Nuove notizie sulla vita di Cesare Fiaschi

di Giovanni Battista Tomassini

Nuovi dettagli interessanti e sinora sconosciuti della biografia di Cesare Fiaschi emergono dallo studio di alcune fonti antiche, che illuminano di una nuova luce una delle figure più interessanti della cultura equestre del Rinascimento e confutano molte leggende e inesattezze tramandate sul suo conto.

Un curioso destino accomuna gli autori dei primi trattati d’equitazione, pubblicati in Italia durante il Rinascimento. Poco considerati dagli storici di professione che, con qualche luminosa eccezione, li hanno ignorati, sono invece venerati come numi tutelari da un ristretto manipolo di appassionati di storia dell’equitazione, che però di loro non sanno molto più del nome stampato sul frontespizio dei loro libri. Non fa eccezione Cesare Fiaschi, autore di quel Trattato dell’imbrigliare, atteggiare e ferrare cavalli, pubblicato a Bologna nel 1556,  che è uno dei libri più affascinanti e originali mai dedicati all’arte equestre. Sulla vita di Cesare Fiaschi le informazioni di cui sinora disponevamo erano scarsissime e in gran parte del tutto errate. Basta fare una ricerca sul web per constatare come sul suo conto siano fiorite leggende senza alcun riscontro e spesso caratterizzate da evidenti anacronismi. Per esempio, molti sostengono che il ferrarese Fiaschi fu allievo di Federico Grisone e che i due collaborarono in una fantomatica accademia di Napoli, oppure che, come scrive André Monteilhet (MONTEILHET, 2009, p. 128), Fiaschi fondò un’altrettanto fantomatica accademia a Ferrara nel 1534 (va detto che gli appassionati di equitazione hanno una vera ossessione per le accademie!). Tutte notizie che non hanno però alcun riscontro nei documenti dell’epoca e che, come vedremo, in molti casi non possono essere avvenute per semplici ragioni cronologiche. Proverò quindi qui di seguito a riunire alcuni dati interessanti e sinora ignoti agli studiosi, riguardanti la vita di Cesare Fiaschi, che ho raccolto recentemente da alcune fonti antiche.

Frontespizio dell’opera di Alfonso Maresti

La prima di queste è l’opera monumentale del conte Alfonso Maresti, Teatro geneologico et istorico dell’antiche & illustri famiglie di Ferrara di cui, tra il 1678 e il 1708, vennero stampati i tre voluminosi tomi. Maresti dedica un’ampia trattazione alla storia della famiglia Fiaschi, dalla quale apprendiamo che fu una delle più eminenti famiglie ferraresi. Il padre di Cesare, Girolamo, fu scudiere del re di Francia Carlo IX, mentre sua madre Eleonora apparteneva alla famiglia Sacrati, considerata una delle più in vista e ricche di Ferrara. Cesare fu il decimo figlio della coppia e nacque nel 1523, insieme alla sorella gemella Lucrezia. Dal matrimonio di Girolamo con Eleonora Sacrati nacquero infatti: Alberto (1510), Margherita (1511), Alfonso (1512), Isabella (1514), Alessandro (1516), Margherita II (1518), Ludovico II (1520), Ercole (1522) e appunto Lucrezia e Cesare gemelli (MARESTI, 1708, p. 155).

Cesare sposò Barbara Romei, dalla quale non ebbe figli. Lo dimostra il fatto che, il 22 novembre 1567, fece testamento presso il notaio Renato Cati a beneficio dei nipoti Giacomo e Luigia, figli di suo fratello Alfonso. Maresti scrive inoltre che:

“Hebbe Privilegio Imperiale di Conte, e Cavaliero, di creare Notari, e legittimare Bastardi” (MARESTI, 1708, p. 156).

Da Maresti, apprendiamo che all’epoca della redazione del terzo testamento di suo padre Girolamo, il 24 ottobre 1570, dei cinque figli maschi che quello aveva avuto da sua moglie Eleonora, sopravvivevano solo Cesare e Alessandro.

Il trattato di Fiaschi è l’unico in cui per trasmettere esattamente ai lettori il ritmo con il quale eseguire
determinati esercizi l’autore ne accompagna il disegno
con uno spartito musicale

Per quanto riguarda i fratelli di Cesare, il primogenito Alberto, fu dottore in legge e si recò a Roma, dove ottenne la dignità ecclesiastica. Tornato a Ferrara, venne nominato Canonico della Cattedrale. Le due figure più eminenti furono però Alfonso e Alessandro. Alfonso, servì gli Este e fu inviato come ambasciatore presso la corte di Francia. Ebbe inoltre l’incarico di governatore dei possedimenti che il duca Ercole II aveva ottenuto oltralpe dopo il matrimonio (1528) con Renata e per i servigi che la Casa d’Este aveva reso alla Corona. Alfonso morì nella città di Caen e fu sepolto nella Chiesa dei Frati Minimi di San Francesco di Paola di quella città. Alessandro ebbe anche lui un ruolo di primo piano nella corte estense e fu ambasciatore in Francia, Spagna, a Roma e in Germania. Della sorella gemella di Cesare, Lucrezia, non ci sono invece rimaste notizie. Ercole morì in giovane età, Margherita quand’era ancora in fasce. La seconda Margherita entrò nel Monastero di Santa Maria di Mortara e fu due volte badessa. Anche Isabella prese l’abito religioso nel Monastero di San Vito, di cui fu due volte Madre Superiora.

Palazzo Fiaschi, a Ferrara,

I Fiaschi risiedevano nello storico Palazzo di famiglia, nella contrada Mucina, contiguo alla Chiesa di Santa Giustina, in quella che oggi si chiama Via Garibaldi. Lo avevano ereditato dal nonno di Cesare, Ludovico, che fu particolarmente beneficato dal duca Ercole I. Oltre a nominarlo Cavaliere e a presenziare alle sue nozze con Margherita Perondoli, nel 1478, il duca donò a Ludovico il palazzo che aveva confiscato al milanese Matteo dall’Erbe, dopo che questi si era schierato con Lionello d’Este nella congiura del 1476 (Frizzi, 1796; Aventi, 1838; Moroni, 1843). Il palazzo venne ristrutturato intorno al 1600, dal marchese Alessandro Fiaschi (Aventi, 1838). È stato purtroppo distrutto il 29 Dicembre 1943, nel corso del primo bombardamento di Ferrara (Piva 2017) e ora al suo posto sorge un condominio moderno. 

Palazzo Fiaschi ridotto in macerie, dopo il primo bombardamento di Ferrara il 29 dicembre del 1943

Di Fiaschi, Maresti scrive che

Cesare […] si dedicò tutto alle attioni Cavalleresche, e perciò fu sommamente celebrato in quei tempi (MARESTI, 1708, p. 156).

