che il cavaliere deve avere per eccellere: per prima cosa la volontà, quindi i mezzi economici, per acquistare buoni cavalli e poi prendersene adeguatamente cura, infine la conoscenza, che permette di scegliere gli animali migliori e di valorizzarne i pregi e correggerne i difetti.

Per Dom Duarte, la prima virtù di un cavaliere  è sapersi mantenere solido in sella in qualsiasi circostanza (Galvao de Andrade, Arte de Cavalaria de gineta e estardiota, 1678)

Per Dom Duarte, la prima virtù di un cavaliere
è sapersi mantenere solido in sella in qualsiasi circostanza
(Galvao de Andrade, Arte de Cavalaria de gineta e estardiota, 1678)

La più importante qualità che distingue un buon cavaliere è, secondo Dom Duarte, la capacità di tenersi ben solido in sella, in qualsiasi circostanza. Subito dopo però viene il non aver paura di cadere, mantenendo un’adeguata fiducia in se stesso e nell’animale, su qualsiasi terreno cavalchi. Questa sicurezza può e deve essere acquisita attraverso un processo di maturazione spirituale del cavaliere: infatti,

sebbene comunemente si ritenga che noi non possiamo cambiare la nostra natura, io credo che gli uomini possano migliorarsi enormemente, sotto la guida di Dio, correggendo le proprie debolezze e aumentando le proprie virtù (DOM DUARTE, p. 45).

Il primo modo per vincere la paura, dice Duarte, è la conoscenza:

nel cavalcare, come in ogni cosa che vogliamo fare, se la paura ci rende incapaci di eccellere, noi dobbiamo innanzitutto imparare come fare bene; e se impariamo come comportarci, acquisiremo la sicurezza necessaria per vincere la paura (DOM DUARTE, p. 45).

Dom Duarte è il primo che illustra la tecnica dell’equitazione “a la gineta” (Pirro Antonio Ferraro, Cavallo frenato, 1602)

Dom Duarte è il primo che illustra
la tecnica dell’equitazione “a la gineta”
(Pirro Antonio Ferraro, Cavallo frenato, 1602)

Equitazione “a la brida” e “a la gineta”

Quanto alla tecnica equestre, Dom Duarte indica diversi modi di cavalcare, sostanzialmente contrapponendo le diverse tecniche della cosiddetta equitazione “a la brida”, in cui il cavaliere montava mantenendo le gambe distese, e la tecnica cosiddetta “a la gineta”, caratterizzata invece dal fatto che il cavaliere montava con le staffe più corte e le gambe piegate.

L’equitazione “a la brida” era la tecnica tipica della cavalleria pesante, caratterizzata dalla staffatura lunga. Dom Duarte distingueva due modi differenti: il primo consisteva nel ben inforcarsi sulla sella, portando i piedi in avanti; il secondo, invece, nel montare in piedi sulle staffe, senza mai sedersi. Per facilitare questa seconda modalità le staffe venivano allacciate l’una all’altra con una correggia, sotto il ventre del cavallo, perché non si divaricassero. L’uso di montare in piedi era secondo Dom Duarte più antico e prescriveva al cavaliere di tenere le gambe perfettamente dritte sotto di sé. Entrambe queste tecniche servivano a facilitare il cavaliere nel maneggiare la lancia. 

L’altra tecnica descritta da Dom Duarte e la cosiddetta equitazione “a la brida” (Pierre de la Noue, La Cavalerie Française et Italienne, 1620)

L’altra tecnica descritta da Dom Duarte
è la cosiddetta equitazione “a la brida”
(Pierre de la Noue, La Cavalerie Française
et Italienne, 1620)

Nell’equitazione “a la gineta” invece le staffe venivano portate più corte, consentendo al cavaliere un contatto più immediato e preciso degli “aiuti inferiori” con i fianchi del cavallo. Secondo Dom Duarte, questo stile prescriveva al cavaliere di sedere “nel mezzo della sella”, quindi senza avvalersi del sostegno degli arcioni e di portare i piedi saldamente appoggiati sulle staffe, con i talloni leggermente bassi. I morsi impiegati in questo tipo di equitazione erano identici a quelli tutt’ora usati in Nord Africa, mentre le selle, anche quelle di chiara derivazione araba, ricordavano la “silla vaquera” ancora oggi in uso in Spagna. L’equitazione “a la gineta” era inoltre (ed è tuttora) la tecnica di base della corrida a cavallo. La staffatura più corta consente infatti arresti e partenze rapidi e repentini cambi di direzione, essenziali nella lotta con il toro.

