Anglomania (Parte 2): Federico Mazzucchelli testimone e critico della “moda inglese”

James Seymour, Fantino al galoppo, datazione incerta © Tate Modern Gallery - Londra

James Seymour, Fantino al galoppo, datazione incerta
© Tate Modern Gallery – Londra

di Giovanni Battista Tomassini

Nella prima parte di questo articolo abbiamo visto come, a partire dal XVIII secolo, in Europa si diffuse un crescente interesse per le istituzioni e la cultura inglesi e come questa tendenza coinvolse anche il campo equestre. L’equitazione “all’inglese” divenne di moda e crebbe l’interesse per l’ippica e l’equitazione di campagna. Tanto che nell’Ottocento l’abbigliamento, i finimenti e i cavalli inglesi divennero di rigore tra gli appassionati del vecchio continente.

Le differenti caratteristiche morfologiche dei cavalli inglesi e soprattutto il loro impiego nelle corse e nelle cacce in campagna avevano stimolato in Inghilterra anche l’evoluzione di un modo differente di cavalcare rispetto all’equitazione accademica, allora ancora prevalente nel resto d’Europa. L’innovazione più vistosa fu l’introduzione del trotto sollevato, detto appunto all’inglese, che si accompagnava a un assetto con staffatura più corta e a una posizione del busto leggermente inclinata in avanti. Questa tecnica si avvaleva anche di strumenti necessariamente diversi, a cominciare dalla sella rasa, con pomo e paletta poco rilevati, e dal filetto che, in molti casi veniva associato a un morso, con guardie più corte di quelle tradizionali, comandato da una seconda redine.

Filippo Palizzi, Cavaliere al trotto, datazione incerta La moda inglese portò alla diffusione in tut'Europa del trotto sollevato Galleria dell'Accademia di Belle Arti di Napoli

Il trotto “all’inglese” si diffuse in Europa
a partire dalla seconda metà del Settecento
Filippo Palizzi, Cavaliere al trotto, XIX sec.
Galleria dell’Accademia di Belle Arti di Napoli

Il diffondersi anche nell’Europa continentale di questo nuovo modo di cavalcare “all’inglese” suscitò un vivace dibattito che, per molti versi, somiglia alle diatribe che accendono anche oggi le vere, o presunte, “innovazioni” in campo equestre, come per esempio quella che oppone  i fautori e i detrattori della cosiddetta “natural horsemanship”. Anche nel caso dell’equitazione “all’inglese”,  tra diciottesimo e diciannovesimo secolo, i praticanti e gli appassionati si divisero tra entusiasti e assolutamente contrari. Troviamo un’interessante testimonianza di questa controversia in un capitolo del libro di Federico Mazzucchelli Scuola equestre (1805), intitolato Avvertimenti sul modo di cavalcare all’inglese e sulle corse praticate in Inghilterra.

Mazzucchelli comincia il suo ragionamento, constatando come questo  modo di cavalcare “oggi molto alla moda […] molti motivi produce di dispareri e questioni. Non vi è persona, per ignara che sia dell’equitazione, che non abbia il suo modo particolare di riguardarla” (MAZZUCCHELLI, 1805, Tomo II, p. 285). Il dibattito, insomma, non coinvolgeva solo gli esperti, ma la nuova moda era tanto diffusa e popolare che persino chi fosse “ignaro dell’equitazione” aveva comunque una sua opinione in proposito. Con grande buonsenso, Mazzucchelli distingue tra un modo corretto di “andare all’inglese” e uno sbagliato che, purtroppo come spesso accade, è quello prevalente perché più facile.

In Inghilterra pure succede lo stesso; e non crediamo già, che molti siano quelli che vi vanno bene; anzi questi si rimarcano a dito fra tutti gli altri, e si esaltano meritatamente. Infinito è colà il numero dei cavalcatori, ed una maniera vi si è introdotta facile, e confacente per quelli, che non vi hanno abilità, o che non vogliono prestarvi studio alcuno. Tal maniera è fatalmente per l’Europa creduta degna di essere imitata, come la migliore di quella scuola, mentre ella non è, che la maniera propria della turba ignara di questa parte ginnastica interessante. (MAZZUCCHELLI, 1805, Tomo II, p. 285)

James Seymour, Un cavallo da corsa baio e il suo fantino, ca 1730 Yale Center for British Art

James Seymour, Un cavallo da corsa baio e il suo fantino, ca 1730
Yale Center for British Art

È facile vedere come, se alla “maniera inglese” si sostituisce uno qualsiasi dei metodi oggi di moda in campo equestre, le parole di Mazzucchelli siano ancora attuali. Quale che sia la tecnica, i più tendono fatalmente ad applicarla nel modo che richiede meno impegno e competenza. E in equitazione questo è sempre il modo sbagliato.

Mazzucchelli spiega che la tecnica all’inglese è particolarmente adatta all’equitazione di campagna e alle corse, ma è resa soprattutto necessaria dalle caratteristiche dei cavalli inglesi. L’autore non sembra apprezzarli particolarmente e dimostra un gusto ancora legato alle razze tradizionalmente impiegate nell’equitazione accademica: andalusi, barberi e arabi. I cavalli inglesi gli sembrano invece poco adatti alle andature riunite tipiche degli esercizi di maneggio, per cui  ritiene

che l’educazione di questo quadrupede, destinato alle corse, ed alla caccia, sarà diretta ad istruirlo sul trotto disteso in aperto, e sostenuto con lunghe riprese. Sarebbero inopportune le discipline, che tendono all’unione; epperciò rendesi impraticabile la lezione, che dicesi piegare un cavallo, per cui questo è abilitato all’intelligenza di gamba, e nei movimenti a due piste come il costeggio, ed il raddoppio. Quindi tutto riducesi ad un passo negligente, ad un trotto basso, ma slanciato, e violento; ad un galoppo ordinario ma atterrato; galoppo, dico, diritto, o sinistro secondo l’accidente, e a una scappata veloce. (MAZZUCCHELLI, 1805, Tomo II, p. 286)

M. L. Heirauld, François Baucher su Partisan, galoppo a marcia indietro, da F. Baucher, Souvenirs équestres, Paris, Manège Baucher et Pellier, 1840.

Baucher eseguì le più sofisticate
arie di scuola con cavalli inglesi
M. L. Heirauld, François Baucher su Partisan, galoppo a marcia indietro
da F. Baucher, Souvenirs équestres, Paris, Manège Baucher et Pellier, 1840

Una valutazione decisamente troppo severa e manifestamente viziata da un pregiudizio, visto che nell’Ottocento proprio i cavalli inglesi saranno impiegati,  con risultati stupefacenti, anche nell’equitazione da maneggio, dimostrandosi capaci (con cavalieri del calibro di François Baucher, o James Fillis) di esercizi sofisticatissimi. Mazzucchelli li ritiene invece cavalli duri, pesanti sulla mano, sui quali è impossibile mantenere l’assetto elegante dei cavalieri accademici e che possono essere montati solo adattandosi a sollevarsi durante il trotto, inclinandosi in avanti. Per questo ritiene ridicola la pretesa di coniugare le due maniere, quella inglese e quella accademica, che a suo giudizio sono del tutto incompatibili.

Ciò non toglie che, con i cavalli adatti, lo stesso Mazzucchelli ammette che si possa e si debba adottare la nuova tecnica e traccia quindi il ritratto ideale del “bravo cavaliere inglese”.