Notizie interessanti sulla vita di Cesare ci vengono anche da un’opera dell’abate Antonio Libanori. Nella terza parte  del suo libro Ferrara d’oro, “che contiene gl’elogij de’ più famosi, ed illustri scrittori di questa patria”, Libanori ci offre un ritratto di Cesare a dir la verità piuttosto convenzionale e generico:

Frontespizio dell’opera dell’abate Libanori

“Anco il Marchese [probabilmente Libanori si riferisce al titolo che i Fiaschi ottennero in seguito, mentre abbiamo visto che, secondo Maresti, Cesare era Conte] Cesare Fiaschi, Nobilissimo Cavaliere Ferrarese mirabilmente si dilettò di belli, e generosi Cavalli, e come che le sue ricchezze corrispondessero alla generosità del di lui animo, soleva egli fra l’altre magnifiche e splendide operazioni, Tenere in Stalla, un grosso numero di legiadri, e ben fatti Corsieri, di tutte le più rinomate razze, che poteva havere, non guardando a sorte alcuna di spesa per farne venire non solo dal Regno di Napoli, ma Oltremontani e di là dal Mare, sia per servizio delle Carrozze, come da Sella, per cavalcare armeggiare, per la Caccia, Tornei e giuochi cavallereschi. Per lo che n’haveva piene le Stalle e gli faceva poi molto ben governare, curare, et ammaestrare in ogni attegiamento. E non solo per lo più assisteva all’Operazioni, ma in oltre, come peritissimo in quella cavalleresca professione compose un bel Trattato d’imbrigliare, atteggiare e ferrare i Cavalli, diviso in tre Libri, ne quali sono delineate tutte le figure d’ogni sorte di Freno, Briglia, Sella, Ferri et altro che faccia proposito per questa nobile professione”. (LIBANORI, 1674, p.126)

Ben più interessante è la descrizione che Libanori fornisce dell’arme familiare, vale a dire dello stemma, della famiglia Fiaschi:

Arme familiare dei Fiaschi

“L’Arme di questo nobilissimo soggetto consiste in tre More nere, poste in triangolo con foglie verdi in Campo bianco; furono poi con Privilegio di Massimiliano secondo nel 1568 alli 6. Novembre accresciute alli Signori Marchesi Fiaschi le Aquile nere Imperiali in campo d’oro, sì che al presente li Signori Marchesi fanno l’Arma sua inquartata con l’Aquila nera Imperiale in Campo d’oro, e Fiasco bianco in campo rosso, nel mezzo a detti quattro Campi vi è uno scudetto con le tre more accennate, per essere questa l’Arma antica della sua nobilissima Casa” (LIBANORI, 1674, p. 284).

Giacomo Attendolo Sforza (1369-1424), duca di Cotignola, in una miniatura del XV secolo

La presenza delle tre more richiama la storia della famiglia Fiaschi. Secondo Maresti, avrebbe origini orientali e sarebbe arrivata in Italia dalla Grecia, nel tredicesimo secolo. A quell’epoca non aveva assunto ancora il cognome che ora conosciamo, ma i suoi componenti sarebbero stati noti come “de’ Mori”. Se ne cominciano però ad avere attestazioni significative a partire dal secolo successivo, quando un tale Pietro Gerasio, si segnala al servizio di Giacomo Attendolo Sforza (1369-1424), duca di Cotignola capostipite della dinastia che da lì a poco si sarebbe impadronita del ducato di Milano. Attendolo assegnò Pietro Gerasio come compagno d’armi di suo figlio Francesco.

Antonio Pollaiolo, Studio per il monumento equestre a Francesco Sforza

Al seguito di Francesco, Pietro Gerasio partecipò alla guerra di successione del Regno di Napoli, opponendosi ad Alfonso V d’Aragona. Secondo quanto riporta Maresti, l’acquisizione del cognome Fiaschi sarebbe legata proprio a un episodio di questa guerra, in cui Francesco e Pietro Gerasio combatterono sotto le insegne della regina Giovanna II d’Angiò. Nelle alterne vicende del conflitto, a un certo punto la regina dovette fuggire per l’incalzare delle truppe nemiche e durante la fuga si ritrovò estremamente assetata, in un luogo dove non c’era acqua. In quel frangente Pietro Gerasio le sarebbe venuto in soccorso con un fiasco di vino, che aveva trovato in quel luogo. Da allora nell’esercito presero a chiamarlo “Pietro dal Fiasco” e questo soprannome passò a quello dei suoi familiari, sostituendo l’antico cognome “de Mori” con quello “dal Fiasco” o “de Fiaschi”. Sarebbe proprio in ricordo di questo episodio che Pietro Gerasio aggiunse il fiasco al suo stemma familiare, con le tre more. Sempre secondo Maresti, poco prima di conquistare definitivamente il ducato di Milano, nel 1448, Francesco Sforza investì Pietro Gerasio del titolo di conte e gli assegnò come feudo la contea del Castello di Tizzano, all’epoca nello Stato di Milano. A testimonianza dello stretto rapporto che lo univa al suo signore Pietro, fu uno dei dodici cavalieri ammesso alla mensa dello Sforza. Alla sua morte Pietro Gerasio fu sepolto nella Pieve di Tizzano, che era nei suoi possedimenti e che oggi è in provincia di Parma.

La pieve di Tizzano dove è spolto Pietro Gerasio, avo di Cesare Fiaschi

La prima attestazione certa del cognome Fiaschi a Ferrara risale al 4 aprile 1439, in un atto di acquisto in cui viene nominato come testimone un “egregio viro Bartolomeo alias cognominato Fiasco, famulo Illustrissimi Domini Marchionis Estensis, et filio quondam Iacobi Mattei de Moro” (MARESTI 1708, pp. 147-148). Di lui sappiamo che ricevette un feudo con titolo di Nobile ferrarese da Nicolò III d’Este nel 1428 e ottenne ulteriori benefici nel 1431. Bartolomeo ebbe tre figli, dei quali Ludovico, servì gli Estensi, ottenendo in cambio ampi benefici e possedimenti. È lui il nonno di Cesare, dal quale la famiglia ereditò il Palazzo in città.