Il libro di Dom Duarte e l’Italia

Dopo la sua scoperta, gli studiosi hanno continuato a interrogarsi su quale percorso il manoscritto di Dom Duarte abbia seguito per approdare infine alla Biblioteca Reale (oggi Nazionale) di Parigi. Le più antiche attestazioni del volume in Francia, lo collocano alla metà del Cinquecento nella Biblioteca di Blois, di proprietà dei duchi di Orléans. Nel 1544, questa raccolta di libri confluì nella Biblioteca Reale costituita da Francesco I (1494-1547) a Fontainbleau, poi trasferita a Parigi, alla fine del regno di Carlo IX (1560-1574).

Il miglior modo per vincere la paura di cadere, dice Dom Duarte, è la conoscenza (Galvao de Andrade, Arte de Cavalaria de gineta e estardiota, 1678)

Il miglior modo per vincere la paura di cadere, dice Dom Duarte, è la conoscenza
(Galvao de Andrade, Arte de Cavalaria de gineta e estardiota, 1678)

Gli studiosi considerano ormai praticamente certo che dell’opera del re portoghese esistesse una sola copia. Probabilmente venne portata in Spagna dalla vedova di Duarte, Eleonora d’Aragona (1400/2-1445), quando lasciò il regno del Portogallo nel 1440. L’ipotesi ormai più accreditata è che il manoscritto entrò successivamente in possesso dei fratelli di donna Leonor, gli infanti d’Aragona, Henrique e Joao, o perché lei glielo vendette (cosa probabile, vista la sua situazione economica), oppure perché lo ereditarono alla sua morte. Appartenendo ormai alla corte aragonese, il manoscritto passò quindi alla Biblioteca dei Re Aragonesi a Napoli. Lo dimostra la presenza nell’angolo destro in basso dell’ultimo foglio scritto del testo di una sigla presente su altri manoscritti sicuramente appartenuti alla biblioteca aragonese di Napoli. La collezione di libri napoletana – che raccoglieva il prezioso fondo creato da Alfonso I (1435-1458) e Ferdinando I (1458-1494), entrambi appassionati bibliofili – passò quindi a Blois probabilmente dopo l’effimera conquista di Napoli da parte di Carlo VIII (febbraio 1495), o forse dopo la vendita fatta a Luigi XII (1462-1515) da Isabella, vedova dell’ultimo re aragonese di Napoli, Federico I, che morì esule in Francia nel 1504. Sta di fatto, che il primo trattato d’equitazione scritto in epoca moderna, passò dal Portogallo alla Spagna, quindi sostò a Napoli, per proseguire poi verso la Francia, unendo in un percorso ideale, oltre che materiale, alcune delle nazioni che maggiormente hanno contribuito allo sviluppo della cultura equestre europea, tra il XV e il XVIII secolo.

(Questo articolo è apparso sul primo numero Lusitano Magazine, rivista dall’AICL, Associazione Italiana del Cavallo Lusitano)

Il morso “a la gineta” era identico ai morsi tuttora in uso in Nord Africa (Pedro Fernandez de Andrade, Libro de la Gineta de Espana, 1599)

Il morso “a la gineta” era identico
ai morsi tuttora in uso in Nord Africa
(Pedro Fernandez de Andrade, Libro de la Gineta
de Espana, 1599)

Bibliografia

CASTRO, Maria H. L., “Leal Conselheiro”: itinerário do manuscrito, “Penélope”, Lisboa, n. 16, 1995. p. 109-124.

DOM DUARTE The Royal Book of Jousting, Horsemanship and Knightly Combat. A translation into English of King’Dom Duarte’s 1438 Treatise Livro da Ensinança de Bem Cavalgar Toda Sela, by Antonio Franco Preto, ed. by S. Mulhberger, Higland Village, The  Chivalry Bookshelf,  2005.

PEREIRA, Carlos Henriques, Le traité du roi D. Duarte: l’équitation portugaise a l’aube de la Reinassance, in AA. VV. , Les Arts de l’équitation dans l’Europe de la Reinassance. VIIe colloque de l’Ecole nationale d’équitation au Chateau d’Oiron (4 et 5 octobre 2002), Arles, Actes Sud, 2009, pp. 140 – 150.

Edizioni moderne

Purtroppo non esiste una traduzione italiana del libro di Dom Duarte. I lettori interessati possono leggere la buona traduzione francese a cura di Anne-Marie Quint e Carlos Pereira, Le traité des équitations: Livre qui enseigne à bien pratiquer toute équitation (Actes Sud Editions, 216, € 29), oppure la recente traduzione in inglese di Jeffrey L. Forgeng, The Book of Horsemanship by Duarte I of Portugal (Boydell Press, 2016, € 30,12). Chi ha familiarità con il portoghese trova infine online l’edizione del 1854 seguendo questo link: Leal conselheiro, o qual fez Dom Duarte: seguido do Livro da ensinanca de bem cavalgar toda sella.