Determinato egli sull’andar, porta a perfezione il cavallo, mediante il bridone; e come piuma leggiero, ed in perfetto equilibrio, più sulle staffe che sulla sella, piegato alquanto sul davanti, e colla spalla sinistra più avanzata della dritta, accompagna con grazia, ma in giusto tempo sollevandosi, il movimento slanciato del trotto, schivandone il colpo, e spingendo sullo slancio il cavallo. (MAZZUCCHELLI, 1805, Tomo II, p. 287)

George Stubbs, Otho montato da John Larkin, circa 1768 © Tate Modern Gallery - Londra

George Stubbs, Otho montato da John Larkin, circa 1768
© Tate Modern Gallery – Londra

Quanto al cavallo, anche questo ha il suo tipo ideale:

Sia egli piuttosto abbondante di altezza; di forma leggiera e slanciata; coraggioso nella rapidità; resistente nella fatica; e sviluppato nell’andatura del trotto disteso, onde il movimento sulla linea orizzontale sia determinato e veloce. (MAZZUCCHELLI, 1805, Tomo II, p. 288)

I cavalli inglesi erano apprezzati per la loro altezza John Wotton, L'onorevole John Spencer accanto a un cavallo da caccia tenuto da un ragazzo, 1733-6 © Tate Modern Gallery - Londra

I cavalli inglesi erano apprezzati per la loro altezza
John Wotton, L’onorevole John Spencer accanto a un cavallo da caccia tenuto da un ragazzo, 1733-6
© Tate Modern Gallery – Londra

Afferma d’aver montato lui stesso in Inghilterra seguendo i dettami di questa maniera e di avervi provato “una aggradevole sensazione”:

I contorni di Londra, il movimento, la ricchezza, l’industria, le bellissime strade volate con tanta rapidità, producono una riunione singolare di piaceri, che difficilmente si possono in altri luoghi incontrar riuniti. Egli è questo un altro genere di equitazione, un  altro genere di diletto. Par quasi che l’uomo sia rapito e trasportato da velocissime ali, e niente quasi occupandosi del suo cavallo, soltanto egli sia ricreato dal pronto cambiare degli oggetti sì tanti, e sì vari fra loro. (MAZZUCCHELLI, 1805, Tomo II, p. 289)

Pur manifestamente condizionato dalla sua preferenza per la tradizione accademica, il giudizio di Mazzucchelli sull’equitazione all’inglese si dimostra abbastanza equilibrato e testimonia con chiarezza inequivocabile l’evoluzione delle tecniche equestri, tra Sette e Ottocento. Un’evoluzione che, come abbiamo visto, ubbidisce a fattori complessi ed evidenzia la ricca rete di relazioni e di reciproche influenze che legano l’equitazione alla nostra cultura.

Mazzucchelli resta legato alla tradizione accademica europea Basilio Lasinio, Cavallerizza, in MAZZUCCHELLI, 1805

Come dimostra questa bella tavola del suo trattato,
Mazzucchelli prediligeva lo stile accademico classico
Basilio Lasinio, Cavallerizza,
in MAZZUCCHELLI, 1805

Bibliografia

MAZZUCCHELLI, Federigo,  Scuola equestre, Milano, presso Gio Pietro Giegler, Libraio sulla Corsia de’ Servi, 1805.

Istantanee di un cavaliere medievale. Mastino II della Scala e l’assetto “a la brida”

Statua equestre di Mastino II della Scala (prima del 1351) Museo civico di Castelvecchio Verona

Statua equestre di Mastino II della Scala (prima del 1351)
Museo civico di Castelvecchio
Verona

di Giovanni Battista Tomassini

Quando, nel 1329, Mastino II della Scala ereditò, insieme al fratello Alberto, la signoria di Verona dallo zio Cangrande la fortuna degli Scaligeri era al suo apice. Giovane e ambizioso, Mastino II (1308-1351) volle ulteriormente ampliare i domini veronesi, dimostrando coraggio e valore militare, ma non altrettanta prudenza e capacità diplomatiche del suo predecessore. La sua brama di conquista finì, infatti, per metter in allarme le altre potenze italiane, che si coalizzarono contro di lui e lo sconfissero ripetutamente. Riuscì a salvare la sua signoria ma, dopo dieci anni dal suo avvento al potere, i suoi domini si ridussero alle sole Verona e Vicenza. Alla sua morte, nel 1351, fu inumato in una splendida tomba gotica, nel complesso funerario delle cosiddette Arche Scaligere, accanto alla Chiesa di Santa Maria Vecchia. La tomba è coronata da una celebre statua equestre, il cui originale è conservato, dal 1986, nel Museo di Castelvecchio a Verona.

3 - Scudo

L’elmo con la testa di cane evoca i guerrieri cinocefali longobardi. Le ali d’aquila invece distinguono la dignità
di vicario imperiale

La statua, realizzata da autore anonimo, intorno al 1350, da un unico blocco di pietra gallina, ritrae il signore e condottiero nell’attimo che precede l’assalto in un duello. Il cavaliere è armato di lancia e scudo, protetto da un usbergo, vale a dire da una tunica di maglia metallica, da schinieri, cosciali, guanti e da un elmo, in forma di mastino alato. Il cavallo è interamente ricoperto da una voluminosa gualdrappa damascata, sulla quale è riportato lo stemma dei Della Scala (una scala d’argento in campo rosso), sia sul collo che sui piatti delle guance. La testiera è sormontata da un elmo con testa di cane analogo a quello del cavaliere.

2 - Usbergo

Il cavaliere è protetto da un usbergo, vale a dire da una tunica di maglia metallica, e da schinieri, cosciali e guanti

L’estremo realismo e la precisione nei dettagli del ritratto ci offre la possibilità di osservare da vicino l’assetto di un cavaliere medievale. In particolare, di vedere rappresentato uno dei modi di montare a cavallo tipici dell’epoca, che troviamo descritto nel libro del re portoghese Dom Duarte (1391-1438), Livro da ensinança de bem cavalgar toda sela (alle diverse tecniche equestri in uso nel tardo Medioevo e nel Rinascimento è dedicato un precedente articolo di questo blog: per leggerlo vi basta clickare su questo link: “A la brida” e “a la gineta”).

4 - Arme

Lo stemma dei Della Scala era effigiato sulla gualdrappa del cavallo, sulla sella e sulla cotta d’arme del cavaliere

Mastino II cavalca stando praticamente in piedi sulle staffe. Questa posizione è facilitata da un particolare tipo di sella, dotata di un’alta e avvolgente paletta posteriore, alla quale il cavaliere si appoggia con le natiche, e di un voluminoso arcione che oltre a sostenerlo lo protegge dai colpi dell’avversario. Le gambe del cavaliere sono distese, con i piedi leggermente portati in avanti.

La sella è caratterizzata da una paletta alta e avvolgente e da un voluminoso arcione

La sella è caratterizzata da una paletta alta e avvolgente e da un voluminoso arcione

Si tratta chiaramente di una delle due tecniche della cosiddetta equitazione “a la brida” descritta da Dom Duarte. Questo modo di montare a cavallo consisteva nel portare appunto le gambe distese: sia inforcandosi bene sulla sella, tenendo i piedi in avanti, sia montando eretti sulle staffe, senza sedersi. Secondo Dom Duarte questa seconda tecnica sarebbe più antica e, in effetti, la statua di Mastino II precede di circa una settantina d’anni il libro del sovrano portoghese.

6 - Assetto

Il cavaliere montava in piedi sulle staffe, appoggiandosi
alla paletta della sella

Osservando di profilo la statua di Mastino, si nota come il cavaliere sfiori appena il seggio e si avvalga soprattutto del sostegno della paletta e delle staffe. Non c’è però traccia della correggia con cui, secondo quanto dice Dom Duarte, alcuni cavalieri legavano le staffe sotto il ventre del cavallo, per evitare che si divaricassero.