È probabile che gli ultimi anni di vita di Cesare furono angustiati da una grave minaccia. L’Italia in cui visse il nostro nobile cavaliere era percorsa dai fermenti religiosi nati con la Riforma luterana e dalla conseguente reazione della Chiesa di Roma, che con il Concilio di Trento aveva deciso di reprimerli con ogni mezzo. Nel 1551 a Ferrara venne processato, condannato e impiccato un predicatore di origine siciliana, un monaco benedettino, Giorgio Rioli detto Giorgio Siculo, autore di opere giudicate eretiche, nelle quali annunciava straordinarie rivelazioni, che sosteneva gli fossero state comunicate direttamente da Cristo. Uomini potenti e umili, così come religiosi e laici, furono affascinati dalle sue dottrine, che venivano divulgate in forma segreta. La persecuzione dei suoi seguaci si protrasse per alcuni decenni dopo la sua morte.

Il 3 dicembre 1567 fu arrestato Francesco Severi, detto l’Argenta, famoso medico e professore dell’Università di Ferrara. Il processo si protrasse per diversi mesi e coinvolse altri ferraresi. La condanna arrivò ai primi di agosto del 1568, e sappiamo da una cronaca dell’epoca che fu letta pubblicamente a Ferrara il 29 dello stesso mese. Severi fu condannato alla galera perpetua, così come diversi altri adepti della setta. Tre vennero decapitati e poi bruciati. Tra le altre condanne figura anche quella a tale Cesare Fiaschi, gentiluomo ferrarese, a dieci anni di galera. La cronaca che riporta queste notizie avverte che, a parte i morti, a tutti i condannati “in progresso di tempo gli furono rimesse in parte tal condemnationi, a quali per intercessione d’amici, et ad altri per altri maneggi, ma principalmente per esser successo un inquisitore non tanto aspro come quello che li condennò” (cit. in PROSPERI, 2011, p. 280). Questo non accadde purtroppo a Francesco Severi, che il 13 luglio 1570 fu di nuovo giudicato colpevole e un mese dopo, decapitato e bruciato.

Gli ultimi anni della vita di Fiaschi potrebbero essere stati funestati
da una condanna per eresia

Se effettivamente il Cesare Fiaschi condannato come seguace della setta giorgiana è il nostro autore è probabile che le intercessioni di amici e familiari potenti non gli siano mancate e che non abbia finito i suoi giorni in una cella, o ai remi di una galera (le condanne all’epoca venivano infatti spesso scontate sulle navi da guerra, in condizioni che facevano rimpiangere le umide segrete del Castello di Ferrara).  Questa condanna per eresia, tutta ancora da verificare e da approfondire, potrebbe però spiegare una certa reticenza riguardo alla figura di Cesare da parte degli autori che si sono occupati della famiglia Fiaschi in epoche immediatamente successive ai fatti, quando forse la memoria degli avvenimenti era ancora viva. Di lui di solito si limitano a ricordare l’opera, senza altri dettagli. Maresti, che è quello che più si diffonde sulle vicende personali di Cesare, non fa menzione di alcuna condanna.

In ogni caso, il libro dell’abate Libanori ci offre un’ultima notizia estremamente interessante:, quando a proposito di Cesare Fiaschi scrive:

“il suddetto suggetto morì l’anno 1571, alli 12 d’Ottobre, e fu sepolto in S. Gio. Battista de Canonici Lateranensi” (LIBANORI, 1674, p. 284).

La Chiesa di San Giovanni Battista a Ferrara
(foto di Gino Perin)

Confesso che quando ho letto queste poche righe sono saltato sulla sedia! Non solo finalmente  sappiamo quando Fiaschi è morto, ma addirittura dove risposano le sue spoglie mortali. In realtà, però, mentre non ho ragione di dubitare di una data indicata con tanta sicurezza e precisione, ho invece più di qualche motivo per considerare dubbia l’indicazione del luogo della sepoltura. Non solo perché ho visitato la chiesa di San Giovanni Battista a Ferrara e non vi è alcuna traccia della tomba di Cesare Fiaschi, mentre sono conservate le epigrafi di diverse altre sepolture. A insospettirmi è soprattutto che nessun altro autore ( tra quelli che sono riuscito a consultare e che hanno descritto la chiesa) citi questa tomba, mentre diversi ne elencano puntualmente altre. C’è poi un ulteriore motivo di perplessità. Nel suo Compendio historico dell’origine, accrescimento, e prerogative delle Chiese, e luoghi pij della città, e diocesi di Ferrara, e delle memorie di que’ personaggi di pregio, che in esse son seppelliti, pubblicato nel 1621 (quindi in un’epoca più vicina a quella della morte di Fiaschi), Marcantonio Guarini scrive che la tomba della Famiglia Fiaschi si trovava nella Chiesa di Santa Maria dei Servi, accanto alla Cappella del Crocifisso. Qui, secondo Guarini, erano sepolti Ludovico, che fu caro al duca Ercole I d’Este, sua moglie Margheria Perondoli, e i loro discendenti. Fra questi Guarini cita anche

“Cesare soggetto di elevato ingegno, che scrisse un trattato utile dell’imbrigliare, atteggiare e ferrar Cavalli” (GUARINI, 1621, p. 49)

Chiesa di Santa Maria dei Servi a Ferrara

Se i Fiaschi avevano un tomba di famiglia, è in effetti probabile che anche Cesare vi fosse seppellito. La chiesa di Santa Maria dei Servi venne demolita nel 1635 e ricostruita alcuni decenni dopo. Dal libro che Cesare Barotti dedicò nella seconda metà del Settecento alle Pitture e Scolture che si trovano nelle Chiese della Citta di Ferrara, sappiamo però che la tomba venne traslata nel nuovo edificio, o che quanto meno nella nuova chiesa i Fiaschi continuavano ad avere la cappella di famiglia:

la Cappella della nobil Famiglia Fiaschi; dove il Quadro principale è S. Pellegrino Laziosi sanato della gamba dal Crocefisso; operazione di Giovanna Durandi Milanese Li quatro Quadri laterali dimostranti alcune azioni del detto Santo furono lavorati da Giuseppe Morganti Pistoiese (BAROTTI; 1770, p. 73).

Purtroppo, oggi però nella chiesa non ne è rimasta traccia apparente. L’interno è stato più volte rimaneggiato e ora è alterato da una brutta decorazione probabilmente tardo ottocentesca. I quadri citati dal Barotti sono scomparsi ed è impossibile per il visitatore individuare quale delle nicchie scavate nelle pareti potesse ospitarli. La ricerca, insomma, può e deve continuare.