Istantanee di un cavaliere medievale. Mastino II della Scala e l’assetto “a la brida”

Statua equestre di Mastino II della Scala (prima del 1351) Museo civico di Castelvecchio Verona

Statua equestre di Mastino II della Scala (prima del 1351)
Museo civico di Castelvecchio
Verona

di Giovanni Battista Tomassini

Quando, nel 1329, Mastino II della Scala ereditò, insieme al fratello Alberto, la signoria di Verona dallo zio Cangrande la fortuna degli Scaligeri era al suo apice. Giovane e ambizioso, Mastino II (1308-1351) volle ulteriormente ampliare i domini veronesi, dimostrando coraggio e valore militare, ma non altrettanta prudenza e capacità diplomatiche del suo predecessore. La sua brama di conquista finì, infatti, per metter in allarme le altre potenze italiane, che si coalizzarono contro di lui e lo sconfissero ripetutamente. Riuscì a salvare la sua signoria ma, dopo dieci anni dal suo avvento al potere, i suoi domini si ridussero alle sole Verona e Vicenza. Alla sua morte, nel 1351, fu inumato in una splendida tomba gotica, nel complesso funerario delle cosiddette Arche Scaligere, accanto alla Chiesa di Santa Maria Vecchia. La tomba è coronata da una celebre statua equestre, il cui originale è conservato, dal 1986, nel Museo di Castelvecchio a Verona.

3 - Scudo

L’elmo con la testa di cane evoca i guerrieri cinocefali longobardi. Le ali d’aquila invece distinguono la dignità
di vicario imperiale

La statua, realizzata da autore anonimo, intorno al 1350, da un unico blocco di pietra gallina, ritrae il signore e condottiero nell’attimo che precede l’assalto in un duello. Il cavaliere è armato di lancia e scudo, protetto da un usbergo, vale a dire da una tunica di maglia metallica, da schinieri, cosciali, guanti e da un elmo, in forma di mastino alato. Il cavallo è interamente ricoperto da una voluminosa gualdrappa damascata, sulla quale è riportato lo stemma dei Della Scala (una scala d’argento in campo rosso), sia sul collo che sui piatti delle guance. La testiera è sormontata da un elmo con testa di cane analogo a quello del cavaliere.

2 - Usbergo

Il cavaliere è protetto da un usbergo, vale a dire da una tunica di maglia metallica, e da schinieri, cosciali e guanti

L’estremo realismo e la precisione nei dettagli del ritratto ci offre la possibilità di osservare da vicino l’assetto di un cavaliere medievale. In particolare, di vedere rappresentato uno dei modi di montare a cavallo tipici dell’epoca, che troviamo descritto nel libro del re portoghese Dom Duarte (1391-1438), Livro da ensinança de bem cavalgar toda sela (alle diverse tecniche equestri in uso nel tardo Medioevo e nel Rinascimento è dedicato un precedente articolo di questo blog: per leggerlo vi basta clickare su questo link: “A la brida” e “a la gineta”).

4 - Arme

Lo stemma dei Della Scala era effigiato sulla gualdrappa del cavallo, sulla sella e sulla cotta d’arme del cavaliere

Mastino II cavalca stando praticamente in piedi sulle staffe. Questa posizione è facilitata da un particolare tipo di sella, dotata di un’alta e avvolgente paletta posteriore, alla quale il cavaliere si appoggia con le natiche, e di un voluminoso arcione che oltre a sostenerlo lo protegge dai colpi dell’avversario. Le gambe del cavaliere sono distese, con i piedi leggermente portati in avanti.

La sella è caratterizzata da una paletta alta e avvolgente e da un voluminoso arcione

La sella è caratterizzata da una paletta alta e avvolgente e da un voluminoso arcione

Si tratta chiaramente di una delle due tecniche della cosiddetta equitazione “a la brida” descritta da Dom Duarte. Questo modo di montare a cavallo consisteva nel portare appunto le gambe distese: sia inforcandosi bene sulla sella, tenendo i piedi in avanti, sia montando eretti sulle staffe, senza sedersi. Secondo Dom Duarte questa seconda tecnica sarebbe più antica e, in effetti, la statua di Mastino II precede di circa una settantina d’anni il libro del sovrano portoghese.

6 - Assetto

Il cavaliere montava in piedi sulle staffe, appoggiandosi
alla paletta della sella

Osservando di profilo la statua di Mastino, si nota come il cavaliere sfiori appena il seggio e si avvalga soprattutto del sostegno della paletta e delle staffe. Non c’è però traccia della correggia con cui, secondo quanto dice Dom Duarte, alcuni cavalieri legavano le staffe sotto il ventre del cavallo, per evitare che si divaricassero.