7 - Piedi

I piedi erano tenuti in posizione parallela ai fianchi e leggermente in avanti

Il cavaliere tiene i piedi paralleli al fianco del cavallo per evitare di colpirlo accidentalmente con i lunghi speroni. Vista la posizione dei piedi e l’impaccio determinato dai cosciali e dagli schinieri, il contatto con i fianchi dell’animale non doveva essere affatto agevole. Questo spiega la lunghezza, ai nostri occhi inconcepibile, delle aste degli speroni.

Tomba equestre di Bernabò Visconti (1363) Museo di Arte Antica del Castello Sforzesco  Milano - Italia

Lo stesso assetto del cavaliere si ritrova nella tomba equestre di Bernabò Visconti (1363)
Museo di Arte Antica del Castello Sforzesco
Milano – Italia

Osserviamo lo stesso tipo di assetto nel monumento equestre di Bernabò Visconti (1323-1385), che fu signore di Bergamo, Brescia, Cremona, Soncino, Lonato e Valcamonica e resse Milano insieme ai fratelli Matteo II e Galeazzo II, a partire dal 1354. Sormonta la sua tomba, attualmente conservata nel Museo di Arte Antica del Castello Sforzesco di Milano, ma in passato collocata dietro l’altare maggiore della chiesa di San Giovanni in Conca, oggi demolita. L’opera è di poco più di un decennio posteriore a quella che ritrae Mastino II. Venne realizzata nel 1363 da  Bonino da Campione (1323-1397). Mostra il condottiero montato su un poderoso corsiero. L’assetto del cavaliere è praticamente identico a quello del monumento veronese. Monta a cavallo in posizione eretta, appoggiato all’alta paletta della sella, tenendo le gambe distese sotto di sé.

Dettagli del monumento a Bernabò Visconti, tratti dal volume Society of Antiquaries of London, Archaeologia. Volume 18. London- Society of Antiquaries of London, 1817

Dettagli del monumento a Bernabò Visconti, tratti dal volume Society of Antiquaries of London, Archaeologia. Volume 18. London- Society of Antiquaries of London, 1817

Da notare che, nel monumento Visconti è precisamente rappresentato anche il morso del cavallo, che è imbrigliato con un filetto, con guardie esterne, e una doppia redine. Probabile che la redine supplementare avesse solo una funzione di sicurezza, nel caso in cui la principale si rompesse, o venisse tagliata nel corso di un duello o di una battaglia. Viene infatti tenuta semplicemente sul collo del cavallo ed è affibbiata allo stesso anello dell’altra.

10 - Visconti laterale

Nella Tomba Visconti il cavallo è imbrigliato con un filetto ad aste
e una doppia redine

Le arche Scaligere a Verona ci offrono un ulteriore testimonianza della veridicità della descrizione delle tecniche equestri in uso in epoca tardo medievale fatta da Dom Duarte nel suo trattato. Accanto al sepolcro di Mastino II, proprio sopra la porta della Chiesa di Santa Maria Antica, si trova la sepoltura del suo predecessore, Cangrande (1291-1329). Anche in questo caso il sarcofago è sormontato da una statua equestre, il cui originale viene conservato nel Museo di Castelvecchio. Cangrande vi appare in un atteggiamento decisamente meno marziale di quello del nipote. Si direbbe ritratto in una pausa prima o dopo un combattimento. Tiene l’elmo allacciato sulle spalle e l’espressione del suo volto, che si affaccia dal cappuccio dell’usbergo, è benevola e sorridente. Siede profondamente nella sella, portando i piedi in avanti, sino alle spalle del cavallo. Le ginocchia sono praticamente distese.

Statua di Cangrande della Scala (circa 1340) Museo civico di Castelvecchio Verona

Statua di Cangrande della Scala (circa 1340)
Museo civico di Castelvecchio
Verona – Italia

La sua posizione in sella è esattamente quella descritta da Dom Duarte nel secondo capitolo della terza parte della sua opera. La differenza con l’assetto della statua di Mastino II può far supporre che la posizione in piedi sulle staffe venisse adottato nei combattimenti, per meglio gestire l’ingombro della lunga lancia, mentre la posizione seduta, con i piedi in avanti, fosse utilizzata negli spostamenti e nelle parate.

12 - Cangrande 2

La statua di Cangrande mostra l’altro tipo di assetto dello stile “a la brida”

È certo che l’assetto seduto, con i piedi in avanti e le gambe distese, diventerà quello prevalentemente utilizzato nei due secoli successivi dalla cavalleria pesante. Lo ritroviamo infatti in moltissimi ritratti equestri del Quattro e del Cinquecento. Con l’avvento dell’equitazione di scuola la posizione dei piedi verrà progressivamente arretrata per garantire un più efficace e preciso impiego degli aiuti inferiori.

Le tombe di Masinto II (a sinistra) e Cangrande (a destra) presso Santa Maria Antica a Verona

Le tombe di Mastino II (a sinistra) e Cangrande (a destra) presso Santa Maria Antica a Verona

“Maneggi e salti”. Gli esercizi di base dell’equitazione rinascimentale (parte 3a)

Biagio d’Antonio Tucci, Trionfo di Camillo (dettaglio), 1470-1475,
National Gallery of Art, Washington D.C.

di Giovanni Battista Tomassini

Nel tardo Medioevo e nel Rinascimento l’equitazione aveva una spiccata dimensione sociale. Il cavallo svolgeva una funzione simbolica essenziale nella definizione dell’identità della classi aristocratiche e interpretava un ruolo centrale nella maggior parte delle manifestazioni pubbliche, nelle quali contribuiva con la sua forza ed eleganza, ma anche con lo sfarzo delle sue bardature a far brillare la nobiltà al cospetto del popolo. L’equitazione era inoltre parte integrante dei rituali di corte. Non è un caso che una parte del primo trattato equestre pubblicato a stampa, Gli ordini di cavalcare (1550) di Federico Grisone, fosse dedicata a come presentare un cavallo al cospetto di un principe, o di un re. In queste occasioni, così come nel corso delle fasi cerimoniali che precedevano i combattimenti nelle giostre, cavalli e cavalieri eseguivano esercizi volti a mostrare al pubblico l’energia dell’animale e l’ardimento e la bravura di chi lo montava. Si trattava per lo più di quelli che oggi conosciamo come “salti di scuola” o “arie rilevate”.

Contrariamente a una credenza piuttosto diffusa, questi esercizi avevano una finalità eminentemente estetica e non militare. Gli autori rinascimentali e successivi sono su questo unanimi. Non solo i salti, ma addirittura le “posate” erano considerate da Fiaschi pericolose per il cavallo da usare in combattimento, perché nel momento in cui si sollevava sui posteriori l’animale veniva a trovarsi in una condizione di vulnerabilità rispetto alla carica di un eventuale avversario.

… se si vuole qualche posata farla, ma che non siano molto alte, perché oltre, che sarebbe brutto vedere il cavallo in tal modo accostumato, sarebbe ancho di danno ogni volta che così facesse se li fusse dato incontro; perché facilmente si potria battere a terra. Et questo anchor è che mi fa spiacer tante possate, massimamente nel cavallo da guerra (Fiaschi, 1556, II, 5, p. 99).

Contrariamente a una credenza diffusa, i salti di scuola avevano una finalità estetica e non militare. William Cavendish, duca di Newcastle, La methode et inuention nouvelle de dresser les cheuaux, 1658, tav. 30

Contrariamente a una credenza diffusa, i salti di scuola
avevano una finalità estetica e non militare.
William Cavendish, duca di Newcastle, La methode et inuention
nouvelle de dresser les cheuaux, 1658, tav. 30

Opinione condivisa da Claudio Corte, autore de Il cavallarizzo (1562), secondo il quale il rischio maggiore era che una volta addestrato alle posate e alle corvette il cavallo potesse eseguirle di propria iniziativa, per sottrarsi al controllo del cavaliere, lasciandolo così esposto agli attacchi dei suoi avversari.