La tavola del secondo libro del trattato di Fiaschi, quella dedicata al “maneggio de Cavalli”

NOTA: Questo articolo sintetizza i contenuti della conferenza che ho tenuto al Circolo della Stampa di Ferrara, sabato 1 settembre 2018. Voglio qui esprimere tutta la mia amicizia e gratitudine ad Angelo Grasso, presidente dell’UAIPRE – Unione delle Associazioni Italiane del Cavallo di Pura Raza Española, per avermi invitato e avermi così stimolato ad approfondire i miei studi su Cesare Fiaschi. Il mio pensiero va poi al Circolo della Stampa di Ferrara, e in particolare alla vice presidente Simonetta Savino, al segretario Gino Perin e a tutto il Consiglio Direttivo, per avermi fatto il grande onore di accogliermi in qualità di socio onorario. L’amicizia, la considerazione e l’affetto degli amici ferraresi sono per me un dono davvero prezioso.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Bibliografia:

Francesco AVENTI, Il servitore di piazza, guida per Ferrara, Pomatelli Tipografo, 1838.

Cesare BAROTTI, Pitture e Scolture che si trovano nelle Chiese della Citta di Ferrara, Ferrara, appresso Giuseppe Rinaldi, 1770.

Antonio FRIZZI, Memorie per la storia di Ferrara, Ferrara, per Francesco Pomatelli, 1796, Tomo IV.

Marcantonio GUARINI, Compendio historico dell’origine, accrescimento, e prerogatiue delle Chiese, e luoghi pij della citta, e diocesi di Ferrara, e delle memorie di que’ personaggi di pregio, che in esse son sepelliti, Ferrara, presso gli heredi di Vittorio Baldini, 1621

Antonio LIBANORI, Ferrara d’oro. Parte terza. Che contiene gl’elogij de’ più famosi, ed illustri scrittori di questa patria, i quali anno alla stampa l’opere loro di sagra teologia, leggi, filosofia, … e d’ogn’altra più erudita, e varia lettione, Ferrara, nella Stampa Camerale, 1674.

Alfonso MARESTI, Teatro geneologico et istorico dell’antiche & illustri famiglie di Ferrara, Ferrara, Nella stampa Camerale Vol. III, 1708.

André MONTEILHET, Les Maîtres de l’oeuvre équestre, Arles, Actes Sud, 1979 (nuova ed. 2009).

Gaetano MORONI, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica da S. Pietro sino ai nostri giorni, Venezia, Tipografia Emiliana, 1843.

Florio PIVA, C’era una volta Palazzo Fiaschi, Un gioiello architettonico della vecchia via Garibaldi, Listone Magazine, 30 novembre 2017.

Adriano PROSPERI, L’eresia del Libro Grande. Storia di Giorgio Siculo e della sua setta, Milano, Feltrinelli, 2011.

Senza cavalli non son neppur mezzo. La passione equestre di Vittorio Alfieri. Parte 2

François-Xavier Fabre, Vittorio Alfieri e la Contessa Luisa Stolberg d' Albany, 1796 Palazzo Madama - Torino

François-Xavier Fabre, Vittorio Alfieri e la Contessa Luisa Stolberg d’ Albany, 1796
Palazzo Madama – Torino

di Giovanni Battista Tomassini

Nella prima parte di questo articolo abbiamo scoperto la grande passione di Vittorio Alfieri per i cavalli e l’equitazione, ripercorrendo i suoi esordi in campo equestre, le sue prime imprese (equestri e mondane) in Inghilterra e l’acquisto di due magnifici cavalli andalusi, durante un viaggio in Spagna.

Rientrato in Italia, dopo diversi anni trascorsi viaggiando in lungo e in largo per l’Europa, Alfieri cominciò a manifestare interesse per la poesia e ad abbozzare le prime opere letterarie. A quell’epoca, il lusso di mantenere i suoi amati cavalli gli appariva in contrasto con la sua vocazione di scrittore. Nel 1773 ne possedeva addirittura dodici:

Intanto per allora la divagazione somma e continua, la libertà totale, le donne, i miei ventiquattro anni, e i cavalli di cui avea spinto il numero sino a dodici e più, tutti questi ostacoli potentissimi al non far nulla di buono, presto spegnevano od assopivano in me ogni qualunque velleità di divenire autore (ALFIERI, 1967, p. 135).

Ben presto però un nuovo innamoramento lo distrasse dalla poesia e dai cavalli. L’amore per Gabriella Falletti, moglie di Giovanni Antonio Turinetti, marchese di Piero, fu per Alfieri come una lunga malattia, fatta di temporanee guarigioni e ineluttabili ricadute. Alla fine, nel 1775, riuscì finalmente a liberarsene imboccando decisamente la strada dell’arte, ma anche lenendo le ferite del corpo e dello spirito con l’equitazione.

Andava bensì cavalcando nei luoghi solitari, e questo soltanto mi giovava un poco si allo spirito che al corpo (ALFIERI, 1967, p. 143).

Théodore GÉRICAULT, Cavallo inglese nella stalla, 1810-12 Musée du Louvre - Paris

Nel 1783, Vittorio Alfieri si recò per la seconda volta in Inghilterra,
dove acquistò numerosi cavalli
Théodore Géricault, Cavallo inglese nella stalla, 1810-12
Musée du Louvre – Paris

Negli anni successivi, Alfieri compì diversi viaggi in Toscana, per impararvi, lui piemontese, l’italiano. Infine, nel 1778, decise di stabilirsi definitivamente in quel paese e di dedicarsi interamente all’attività letteraria. A questo scopo, decise anche di donare i propri beni alla sorella, garantendosi una rendita. Nell’attesa che la donazione si perfezionasse, Alfieri fantasticava sul suo futuro, risoluto a tagliare ogni legame con il proprio paese d’origine e a dedicarsi alla letteratura, anche a costo di affrontare lo spettro della povertà. E anche in queste sue elucubrazioni, i cavalli avevano la loro parte:

In quei deliri di fantasia, l’arte che mi si presentava come la più propria per farmi campare, era quella del domacavalli, in cui sono o mi par d’essere maestro; ed è certamente una delle meno servili. Ed anche mi sembrava che questa dovesse riuscirmi la più combinabile con quella di poeta, potendosi assai più facilmente scriver tragedie nella stalla che in corte. (ALFIERI, 1967, p. 184)

George Stubbs, Ritratto di Joseph Smyth Esquire montato su un cavallo grigio pomellato, 1762-64 Fitzwilliam Museum - Cambridge

A partire dalla seconda metà del XVIII secolo, il purosangue inglese divenne la razza più alla moda
George Stubbs, Ritratto di Joseph Smyth Esquire su un cavallo grigio pomellato, 1762-64
Fitzwilliam Museum – Cambridge

Non appena ebbe perfezionato la donazione dei suoi beni e l’operazione finanziaria che doveva garantirgli un vitalizio, tornò subito a rifornire la sua scuderia. Da qualche tempo aveva avviato una nuova relazione con un’altra donna sposata, Luisa di Stolberg-Gedern, contessa d’Albany, animatrice d’uno dei più vivaci salotti letterari della sua epoca, che gli restò accanto per tutta la vita e anche dopo (è infatti sepolta accanto al poeta, nella chiesa di Santa Croce a Firenze).