7 - Piedi

I piedi erano tenuti in posizione parallela ai fianchi e leggermente in avanti

Il cavaliere tiene i piedi paralleli al fianco del cavallo per evitare di colpirlo accidentalmente con i lunghi speroni. Vista la posizione dei piedi e l’impaccio determinato dai cosciali e dagli schinieri, il contatto con i fianchi dell’animale non doveva essere affatto agevole. Questo spiega la lunghezza, ai nostri occhi inconcepibile, delle aste degli speroni.

Tomba equestre di Bernabò Visconti (1363) Museo di Arte Antica del Castello Sforzesco Milano - Italia

Lo stesso assetto del cavaliere si ritrova nella tomba equestre di Bernabò Visconti (1363)
Museo di Arte Antica del Castello Sforzesco
Milano – Italia

Osserviamo lo stesso tipo di assetto nel monumento equestre di Bernabò Visconti (1323-1385), che fu signore di Bergamo, Brescia, Cremona, Soncino, Lonato e Valcamonica e resse Milano insieme ai fratelli Matteo II e Galeazzo II, a partire dal 1354. Sormonta la sua tomba, attualmente conservata nel Museo di Arte Antica del Castello Sforzesco di Milano, ma in passato collocata dietro l’altare maggiore della chiesa di San Giovanni in Conca, oggi demolita. L’opera è di poco più di un decennio posteriore a quella che ritrae Mastino II. Venne realizzata nel 1363 da  Bonino da Campione (1323-1397). Mostra il condottiero montato su un poderoso corsiero. L’assetto del cavaliere è praticamente identico a quello del monumento veronese. Monta a cavallo in posizione eretta, appoggiato all’alta paletta della sella, tenendo le gambe distese sotto di sé.

Dettagli del monumento a Bernabò Visconti, tratti dal volume Society of Antiquaries of London, Archaeologia. Volume 18. London- Society of Antiquaries of London, 1817

Dettagli del monumento a Bernabò Visconti, tratti dal volume Society of Antiquaries of London, Archaeologia. Volume 18. London- Society of Antiquaries of London, 1817

Da notare che, nel monumento Visconti è precisamente rappresentato anche il morso del cavallo, che è imbrigliato con un filetto, con guardie esterne, e una doppia redine. Probabile che la redine supplementare avesse solo una funzione di sicurezza, nel caso in cui la principale si rompesse, o venisse tagliata nel corso di un duello o di una battaglia. Viene infatti tenuta semplicemente sul collo del cavallo ed è affibbiata allo stesso anello dell’altra.

10 - Visconti laterale

Nella Tomba Visconti il cavallo è imbrigliato con un filetto ad aste
e una doppia redine

Le arche Scaligere a Verona ci offrono un ulteriore testimonianza della veridicità della descrizione delle tecniche equestri in uso in epoca tardo medievale fatta da Dom Duarte nel suo trattato. Accanto al sepolcro di Mastino II, proprio sopra la porta della Chiesa di Santa Maria Antica, si trova la sepoltura del suo predecessore, Cangrande (1291-1329). Anche in questo caso il sarcofago è sormontato da una statua equestre, il cui originale viene conservato nel Museo di Castelvecchio. Cangrande vi appare in un atteggiamento decisamente meno marziale di quello del nipote. Si direbbe ritratto in una pausa prima o dopo un combattimento. Tiene l’elmo allacciato sulle spalle e l’espressione del suo volto, che si affaccia dal cappuccio dell’usbergo, è benevola e sorridente. Siede profondamente nella sella, portando i piedi in avanti, sino alle spalle del cavallo. Le ginocchia sono praticamente distese.

Statua di Cangrande della Scala (circa 1340) Museo civico di Castelvecchio Verona

Statua di Cangrande della Scala (circa 1340)
Museo civico di Castelvecchio
Verona – Italia

La sua posizione in sella è esattamente quella descritta da Dom Duarte nel secondo capitolo della terza parte della sua opera. La differenza con l’assetto della statua di Mastino II può far supporre che la posizione in piedi sulle staffe venisse adottato nei combattimenti, per meglio gestire l’ingombro della lunga lancia, mentre la posizione seduta, con i piedi in avanti, fosse utilizzata negli spostamenti e nelle parate.

12 - Cangrande 2

La statua di Cangrande mostra l’altro tipo di assetto dello stile “a la brida”

È certo che l’assetto seduto, con i piedi in avanti e le gambe distese, diventerà quello prevalentemente utilizzato nei due secoli successivi dalla cavalleria pesante. Lo ritroviamo infatti in moltissimi ritratti equestri del Quattro e del Cinquecento. Con l’avvento dell’equitazione di scuola la posizione dei piedi verrà progressivamente arretrata per garantire un più efficace e preciso impiego degli aiuti inferiori.

Le tombe di Masinto II (a sinistra) e Cangrande (a destra) presso Santa Maria Antica a Verona

Le tombe di Mastino II (a sinistra) e Cangrande (a destra) presso Santa Maria Antica a Verona