Hor perché i cavalli giovani imparano facilmente le pesate, e di poi che le hanno imparate le fanno volentieri, parendoli, che come le hanno fatte, non habbino à far altro: e che battuti per questo col sprone: non habbino se non à fermarsi e pesarsi, si fermano bene spesso à farle contra il voler del cavalcatore; e in luogo dove non si richiede; e le fanno anco più alte di quello non si conviene. (CORTE, 1562, II, 15, p. 71r).

Anche l'uso delle

Anche l’uso delle “posate” (pesade) era considerato
da autori come Fiaschi e Corte, nocivo per i cavalli da guerra.
Antoine de Pluvinel, L’instruction du Roy en l’exercice de monter à cheval, 1625, figure 22

Ancora più esplicito sulla finalità esclusivamente ludica dei salti di scuola e sulla loro nocività per i cavalli da impiegare in guerra è Pasquale Caracciolo, autore del monumentale trattato La gloria del cavallo (1567). Secondo lo scrittore e cavaliere napoletano, addestrare un cavallo ai salti non solo lo rendeva bellissimo da vedere, ma allo stesso tempo ne aumentava l’agilità e la sensibilità agli aiuti. Bisognava però prima valutare attentamente le attitudini dell’animale, che doveva avere particolari doti di forza e docilità. Caracciolo considerava però un grave errore addestrare a questi esercizi un cavallo da guerra, visto che secondo lui in battaglia non solo non producevano alcun beneficio, ma potevano piuttosto arrecare danno.

Stimerà forse alcuno soverchia, e vana cosa, che l’huomo s’affatichi di insegnar questi salti al suo cavallo; ma e’ s’inganna; perché oltre che vien bellissimo a vedere un cavallo, che vada ondeggiante di gruppo in gruppo; certamente con queste dottrine alleggerendosi di braccia, e di gambe, diviene più agile, e più pronto a tutte l’altre virtù, che si richiedono; si come il giuoco della palla al cavaliere se ben non è necessario quanto a se, non si può tuttavia negare che oltre un certo che di ornamento, non gli sia molto giovevole ad addestrarlo all’armeggiare. Bisogna ben sopra tutto considerare la taglia, l’habilità, e la propria inclinazione de l’animale; che quando tai cose vi concorressero, non saria da dubitarsi, che a nobili giovani attendenti a star bene in sella, non fusse utile, e onorevole di ammaestrare i loro cavalli a tai maneggi, co’ quali di giorno in giorno si fariano più destri, e più leggieri; servandosi la temperanza, e’l prescritto ordine. Ma essendo un cavallo assai veloce, ò di qualità propriamente al guerreggiare, sciocco sarebbe chi si mettesse ad essercitarlo in questi salti, e in questi gruppi; i quali nella militia apporteriano più tosto impedimento, e danno, che beneficio alcuno al Cavaliere, com’altre volte s’è detto (CARACCIOLO, 1567, p. 426)

D’altra parte, come spiega bene Jean-Claude Barry, per diciassette anni ecuyer del Cadre Noir e grande esperto del lavoro dei “saltatori”: «conoscendo la preparazione e la precisione che richiedono, è difficile immaginare di eseguire le arie rilevate nel quadro di uno scontro in cui rapidità e prontezza di reazione sono vitali e in cui qualsiasi azione involontaria o imprecisa del cavaliere potrebbe essere fraintesa dal cavallo. Per di più il peso della bardatura e del cavaliere in armatura era un handicap per il destriero e ne limitava l’agilità» (Barry, 2005, p.26).

La capriola (cabriole) è uno dei salti di scuola più spettacolari tra quelli ancora praticati oggi. Giovanni Battista Galiberto, Il cavallo da maneggio, 1650

La capriola (cabriole) è uno dei salti di scuola più spettacolari
tra quelli ancora praticati oggi.
Giovanni Battista Galiberto, Il cavallo da maneggio, 1650

Le arie rilevate praticate all’epoca differivano leggermente da quelle tuttora eseguite nelle grandi accademie d’arte equestre classica, come quella di Vienna, Saumur, Jerez e Lisbona, che si rifanno prevalentemente alla codificazione di questi esercizi avvenuta nel XVIII secolo. Sfortunatamente, gli autori dei trattati rinascimentali davano per scontato il fatto che i loro lettori conoscessero gli esercizi dei quali parlavano e per questo non ci hanno fornito descrizioni approfondite e chiare. Allo stesso modo, con la sola eccezione del trattato di Cesare Fiaschi, le opere del XVI secolo non presentano illustrazioni significative, che possano chiarire come venisse intesa l’esecuzione dei diversi esercizi. Questo rende oggi più problematica l’esatta individuazione delle specifiche caratteristiche dei diversi tipi di salto che sono citati nelle opere dei maestri rinascimentali. Per cercare quindi di rendere più esplicita e precisa la descrizione che segue ci avvarremo, oltre che delle illustrazioni tratte dal libro di Fiaschi, anche di quelle pubblicate in opere successive, come quella del duca di Newcastle, e come Il cavallo da maneggio, del conte napoletano Giovanni Battista Galiberto, colonnello e maestro d’equitazione, al servizio del re d’Ungheria e Boemia Ferdinando IV. Sebbene l’opera sia stata pubblicata a Vienna nel 1650, cioè esattamente un secolo dopo quella di Grisone, si rifà chiaramente alla terminologia e alle tecniche dell’equitazione di scuola italiana rinascimentale.

I salti praticati in epoca rinascimentale differivano leggermente da quelli eseguiti oggi nelle quattro grandi accademie di Saumur, Lisbona, Jerez e Vienna

I salti praticati in epoca rinascimentale differivano leggermente da quelli eseguiti oggi
nelle quattro grandi accademie di Saumur, Lisbona, Jerez e Vienna

Nel libro di Fiaschi troviamo innanzitutto citato il cosiddetto “galoppo raccolto”. Di quest’aria l’autore non fornisce alcuna descrizione, ma sottolineando la difficoltà di spiegarne, a parole o con un disegno, l’esecuzione aggiunge lo spartito, sottolineando che «quella misura e tempo bisogna osservare se si vuole che il cavaliere faccia un aggruppar di bella vista» (FIASCHI, 1556, II, 11, p. 114). Con il verbo “aggruppare” ritengo che l’autore voglia intendere “eseguire salti”, che vengono in altri testi definiti anche “groppi” (probabilmente da “groppa”). Per eseguire questo esercizio, Fiaschi dice che il cavaliere deve mantenere il cavallo riunito, stimolandolo con i polpacci e trattenendolo ritmicamente con la briglia, in modo che «si muova quel tanto che ondeggi un pochetto» (FIASCHI, 1556, II, 11, p. 114). A giudicare da queste indicazioni e anche dall’illustrazione a corredo sembra possibile identificare il “galoppo raccolto” con ciò che oggi conosciamo come tette a terre, una sorta di galoppo in due tempi, in cui il cavallo passa alternativamente dagli anteriori ai posteriori e che, a partire dal XVIII secolo diviene l’aria di preparazione di tutti i salti di scuola.