Agli inizi della loro relazione, però, il fatto che la contessa d’Albany fosse sposata, imponeva ai due amanti lunghi periodi di separazione. E proprio per sfuggire al tedio di uno di questi momenti di distacco, nel 1783 Alfieri intraprese un nuovo viaggio in Francia e Inghilterra, al quale è legata la più memorabile delle sue imprese equestri. A Londra, infatti, Alfieri si proponeva di comprare dei cavalli inglesi, che all’epoca erano sempre più apprezzati e, da lì a pochi anni, sarebbero diventati i cavalli più alla moda.

Giunto in Londra, non trascorsero otto giorni, ch’io cominciai a comprar dei cavalli; prima un di corsa, poi due di sella, poi un altro, poi sei da tiro, e successivamente essendomene o andati male o morti vari polledri, ricomprandone due per un che morisse, in tutto il marzo dell’anno ‘84, me ne trovai rimanere quattordici. (ALFIERI, 1967, p. 216)

George Stubbs, Fattrici e puledri, 1762 Collezione privata

Oltre a cavalli da sella, da corsa e da tiro, in Inghilterrà Alfieri acquisto anche alcuni puledri
George Stubbs, Fattrici e puledri, 1762
Collezione privata

Trascorsi circa quattro mesi, quando ormai era già il 1784, per Alfieri e per la sua mandria venne il momento di tornare in Italia. Un viaggio che all’epoca era già di per sé assai avventuroso. Figuriamoci a doverlo fare con quattordici cavalli al seguito!

Avviatomi nell’aprile con quella numerosa carovana, venni a Calais, poi a Parigi di nuovo, poi per Lione e Torino mi restituii in Siena. Ma molto è più facile e breve il dire per iscritto tal gita, che non l’eseguirla, con tante bestie. Io provava ogni giorno, ad ogni passo, e disturbi e amarezze, che troppo mi avvelenavano il piacere che avrei avuto della mia cavalleria. Ora questo tossiva, or quello non volea mangiare: l’uno azzoppiva, all’altro si gonfiavan le gambe, all’altro si sgretolavan gli zoccoli, e che so io; egli era un oceano continuo di guai, ed io n’era il primo martire. (ALFIERI, 1967, p. 217)

András Markò, Paesaggio italiano con cavalli al galoppo, 1871 Collezione privata

Nella primavera del 1784, Alfieri attraversò l’Europa con i suoi cavalli inglesi, per portarli in Italia
András Markò, Paesaggio italiano con cavalli al galoppo, 1871
Collezione privata

La prima difficoltà fu traghettarli al di là della Manica. All’affezionato padrone si stringeva il cuore a vederli stipati nella nave, “avviliti e sudicissimi”, e poi, una volta giunti a Calais, calati in mare con un paranco, perché a causa della marea, non si poteva approdare sino all’indomani. Il viaggio poi proseguì attraverso Parigi, Amiens e Lione. Ma la vera impresa fu il passaggio delle Alpi, attraverso il valico del Moncenisio. All’epoca la strada era assai impervia e a tratti pericolosa. Per questo, Alfieri organizzò la spedizione molto accuratamente e senza badare a spese.

Io presi dunque in Laneborgo un uomo per ciascun cavallo, che lo guidasse a piedi per la briglia cortissimo. Ad ogni tre cavalli, che l’uno accodato all’altro salivano il monte bel bello, coi loro uomini, ci avea interposto uno dei miei palafrenieri che cavalcando un muletto invigilava su i suoi tre che lo precedevano. E così via via di tre in tre. In mezzo poi della marcia stava il maniscalco di Laneborgo con chiodi e martello, e ferri e scarpe posticce per rimediare ai piedi che si venissero a sferrare, che era il maggior pericolo in quei sassacci. Io poi, come capo dell’espedizione, veniva ultimo, cavalcando il più piccolo e il più leggiero de’ miei cavalli, Frontino, e mi tenea alle due staffe due aiutanti di strada, pedoni sveltissimi, ch’io mandava dalla coda al mezzo o alla testa, portatori de’ miei comandi. Giunti in tal guisa felicissimamente in cima del Monsenigi, quando poi fummo allo scendere in Italia, mossa in cui sempre i cavalli si sogliono rallegrare, e affrettare il passo, e sconsideratamente anco saltellare, io mutai di posto, e sceso di cavallo mi posi in testa di tutti, a piedi, scendendo ad oncia ad oncia; e per maggiormente anche ritardare la scesa, avea posti in testa i cavalli i più gravi e più grossi; e gli aiutanti correano intanto su e giù per tenerli tutti insieme senza intervallo nessuno, altro che la dovuta distanza. Con tutte queste diligenze mi si sferrarono nondimeno tre piedi a diversi cavalli, ma le disposizioni eran sì esatte, che immediatamente il maniscalco li poté rimediare, e tutti giunsero sani e salvi alla Novalesa, coi piedi in ottimo essere, e nessunissimo zoppo. (ALFIERI, 1967, p. 218-219)

John Wotton, Lady Mary Churchill alla caccia alla lepre, 1748 Tate Modern Gallery - Londra

Per le loro doti di velocità e resistenza, i cavalli inglesi si affermarono
ben presto come i migliori cavalli da caccia
John Wotton, Lady Mary Churchill alla caccia alla lepre, 1748
Tate Modern Gallery – Londra

Con grande autoironia, Alfieri scrive che di quest’impresa si “teneva poco meno che Annibale per averci un poco più verso il mezzogiorno fatto traghettare i suoi schiavi e elefanti” (ALFIERI, 1967, p. 218-219). Allo stesso modo ammetteva la “stravagante vanità” di gonfiarsi d’orgoglio ogni volta che qualche intenditore gli faceva i complimenti per la bellezza dei suoi esemplari. Così come accadde durante il suo soggiorno a Pisa, nel 1785, quando assistette al Gioco del Ponte, quindi alla “luminara” per la festa di San Ranieri (16 giugno) e partecipò alle pubbliche celebrazioni per la visita del re e della regina di Napoli (Ferdinando I di Borbone e Maria Carolina d’Asburgo-Lorena), in visita al Granduca Leopoldo.

La mia vanaglorietta in quelle feste rimase bastantemente soddisfatta, essendomi io fatto molto osservare a cagione de’ miei be’ cavalli inglesi, che vincevano in mole, bellezza e brio quanti altri mai cavalli vi fossero capitati in codest’occasione. (ALFIERI, 1967, p. 234)

La conclusione dello scrittore è però amara. Perché quell’ingenuo orgoglio s’accompagnava alla consapevolezza che in Italia gli era assai più facile essere notato e riconosciuto perché sfoggiava un bene di lusso, come erano i suoi cavalli, piuttosto che per i suoi meriti letterari. Tutto sommato, da allora le cose non sembrano molto cambiate.