Il

Il “galoppo raccolto” citato da Fiaschi corrisponde a quello che oggi chiamiamo “terre à terre”.
Cesare Fiaschi, Trattato dell’imbrigliare, atteggiare e ferrare cavalli, 1556

Altro esercizio indicato da Fiaschi è il cosiddetto “maneggio con salti a balzi”. Difficile capire in cosa consistesse questo esercizio. Di un aria chiamata “balzotto” parla Pasquale Caracciolo, ma anche lui non spiega di cosa si tratti. Secondo Barry, si tratterebbe di quella che successivamente è stata chiamata ballotade, un salto nel quale il cavallo salta in orizzontale e slancia i posteriori, come se volesse scalciare, ma senza distenderli interamente. In realtà, però l’illustrazione del libro di Fiaschi mostra il cavallo con le quattro zampe sollevate da terra, ma con i posteriori sotto la massa corporea.

Fiaschi

Difficile dire oggi in cosa consistesse il “maneggio con salti e balzi” di cui parla Fiaschi.
Cesare Fiaschi, Trattato dell’imbrigliare, atteggiare e ferrare cavalli, 1556

Un’aria citata da diversi autori è il cosiddetto “maneggio a misura di un passo e un salto”, che veniva praticata anche nella variante di “due passi e un salto”. Claudio Corte (II, 19) spiega che veniva insegnata ai cavalli abituandoli a saltare dei pezzi di tela tenuti tesi da aiutanti a terra, posti a due o tre passi di distanza l’uno dall’altro. In pratica, il cavallo doveva spiccare un salto ogni uno o due falcata di galoppo. Questo esercizio veniva anche chiamato “galoppo gagliardo”. Dalla descrizione che ne dà Claudio Corte, sembra di intuire che si trattasse di una sequenza di salti simili alla capriola, intervallati da due, oppure tre falcate di galoppo:

Ne vi crediate già, che per quel che s’è detto, la capriola, & il passo, e un salto, over galoppo gagliardo siano una cosa medesima, perche la capriola, come vi fu detto, va di passo in passo saltando, e l’un salto subito seguita l’altro, che’l galoppo gagliardo non fa così ma va di dui in dui, over di tre in tre, come più pare meglio al cavalliere: & i salti ancora sono con calci sempre, che quella non li spara sempre; possendoli però sparare. Nel galoppo gagliardo, che così si dee dire più presto che un passo, e un salto, essendo che il salto si piglia al secondo & terzo passo (CORTE, 1562, II, 19, p. 74v).

L'esercizio di

L’esercizio di “un passo e un salto”
era anche chiamato “galoppo gagliardo”.
G. B. Galiberto, Il Cavallo da maneggio, 1650

Un tipo di salto citato da tutti i libri dell’epoca è il salto “a montone”, così detto, spiega Pasquale Caracciolo, «perché viene il cavallo a saltare in quella guisa, che saltano i Montoni» (CARACCIOLO, 1567, p. 425). Si tratta di un’aria in cui il cavallo salta sul posto e, scalciando, ricade nella stessa posizione. Secondo Fiaschi, era proprio questa caratteristica a distinguerlo dai “salti e balzi”:

perché quando ‘l cavallo fa ‘l salto a balzo, si spinge con la vita avanti, et questo a montone fatto come dee, bisogna ch’esso cada dirittamente nel luogo di dove si leva, montando anchor più alto. (FIASCHI, 1556, II, 15, p. 122)

Nel

Nel “salto a montone” il cavallo scalciava ricadendo sul posto.
G.B. Galiberto, Il cavallo da maneggio, 1650

Infine, il salto più diffuso è la cosiddetta “capriola”, la più spettacolare della arie rilevate tuttora praticata. Consiste in un salto in cui, quando si trova in aria, il cavallo scalcia con la maggiore violenza possibile. Secondo Fiaschi, la “capriola” differisce dal salto “a montone”, perché in questo caso, saltando il cavallo avanza e non ricade nello stesso luogo. All’epoca, il cavallo veniva fatto scalciare nella fase discendente della parabola del salto e atterrava sugli anteriori, mentre oggi generalmente il cavallo distende i posteriori al culmine del salto:

Quando si vorrà maneggiar il cavallo con salto o salti alla capriola, cosi chiamati perché di tal modo saltano i capri, si dee operare che facciano come essi fanno quando saltano, che nel cadere a terra levano l’anche (FIASCHI, 1556, II; 16, p. 124).

Nel Rinascimento, eseguendo la capriola, il cavallo veniva fatto scalciare nella fase discendente del salto. C. Fiaschi, Trattato dell’imbrigliare, atteggiare e ferrare cavalli, 1556

Nel Cinquecento, eseguendo la capriola il cavallo
veniva fatto scalciare nella fase discendente del salto.
C. Fiaschi, Trattato dell’imbrigliare, atteggiare e ferrare cavalli, 1556

Molto diffuse erano anche le “corvette”, salto di scuola in cui il cavallo solleva gli anteriori e poi procede a balzi sui posteriori. Secondo Corte, proprio questo movimento caratteristico sarebbe alla base dell’etimologia del nome, poiché «corvetta si dice dal corvo, quando ch’egli è in terra, & va così à saltetti innanzi» (CORTE, 1562, II, 15, p. 72r). Era considerata un’aria di presentazione per eccellenza e veniva spesso eseguita nelle cavalcate pubbliche come atto di galanteria al cospetto delle dame.

Le “corvette” erano un’aria molto popolare, che veniva spesso eseguita in pubblico come segno di galanteria verso le dame. William Cavendish, duca di Newcastle, La methode et inuention nouvelle de dresser les cheuaux, 1658, tav. 26

Le “corvette” erano un’aria molto popolare, che veniva spesso
eseguita in pubblico come segno di galanteria verso le dame.
William Cavendish, duca di Newcastle, La methode et inuention
nouvelle de dresser les cheuaux, 1658, tav. 26

I cavalli venivano inoltre tutti addestrati a “sparar calci”, in preparazione dei salti di scuola. È da ritenersi che questo fosse un addestramento condiviso anche dai cavalli da guerra, che venivano indotti a scalciare a comando nelle mischie, come mostra un particolare del celebre quadro di Paolo Uccello, Disarcionamento di Bernardino della Ciarda (1438-1440), in cui si nota un sauro con entrambi i posteriori sollevati nell’atto di scalciare.

Nel celebre quadro di Paolo Uccello, Disarcionamento di Bernardino della Ciarda, si nota un cavallo sauro che scalcia nella mischia. Paolo Uccello, Battaglia di San Romano, (1438-1440), Firenze, Museo degli Uffizi

Nel celebre quadro di Paolo Uccello, Disarcionamento di Bernardino della Ciarda,
si nota un cavallo sauro che scalcia nella mischia.
Paolo Uccello, Battaglia di San Romano (1438-1440), Firenze, Museo degli Uffizi

Infine, abbiamo visto in un altro articolo (Il passo spagnolo: aria classica o trucco da circo?) che tra le arie di presentazione figurava anche quello che oggi chiamiamo “passo spagnolo” e che all’epoca si diceva “far ciambetta”.

Con questa disamina delle arie di presentazione si conclude la nostra panoramica dei principali esercizi descritti, o citati, nei trattati italiani d’equitazione di epoca rinascimentale (si vedano gli articoli precedenti: Parte 1 e Parte 2). Ovviamente, questa descrizione sintetica non pretende di rappresentare esaustivamente il vasto campo delle pratiche equestri dell’epoca, ma mira soprattutto ad evidenziare alcuni aspetti rimasti invariati nel corso dei secoli, così come a sottolineare alcune differenze significative.

 Bibliografia

BARRY, Jean-Claude, Traité des Airs relevés, Paris, Belin, 2005.

BARRY, Jean-Claude, Les airs relevés et leur histoire, in AA.VV., Les Arts de l’équitation dans l’Europe de la Reinassance. VIIe colloque de l’Ecole nationale d’équitation au Chateau d’Oiron (4 et 5 octobre 2002), Arles, Actes Sud, 2009, pp. 183-196.

CARACCIOLO, Pasquale, Gloria del cavallo, Venezia, Gabriel Giolito de’ Ferrari, (in 4°), 1566.

CORTE, Claudio, Il Cavallarizzo, Venezia, Giordano Zilletti, 1562.

FIASCHI, Cesare, Trattato dell’imbrigliare, atteggiare e ferrare cavalli, Bologna, Anselmo Giaccarelli, 1556.

GALIBERTO, Giovanni Battista, Il cavallo da maneggio, ove si tratta della nobilissima virtù del..,Vienna, Giacomo Kyrneri, 1650.

“Maneggi e salti” . Gli esercizi di base dell’equitazione rinascimentale (2a parte)

Benozzo Gozzoli, Cappella dei Magi, dettaglio della parete est, Palazzo Medici- Ricciardi, Firenze, 1459

Benozzo Gozzoli, Cappella dei Magi, dettaglio della parete est,
Palazzo Medici- Ricciardi, Firenze, 1459

di Giovanni Battista Tomassini

All’inizio della seconda parte del suo Trattato dell’imbrigliare, atteggiare e ferrare cavalli (1556), Cesare Fiaschi dichiarava esplicitamente di voler codificare l’arte equestre della sua epoca, stabilendo la norma di corretta esecuzione dei diversi “maneggi”. Una regola che, nell’intenzione dell’autore, serviva anche a mettere al riparo chi vi si adeguava dalle critiche dei troppi che, a suo giudizio, a quei tempi praticavano l’equitazione senza il dovuto rigore.

Mi par in questa seconda parte del trattato non solo dar norma col dir mio del maneggio di cavalli, ma porre ancho in disegno alcuni atti di cavalieri a cavallo e ferri d’esso, e il tempo in Musica d’alcuni maneggi, acciò che non possa essere ripreso alcuno ogni volta che secondo tali raccordi li maneggerà poi. L’haver io veduto molti, sì pe’l passato come per adesso, che non mirano di far fare al cavallo interamente quel che dovrebbero, mi [h]a fatto prender questa fatica, e ancho perché so che al dì d’hoggi alcuni, per non essere avertiti, incorrono in molti errori […], però niuno si dee sdegnare accettare il mio parere atteso, che se procederà del modo che in questo trattato si intenderà e vederasi ancho in disegno e Musica, potrà farsi honore senza tema d’essere riputato insciente, perché con le vive ragioni in mano chiuderà la bocca a quelli ch’ardissero contradirli. (FIASCHI, 1556, II, 1, pp. 87-88)

La parte del trattato di Fiaschi espressamente dedicata all’equitazione può insomma essere intesa come un vero e proprio canone dei diversi esercizi di scuola, eseguiti con un cavallo perfettamente addestrato. Su come però gli animali venissero preparati a quelle raffinate evoluzioni, l’autore ferrarese dice ben poco.

Le opere di Grisone e Corte vennero più volte ristampate nel corso del XVI e XVII secolo
Frontespizi dell’edizione del 1551 degli “Ordini” e dell’edizione lionese del 1573 de “Il cavallarizzo”

Più interessanti dal punto di vista dell’addestramento del cavallo in epoca Rinascimentale risultano altri due testi fondamentali del XVI secolo. Vale a dire Gli ordini di cavalcare (1550) di Federico Grisone, sorta di vero e proprio manuale per l’addestramento del cavallo “all’uso della guerra”, e Il cavallarizzo (1562) di Claudio Corte, opera tra le più raffinate e innovative tra quelle dedicate all’arte equestre nel Cinquecento.

Secondo Grisone, il cavallo doveva essere domato dopo il compimento dei tre anni d’età. La prima fase dell’addestramento era piuttosto sbrigativa e durava in media dai quattro ai sei mesi. Grisone consigliava di montare all’inizio su un terreno arato, sul quale altri cavalli avessero battuto una pista. In questo modo, secondo l’autore, il cavallo veniva indotto a seguire una traiettoria corretta, per sottrarsi alla fatica di camminare sul terreno più pesante. Con il procedere dell’addestramento si poteva ricorrere a un basso fossato, scavato in modo da obbligarlo a seguire una traiettoria ancora più rigorosa.

Grisone suggeriva di utilizzare un fossato per indurre
il cavallo a seguire una traiettoria rigorosa nella passade.
Pierre de la Noue, La Cavalerie françoise et italienne, 1620

Fondamentali per preparare il cavallo ai “maneggi” erano, secondo l’autore napoletano, i cosiddetti “torni”. Si trattava di fare due cerchi (“volte”) alla mano destra e poi altri due cerchi alla mano sinistra, per poi percorrere un rettilineo (repolone) al termine del quale il cavallo doveva arrestarsi eseguendo alcune “posate”. Quindi, quando il cavallo era “quieto e giusto” gli si dovevano far eseguire due volte strette alla mano destra , quindi altre due alla mano sinistra, sino a portarlo, con il progredire dell’addestramento, a eseguire una o due piroette (che Fiaschi e Grisone chiamano “raddoppio”, o “volta raddoppiata”). Infine, il cavallo veniva riportato sul rettilineo e “usciva” così dai “torni”. L’esercizio veniva eseguito inizialmente al trotto e poi, in una fase più avanzata dell’addestramento, al galoppo.

Questa è la forma de i torni offerti da me, con alcune parole scritte, che si per esse, e si per quello che avanti vi dissi, facilmente saranno ben intesi, et del modo che vi sono dipinti conoscerete quanto sieno differenti da i giri antichi, i quali giri, ancor pochi anni a dietro si usavano fra gli alberi, e nella campagna, e erano più larghi, e in quelli con niuna misura ne di numero ne di larghezza, cambiandosi luogo si andava, e non ordinatamente come ora si va. (GRISONE, 1550, II, p. 54r-54v)

Schema dei cosiddetti

Schema dei cosiddetti “torni”, l’esercizio fondamentale per preparare il cavallo ai “maneggi”, secondo Grisone

I “torni” servivano ad allenare il cavallo a trovare il proprio equilibrio sotto il peso del cavaliere, quindi a insegnargli a eseguire il repolone (o passade), fermandosi dopo la carica, voltando sulle anche per ripartire in direzione opposta.

Per abituare il cavallo ad affrontare qualsiasi tipo di terreno Grisone suggeriva di disseminare il tracciato di pietre. L’autore insisteva poi sull’importanza di esercitare il cavallo ad arrestarsi dritto, magari anche ricorrendo all’aiuto di un uomo a terra che lo inquadrasse con una bacchetta, per evitare che si traversasse. Allo stesso scopo, riteneva utile anche il ricorso alla marcia indietro. Nella prima fase il cavallo veniva montato con cavezzone e morso. Quindi, quando era stato già avviato al lavoro al trotto, Grisone suggeriva di togliergli il cavezzone e di mettergli le cosiddette false-redini, vale a dire redini aggiuntive che venivano assicurate ad appositi anelli posti sulla guardia del morso, all’estremità dell’imboccatura. In questo modo, il morso funzionava come un un morso pelham (1). Quest’uso era invece fortemente criticato da Fiaschi, che lo riteneva nocivo per il puledro.