John Wotton, La caccia del Visconte Weymouth: Mr Jackson, Henry Villiers e Thomas Villiers, con cacciatori e segugi 1733-6 Tate Modern Gallery - Londra

I cavalli inglesi erano molto apprezzati perché più alti e briosi
della media dei cavalli dell’epoca
John Wotton, La caccia del Visconte Weymouth: Mr Jackson, Henry Villiers e Thomas Villiers, con cacciatori e segugi, 1733-6, Tate Modern Gallery – Londra

Bibliografia

Vittorio ALFIERI, Vita, a cura di G. Dossena, Torino, Einaudi, 1981.

Senza cavalli non son neppur mezzo. La passione equestre di Vittorio Alfieri. Parte 1

François-Xavier Fabre, Ritratto di Vittorio Alfieri, 1793, Museo degli Uffizi - Firenze

François-Xavier Fabre, Ritratto di Vittorio Alfieri, 1793
Museo degli Uffizi – Firenze

di Giovanni Battista Tomassini

Vista la perversa fantasia di chi stila i programmi ministeriali, non so dire se oggi a scuola lo studino ancora. A esser sinceri, a me, al liceo, fecero di tutto per rendermelo antipatico. Me lo raccontarono come il poeta dalla volontà eroica, impettito nella posa del fiero oppositore di ogni tirannide, autore di indigeribili tragedie in versi. Fu, per fortuna, all’università che scoprii che Vittorio Alfieri, uno dei maggiori poeti italiani del Settecento, ebbe una vita molto più interessante e avventurosa di quella che immaginavo. Soprattutto, leggendo la sua bella autobiografia, Vita di Vittorio Alfieri da Asti, scritta da esso (pubblicata postuma nel 1806), scoprii la sua viscerale passione per i cavalli. È chiaro che questo contribuì in modo determinante a farmi cambiare opinione su di lui.

I tanti aneddoti di argomento equestre disseminati nel corso della sua esistenza sono molto interessanti e divertenti, non solo perché rivelano l’inclinazione per i cavalli d’un grande della nostra letteratura, ma soprattutto perché testimoniano l’importanza del cavallo nel costume e nella cultura dell’epoca.

Pietro Longhi, Passeggiata a cavallo, 1755-60 Museo del Settecento, Ca Rezzonico - Venezia

Alfieri cominciò a praticare l’equitazione all’età di quattordici anni.
Pietro Longhi, Passeggiata a cavallo, 1755-60
Museo del Settecento, Ca’ Rezzonico – Venezia

Figlio del conte di Cortemilia, Vittorio nacque nel 1749 e perse entrambe i genitori quando era ancora giovanissimo. Nel 1763, alla morte dello zio che gli aveva fatto da tutore e che gliene aveva sempre negato il permesso, Alfieri riuscì finalmente a coronare il sogno di “andare alla Cavallerizza”, che aveva sempre desiderato “ardentissimamente”. Il priore dell’Accademia Reale di Torino, presso la quale il giovane conte stava compiendo i propri studi, conoscendo la sua “smaniosa brama” di imparare a cavalcare gli propose l’equitazione come premio, se avesse scelto di proseguire all’Università. Alfieri accettò senza indugio e si diede subito da fare per superare l’esame.

Divenni dunque, io non so come in meno di un mese maestro matricolato dell’Arti, e quindi inforcai per la prima volta la schiena di un cavallo: arte, nella quale divenni poi veramente maestro molti anni dopo. Mi trovavo allora essere di statura piuttosto piccolo e graciletto, e di poca forza nei ginocchi che sono il perno del cavalcare; con tutto ciò la volontà e la molta passione supplivano alla forza, e in breve ci feci dei progressi bastanti, massime nell’arte della mano, e dell’intelletto reggenti d’accordo, e nel conoscere e indovinare i moti e l’indole della cavalcatura. A questo piacevole e nobilissimo esercizio io fui debitore ben tosto della salute, della cresciuta, e d’una certa robustezza che andai acquistando a occhio vedente, ed entrai si può dire in una nuova esistenza. (ALFIERI, 1967, p. 50)

Entrato finalmente in possesso dei suoi beni, il giovane conte si diede alla bella vita e in compagnia dei rampolli d’altre famiglie nobili passava il tempo facendo gran cavalcate su animali di poco pregio, presi in affitto. A seguito del matrimonio della sorella Giulia, nel 1764, Alfieri ottenne una più ampia facoltà di spendere il proprio denaro. Decise così d’acquistare il suo primo cavallo.

Era questo cavallo un bellissimo sardo, di mantello bianco, di fattezze distinte, massime la testa, l’incollatura ed il petto. Lo amai con furore, e non me lo rammento mai senza una vivissima emozione. La mai passione per esso andò al segno di guastarmi la quiete, togliermi la fame ed il sonno, ogni volta che egli aveva alcuno incomoduccio; il che succedeva molto spesso, perché egli era molto ardente e delicato ad un tempo; e quando poi l’avevo tra le gambe, il mio affetto non mi impediva di tormentarlo e malmenarlo anche tal volta quando non voleva fare a modo mio. (ALFIERI, 1967, p. 54)

George STUBBS, William Anderson con due cavalli da sella, 1793 Royal Collection - Windsor

Nel 1768, Alfieri si recò per la prima volta in Inghilterra
e fu subito colpito dalla bellezza dei cavalli ingles.i
George STUBBS, William Anderson con due cavalli da sella, 1793
Royal Collection – Windsor

Nel 1768 Alfieri si recò per la prima volta in Inghilterra e di quel paese gli piacquero subito «le strade le osterie, i cavalli e le donne» (ALFIERI, 1967, p. 83). In quegli anni, in tutt’Europa andava diffondendosi un crescente interesse per le istituzioni, la cultura e la moda inglesi, sentite come un modello di modernità e progresso. Una vera e propria “anglomania”, che investì anche l’ambito equestre e che di lì a qualche decennio portò all’affermarsi del purosangue inglese come razza più apprezzata e al diffondersi di nuove tecniche equestri, come il trotto sollevato, detto appunto all’inglese.