La posata era considerata essenziale per abituare il cavallo ad arrestarsi portando il peso sui posteriori Giovanni Battista Galiberto, il cavallo da maneggio, Vienna, 1650

La posata era considerata essenziale per abituare il cavallo ad arrestarsi portando il peso sulle anche.
Giovanni B. Galiberto, Il cavallo da maneggio, 1650

Ben presto al cavallo venivano insegnate le cosiddette “posate”, cioè ad arrestarsi portando i posteriori sotto di sé, abbassando le anche e alleggerendo gli anteriori sino a sollevarli da terra, ripiegandoli. Questa tecnica consentiva di riunire il cavallo all’estremo, rendendolo capace di un rapidissimo cambio di direzione al termine del repolone. Si trattava comunque di un esercizio spettacolare, che veniva utilizzato anche come aria di presentazione.

Rispetto l’opera di Grisone, quella di Claudio Corte introduce diversi altri esercizi per l’addestramento del cavallo, la maggior parte dei quali sono tuttora in uso (seppure con lievi differenze). Non si tratta evidentemente di “invenzioni” di Corte, che però ebbe il merito di descriverli nel suo trattato, consolidandone l’impiego.

Corte propone uno schema aggiornato dell'esercizio dei

Corte propose uno schema aggiornato dell’esercizio dei “torni” di Grisone, che chiamò “rote”.
Claudio Corte, Il Cavallarizzo, 1562

Punto di partenza dell’addestramento è, per Corte, il lavoro sui cerchi. Propone dunque uno schema aggiornato dei “torni” di Grisone, che lui chiama “rote”, La differenza tra i due esercizi consiste nel fatto che dopo aver percorso il rettilineo il cavallo doveva voltare su tre cerchi contigui, del diametro di 8-12 metri, quindi tornare indietro sullo stesso rettilineo, percorso il quale, voltava su tre cerchi di diametro inferiore (circa 2-3 metri).

Corte considerava l'esercizio del

L’esercizio del “caragolo” era, secondo Corte, il più efficace a rendere il cavallo agile e ubbidiente.
Claudio Corte, Il cavallarizzo, 1562

Dopo aver confermato il cavallo in questo esercizio, Corte suggeriva di avviarlo a un altro, il cosiddetto “caragolo” (dallo spagnolo “caracol”, cioè lumaca). Si trattava di eseguire al trotto una spirale, quindi, dopo aver percorso un repolone, eseguirne un’altra alla mano contraria. Corte lo considerava l’esercizio più importante ed efficace, capace di produrre i medesimi benefici del lavoro sulle “rote”, consentendo però al cavallo di acquisire maggiore agilità e in minor tempo. Dopo un certo allenamento, il cavallo doveva essere in grado di eseguirlo anche al galoppo. A quel punto, secondo Corte, assumeva anche un notevole pregio estetico, dimostrando la docilità e la scioltezza acquisite dal cavallo e l’abilità del cavaliere.

L'esercizio del cosiddetto

Allenare il cavallo al cosiddetto “esse serrato” serviva a prepararlo al “repolone”.
Claudio Corte, Il cavallarizzo,1562

Altro esercizio era quello che Corte chiamava “esse serrato”. Si trattava di un tracciato in forma di otto, dal quale il cavaliere usciva con un repolone, arrestando il cavallo sulla dirittura. L’autore raccomandava di percorrerlo inizialmente seguendo un tracciato più ampio, che andava progressivamente ristretto a mano a mano che il cavallo si abituava e diventava più agile. Era considerato propedeutico al repolone (cioè alla passade).

Curiosamente, Corte sosteneva che i cavalli più generosi e nobili si compiacessero d'eseguire l'esercizio del

Curiosamente, Corte sosteneva che
i cavalli più generosi e nobili si
compiacessero d’eseguire
l’esercizio del “serpeggiare”,
cioè la serpentina.
Claudio Corte, Il Cavallarizzo, 1562

Infine, l’ultimo esercizio introdotto da Corte è quello che lui chiamava “il serpeggiare”, vale a dire la serpentina. Si trattava, a suo dire, di un allenamento particolarmente adatto a favorire l’equilibrio del cavallo e la sua ubbidienza al morso e alle gambe. L’autore lo considerava inoltre utilissimo nelle battaglie, per evitare i colpi da arma da fuoco e sosteneva che i cavalli, soprattutto quelli più generosi e nobili, si compiacessero d’eseguirlo. Purtroppo, aggiungeva, questo esercizio veniva trascurato nelle scuole di equitazione, dove non si insegnavano altro che corvette e posate.

La

La “passade” resta l’esercizio fondamentale per il combattimento a cavallo sino al XVIII secolo.
WIlliam Cavendish, duca di Newcastle, La methode et invention nouvelle
de dresser les chevaux, 1658, Tav. 21

Corte fu anche il primo autore ad accennare in un libro all’uso del lavoro in mano, cioè con il cavaliere a terra che guida il cavallo con le redini. Si tratta di una pratica che avrà successivamente un notevole sviluppo, per insegnare gli esercizi del dressage al cavallo senza l’impac­cio del peso del cavaliere. Lo raccomandava per addestrare il cavallo alla marcia indietro. Se l’animale resisteva agli aiuti del cavaliere in sella, questi doveva scendere e prendendo in ciascuna mano le redini del cavezzone, lo doveva spingere “piacevolmente” indietro sino a che non comprendeva quanto gli si richiedeva. Appena ottenuti alcuni passi indietro, bisognava rimontare in sella e sollecitarlo a indietreggiare. Qualora fosse tornato a resistere, si doveva ripetere l’esercizio da terra: «che ben devete essere sicuro, che così facendo in due ò tre mattine, e per aventura in men d’un hora lo haverete à questo» (CORTE, 1562, II, 8, p. 66v).

 continua

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(1) Grisone e gli altri autori rinascimentali non descrivono le false-redini, ma troviamo la loro descrizione nelle edizioni successive alla prima del trattato del duca di Newcastle, La methode et invention nouvelle de dresser les chevaux: “Lavorare un cavallo con le false-redini è un lavoro falso; perché, essendo attaccate agli Archi del Morso, se voi le tirate allentano il barbozzale e così il cavallo non sarà mai ben stabile; poiché se non è sottomesso al barbozzale è impossibile che sia addestrato; vedete da ciò che le false-redini fanno sì che il Morso non sia altro che un Filetto” (William Cavendish (Duca di Newcastle), Méthode et invention nouvelle de dresser les chevaux, London, Tho. Milbourn, 1771, p. 338) Debbo questa informazione a Michael Stevens, che mi ha amichevolmente segnalato un’imprecisione nel mio articolo. Avere lettori così attenti e competenti è per me un privilegio e un onore.

Bibliografia

CORTE, Claudio, Il Cavallarizzo, Venezia, Giordano Zilletti, 1562.

FIASCHI, Cesare, Trattato dell’imbrigliare, atteggiare e ferrare cavalli, Bologna, Anselmo Giaccarelli, 1556

GRISONE, Federico, Gli ordini di cavalcare, Napoli, stampato da Giovan Paolo Suganappo, 1550.