In occasione del secondo soggiorno in Inghiterra, Alfieri ebbe una tumultuosa relazione con la moglie del Visconte Ligonier,Joshua Reynolds, Lord Ligonier, 1760© Tate Modern Gallery - Londra

In occasione del secondo soggiorno in Inghiterra, Alfieri ebbe una tumultuosa relazione con la moglie del Visconte Ligonier.
Joshua Reynolds, Lord Ligonier, 1760
© Tate Modern Gallery – Londra

Dopo aver viaggiato in vari paesi europei, nel 1771 Alfieri tornò in Inghilterra e qui si innamorò perdutamente di Penelope Pitt, moglie del visconte Edward Ligonier. Un amore appassionato e contrastato, per una donna bellissima, che il giovane conte italiano visse con trasporto romantico, dando sfogo al suo cuore in tumulto cimentandosi nelle più spericolate imprese equestri. Una mattina, trovandosi a cavallo in compagnia d’un amico, , a dispetto delle proteste e degli ammonimenti del suo accompagnatore, decise di saltare la staccionata che divideva un prato dalla strada. Al primo tentativo, però, il cavallo urtò la barriera e cadde a terra insieme al cavaliere, rimbalzando poi in piedi. Lì per lì al giovane scavezzacollo sembrò di non essersi fatto nulla. Saltò di nuovo in sella e, ignorando le urla del suo compagno, riportò il cavallo al galoppo sull’ostacolo, questa volta superandolo. Non godette però a lungo di quel trionfo. A poco a poco cominciò ad avvertire un dolore sempre più forte alla spalla sinistra. La via del ritorno gli parve interminabile. A casa, il chirurgo penò e lo fece penare a lungo per risistemargli la clavicola spezzata. L’amore per la lady finì con un duello e un pubblico scandalo. Il giovane appassionato patì il disinganno di scoprire che prima di lui la bella intrigante aveva avuto come amante un palafreniere e di vedere la vicenda gettata in pasto alle gazzette.

Thomas Gainsborough, Penelope Pitt, Viscontessa Ligonier, 1770 The Huntingto Library, San Marino - California

La relazione di Alfieri con Penelope Pitt
si concluse con un pubblico scandalo
Thomas Gainsborough, Ritratto di Penelope Pitt, 1770.
© The Huntington Library, San Marino – California

Ripreso il viaggio, Alfieri passò in Olanda, Francia e quindi in Spagna, dove subito acquistò nuove cavalcature.

Alcuni giorni dopo essere arrivato a Barcellona, siccome i miei cavalli inglesi erano rimasti in Inghilterra, venduti tutti fuorché il bellissimo lasciato in custodia al marchese Caraccioli; e siccome io senza cavalli non son neppur mezzo, subito comprai due cavalli, di cui uno d’Andalusia della razza dei certosini di Xerez, stupendo animale, castagno d’oro; l’altro una hacha cordovese, più piccolo, ma eccellente, e spiritosissimo. Dacché era nato sempre avea desiderato cavalli di Spagna , che difficilmente si possono estrarre: onde non mi parea vero di averne due sì belli (ALFIERI, 1967, p.123).

Ginés Andrés De Aguirre, Mercato di cavalli, secolo XVIII Museo del Prado - Madrid

In Spagna, nel 1771, Alfieri acquistò due cavalli:
un cordovese e un certosino di Jerez.
Ginés Andrés De Aguirre, Mercato di cavalli, secolo XVIII
© Museo del Prado – Madrid

E il suo amore per il bel cavallo certosino di Jerez era tale che, messosi in strada per Saragozza e Madrid:

Quasi tutta la strada soleva farla a piedi col mio bell’Andaluso accanto, che mi accompagnava come un fedelissimo cane, e ce la discorrevamo fra noi due; ed era il mio gran gusto d’ essere solo con lui in quei vasti deserti dell’Aragona (ALFIERI, 1967, p. 124).

Dopo quasi un anno, il viaggio volse finalmente al termine. Ritornato a Barcellona, Alfieri dovette separarsi dal suo splendido andaluso, con il quale aveva viaggiato per oltre trenta giorni consecutivi, provenendo da Cadice. Essendo “nemicissimo del vendere” i propri cavalli decise di regalarli entrambi: il cordovese alle figlie di un’ostessa “molto belline”, il certosino a un banchiere francese, che abitava a Barcellona, con il quale aveva fatto amicizia già all’epoca del suo primo soggiorno nella città catalana.

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BIBLIOGRAFIA

Vittorio ALFIERI, Vita, a cura di G. Dossena, Torino, Einaudi, 1981.

Bellerofonte

Bellerofonte uccide la Chimera
Cesare Fiaschi, Traité de la maniere de bien emboucher, manier et ferrer les chevaux, Paris, chez Adrien Perrier, 1564 (frontespizio)

di Giovanni Battista Tomassini

Figlio di Glauco e nipote di Sisifo, re e fondatore della città di Corinto, l’eroe si chiamava in realtà Ipponoo e assunse l’appellativo di Bellerofonte dopo aver ucciso involontariamente Bellero. Su questo punto però le fonti classiche non sono univoche: secondo alcune Bellero era il despota di Corinto, secondo altre di Siracusa, secondo altre ancora, Bellerofonte non avrebbe ucciso lui, ma suo fratello Deliade. Comunque, tutte le fonti concordano sul fatto che, a seguito di un delitto commesso involontariamente, Bellerofonte dovette lasciare la sua città natale e giunse nella città di Tirinto, dove fu ospite del re Preto. La moglie di quest’ultimo, Stenabea, si innamorò di lui, ma quando l’eroe rifiutò le sue avances, lo denunciò al marito, accusandolo di aver tentato di sedurla. Preto, cui le leggi dell’ospitalità vietavano di uccidere Bellerofonte, lo inviò allora dal suocero Iobate, re di Licia, con la scusa di consegnargli un messaggio. In realtà, nella lettera, Preto chiedeva al suocero di uccidere il giovane. Anche Iobate, però, si sentiva vincolato dalle leggi dell’ospitalità. Invece di ucciderlo direttamente, decise quindi di mandarlo contro la Chimera, un mostro che sputava fiamme e il cui corpo era composto delle parti di tre animali: un leone, una capra e un serpente.

Chimera di Arezzo (V sec. a. C)
Museo Archeologico Nazionale – Firenze (bronzo)

Secondo la maggioranza delle fonti (ma non secondo Omero), Bellerofonte affrontò il combattimento cavalcando Pegaso. Proprio grazie alla rapidità della sua cavalcatura riuscì a evitare gli attacchi del mostro, per poi ucciderlo con uno stratagemma. In punta alla sua lancia l’eroe mise infatti un pezzo di piombo che venne fuso dalle fiamme che scaturivano dalle fauci della Chimera. Bellerofonte fece quindi colare il metallo fuso nella gola della creatura, soffocandola. Iobate allora gli chiese di affrontare il popolo selvaggio dei Solimi e poi le Amazzoni. In entrambe queste sfide Pegaso contribuì in modo determinante alla vittoria dell’eroe. A questo punto, però Iobate riconobbe le virtù e il coraggio di Bellerofonte. Gli rivelò la richiesta di Preto e in segno della sua stima e amicizia gli diede in sposa sua figlia, dividendo con lui il regno.

L’ultima parte della vita di Bellerofonte fu però infelice. Omero dice che quando venne in odio agli dei, si diede ad errare per la pianura Alea evitando di incontrare gli altri uomini. Secondo altre fonti, Bellerofonte sarebbe insuperbito per i suoi successi sino a sfidare le divinità. Per questo Zeus inviò un tafano a molestare il cavallo alato che, infastidito dalle sue punture, finì per disarcionare il cavaliere.

Giovan Battista Tiepolo, Bellerofonte uccide la Chimera (particolare) – 1723 – Palazzo Sandi-Porto (Cipollato) – Venezia

Le figure di Bellerofonte e Pegaso sono legate a quella del dio Poseidone. Nella sua Teogonia, Esiodo sostiene che il cavallo alato fosse scaturito dal collo della Medusa, al momento in cui era stata decapitata da Perseo con una falce. In precedenza, infatti Medusa s’era unita al dio Poseidone, che per accoppiarsi con lei aveva assunto le sembianze di un cavallo. Subito il cavallo s’era innalzato alla dimora celeste degli dei, dove aveva assunto il compito di portare la folgore a Zeus. Sempre secondo Esiodo (come anche secondo Igino), lo stesso Bellerofonte sarebbe stato figlio del dio. La lotta che li oppone alla Chimera ripropone il motivo del combattimento tra un cavaliere celeste e un mostro infernale che ricorre già nelle religioni dell’Asia Minore e si ritrova trasposto nel contesto cristiano della leggenda di San Giorgio che uccide il drago. Avendo saputo ridurre all’obbedienza Pegaso, il terribile cavallo alato nato dal sangue della Medusa, l’eroe Bellerefonte ha particolarmente affascinato gli autori rinascimentali di trattati dedicati all’equitazione.

Bibliografia:

OMERO, Iliade, VI

PINDARO, Olimpiche, XIII

ESIODO, Teogonia, v. 281-286 e 325

PSEUDO-IGINO, Fabula, 157

OVIDIO, Metamorfosi, V, 250-268

TACCONE, Angelo, Bellerofonte, in AA. VV., Enciclopedia Italiana, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Treccani, 1930.

WAGNER, Marc-André, Dictionnaire mythologique et historique du cheval, Monaco, Éditions du Rocher, 2006.

Kikkuli

di Giovanni Battista Tomassini

Sappiamo davvero poco di questo personaggio misterioso, il cui nome però viene ricordato per essere quello dell’autore del più antico testo dedicato alla cura e all’allenamento del cavallo pervenuto sino a noi. Visse nel tredicesimo secolo avanti Cristo.

Cavalli strigliati e abbeverati
Pannello dal Palazzo Nord-occidentale di Ashurnasirpal (Iraq del Nord), 883-859 a. C.
© Trustees of the British Museum

«Queste sono le parole di Kikkuli, maestro cavaliere, nativo del paese dei Mitanni», comincia così il suo manuale per l’allenamento dei cavalli da guerra. Pur essendo al servizio del re Ittita, Shuppiluliuma, Kikkuli era infatti uno “straniero”. Mitanni o Mitani era il nome di un impero situato sulla sponda sinistra dell’Eufrate, a sud del Tauro, comprendente la Mesopotamia settentrionale e, nel periodo della sua massima espansione (sec. XV a. C.), anche la parte occidentale dell’Assiria. Mitanni fu probabilmente la capitale del regno, quantunque le fonti chiamino anche la città capitale Washshuggani. La popolazione di questo regno era di origine Hurrita. Gli Hurriti parlavano una propria lingua, della quale quella parlata dai Mitanni non era  altro che un dialetto. Abitavano nell’Armenia, nelle provincie orientali dell’impero degli Hittiti in Asia Minore, nella Mesopotamia settentrionale e, frammisti con altre popolazioni, in Assiria, Babilonia, Siria e Palestina.

Frammento dal Palazzo Nord-occidentale
© Trustees of the British Museum

Agli inizi della sua storia il principale rivale dell’Impero dei Mitanni era l’Egitto. L’ascesa degli Ittiti spinse però i sovrani Mitanni a stringere un’alleanza con i loro antichi nemici, suggellata da diversi matrimoni tra i faraoni egiziani e le principesse dei Mitanni. Probabilmente a seguito di una congiura, che portò il disordine nell’impero dei Mitanni, gli Assiri invasero parte della Mesopotamia sud-orientale. La situazione spinse il re ittita Shuppiluliuma a intervenire in favore di Mattiwaza, uno dei principi dei Mitanni, che era in lotta per la successione. Gli diede quindi in moglie una principessa ittita e lo mise sul trono, come vassallo del suo regno. Poco tempo dopo, però, Adad-nirari I d’Assiria (1310-1281) conquistò le città principali del paese e il regno dei Mitanni passò all’Assiria.

Il testo di Kikkuli riveste una particolare importanza per i filologi. Secondo Kammenhuber, che ha studiato tutti i frammenti del testo, le quattro tavolette sarebbero state incise da quattro scribi differenti, probabilmente di origine Hurrita. Ciascuna di esse mostra un diverso livello di competenza della lingua ittita da parte dello scrivente. Dal testo si deduce che gli addestratori di cavalli Mitanni, come Kikkuli, e i loro interlocutori Ittiti usavano vocaboli comuni, hurriti e ittiti, ma anche termini tecnici derivanti da lingue diverse parlate nell’Asia Minore, come quelle dei Sumeri, degli Accadi, dei Luvi e degli Indo-Ariani.

La caccia al leone (particolare)
Pannello in pietra del Palazzo Nord-occidentale di Ashurnasirpal II
© Trustees of the British Museum

Bibliografia:

FURLANI, Giuseppe, Mitanni, in AA.VV., Enciclopedia Italiana, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Treccani, 1934.

RAULWING, Peter, The Kikkuli Text. Hittite Training Instructions for Chariot Horses in the Second Half of the 2nd Millennium B.C. and Their Interdisciplinary Context, 2009.

SESTILI, Antonio, Cavalli e cavalieri nel mondo antico, Roma, Società Editrice Dante Alighieri, 2012.

Ulteriori informazioni a riguardo delle immagini pubblicate in questa pagina possono essere rintracciate seguendo questi link:  Cavalli strigliati e abbeverati / Frammento dal Palazzo Nord-occidentale / La caccia al leone