“Maneggi e salti”. Gli esercizi di base dell’equitazione rinascimentale (1a parte)

La pesade era tipica dell'equitazione rinascimentale e barocca. Veniva usata per arrestare il cavallo, spostando il suo peso sui posteriori, ma anche come

La pesade era tipica dell’equitazione rinascimentale e barocca. Veniva usata per arrestare il cavallo,
spostando il suo peso sui posteriori,
ma anche come “aria di presentazione”.
Jacob Jordaens, Cavaliere che esegue una pesade, 1643,
Museum of Fine Arts, Springfield, MA, USA.

di Giovanni Battista Tomassini

Non è mai esistita una sola equitazione. L’impiego del cavallo per le esigenze più disparate e da parte di popoli vissuti a diverse latitudini ha portato allo sviluppo di tecniche differenti, che hanno convissuto nella medesima epoca, a volte influenzandosi reciprocamente. È quindi sempre piuttosto arbitrario voler identificare le caratteristiche dell’arte equestre di un determinato periodo. È però vero che la grande diffusione a livello europeo dei primi trattati equestri pubblicati a stampa alla metà del XVI secolo e la grande circolazione a livello continentale di cavallerizzi italiani, o comunque formatisi nelle scuole della penisola, contribuì in maniera significativa a uniformare le pratiche equestri e all’affermarsi di un “canone” di esercizi che rimase in vigore per oltre un secolo, identificando la “buona norma” dell’equitazione rinascimentale. Fu soprattutto il ferrarese Cesare Fiaschi, autore nel 1556 del Trattato dell’imbrigliare, atteggiare e ferrare cavalli a proporre una sistematizzazione delle diverse pratiche allora in uso, stabilendo regole che si ritrovano poi sostanzialmente identiche nella trattatistica della seconda metà del XVI secolo. Fiaschi non si limitò soltanto a elencare e descrivere a parole i diversi esercizi, ma cercò di rendere la sua spiegazione più chiara attraverso disegni che mostravano l’atteggiamento del cavallo e del cavaliere, oltre al tracciato schematico del percorso seguito dal binomio. Il libro di Fiaschi aveva poi una particolarità unica. Per esprimere il ritmo con il quale alcuni esercizi  dovevano essere eseguiti, accanto al disegno riportava uno spartito musicale. Il cavaliere doveva cantare eseguendo l’esercizio, o quantomeno tenere a mente la misura musicale della melodia.

Nel suo Trattato dell’imbrigliare, atteggiare, e ferrare cavalli (1556), Cesare Fiaschi stabilì il

Nel suo Trattato dell’imbrigliare, atteggiare, e ferrare cavalli (1556), Cesare Fiaschi stabilì il “canone”
dell’equitazione Rinascimentale.
Fiaschi, 1556, Tavola che introduce la Seconda parte dell’opera.

Gli esercizi indicati da Fiaschi possono essere distinti in due categorie principali: quelli legati a una finalità eminentemente militare, i cosiddetti “maneggi” e quelli invece con un tratto più marcatamente estetico e virtuosistico, che potremmo definire “arie di presentazione” e che consistevano, per lo più, in quelli che oggi chiamiamo “salti di scuola”, o “arie rilevate”. In questo articolo ci occuperemo dei primi, cioè dei “maneggi”, rimandando a un successivo intervento l’approfondimento dei “salti”. Con il termine “maneggi” Fiaschi e gli altri autori rinascimentali intendevano le diverse variazioni di quella che successivamente si chiamerà, alla francese, passade. Si trattava di un esercizio fondamentale nella tecnica del combattimento a cavallo. Consisteva nel far galoppare il cavallo su un rettilineo (che gli autori italiani denominavano “repolone”), al termine del quale l’animale doveva arrestarsi e voltare nel più breve spazio possibile, in modo da eseguire immediatamente un’altra carica nella direzione opposta. Serviva ad andare all’incontro con l’avversario – armati di lancia, oppure di spada o di pistola – e tornare subito dopo lo scontro  ad assalirlo. Per voltare il cavallo nel più breve spazio e il più rapidamente possibile, l’arresto al termine della carica veniva compiuto con le cosiddette “posate”: si induceva cioè il cavallo a riunire il galoppo sempre di più, portando il peso sulle anche e alleggerendo gli anteriori sino a sollevarli da terra, per poi farlo voltare facendo perno sui posteriori. Anche in questo caso, nei secoli è prevalsa la terminologia francese e quello che i maestri italiani chiamavano posata ci è oggi più familiare con il nome di pesade.

Il “maneggio di contra tempo” . Fiaschi, 1556, II, 2.

Il “maneggio di contra tempo” .
Fiaschi, 1556, II, 2.

Secondo una classificazione già presente nel precedente trattato di Federico Grisone, Ordini di cavalcare (1550), Fiaschi distingueva i diversi maneggi a seconda di come venivano eseguiti l’ar­re­sto e la mezza volta al termine del repolone. Elencava dunque il “maneggio di contra tempo”: nel quale il cavallo veniva prima trattenuto sulla mano contraria a quella in cui doveva voltare e poi veniva riportato sul dritto con una mezza piroetta.

… nel fine [del repolone] si tiene alquanto (la qual cosa non si fa negli altri maneggi) dalla contraria banda, che si vuole voltare, si come il disegno mostra, voltandolo in quale modo senza che muti li piedi di dietro da luogo sin tanto, che non è tornato nel diritto sentiero (Fiaschi, 1556, II, 2, pp. 88-89).

Il

Il “maneggio di mezzo tempo” (of half time).
Fiaschi, 1556, II, 3.

Seguivano poi i maneggi “di mezzo tempo” e “di tutto tempo”, nei quali il cavallo eseguiva una o più posate al termine del rettifilo e si voltava sulle zampe posteriori, eseguendo anche in questo caso una mezza piroetta.

Et la misura et modo, sì come lo intendo io, di questi tempi, sì del mezo come del tutto tempo è quando si maneggia il cavallo, et è ritenuto pe ’l diritto, senza pur darli tempo di fare una possata volendo (perché alcuna volta non si vuole potendo, alcuna altra non si può volendo) si volta all’hora; chiamo io questa misura di mezo tempo. Quando poi se li da tempo per poter far la possata volendo, o no, questo io’l dico tutto tempo… (Fiaschi, 1556, II, 3, pp. 91-92)

Il

Il “maneggio detto volte ingannate” (misleading voltes)
Fiaschi, 1556, II, 4.

Particolarmente curioso era poi il “maneggio detto volte ingannate”, nel quale al termine del repolone, il cavaliere fingeva di voltare a una mano e con un repentino cambio di direzione eseguiva la mezza piroetta sull’altra.

The

Il “maneggio di una volta e mezza”.
Fiaschi, 1556, II, 5.

Seguivano poi il “maneggio con una volta e mezza” – nel quale il cavallo eseguiva una piroetta completa e mezza prima di ripartire nella direzione opposta dalla quale era venuto – e il maneggio detto “volta d’anche”, nel quale il cavallo eseguiva una piroetta inversa, sugli anteriori. Quest’ultimo tipo di maneggio veniva considerato particolarmente indicato per i combattimenti allo steccato e i duelli, perché consentiva di sorprendere l’avversario alle spalle, mentre quello era ancora intento a voltare la sua cavalcatura.

La

La “volta d’anche” era considerata particolarmente utile nelle giostre e nei duelli.
Fiaschi, 1556, II, VI.

Appare evidente che la distinzione di questi diversi modi di eseguire lo stesso esercizio del repolone non avesse un’utilità immediata sul campo di battaglia, o nel corso di una giostra (a parte forse la “volta d’anche”), ma rappresentava piuttosto una stilizzazione, volta a far risaltare il grado di ubbidienza del cavallo e l’abilità e la competenza del cavaliere. È insomma difficile pensare che durante uno scontro in cui si giocava la vita un cavaliere in armatura si preoccupasse d’eseguire un “mezzo tempo” o le “volte ingannate”, mentre è probabile che queste variazioni venissero eseguite nella fase di addestramento, per affinare la docilità e la prontezza dell’animale, e nelle occasioni pubbliche, per far brillare la bravura del cavaliere. Fiaschi indicava inoltre alcuni esercizi tuttora in uso nel moderno dressage. Il primo è quello delle “volte raddoppiate”. Si trattava di quella che oggi noi chiamiamo piroetta. Nella descrizione dell’autore, si riconosce l’aiuto caratteristico della gamba esterna, che contiene le anche, in modo che il cavallo faccia perno sul posteriore interno.

Medesimamente se gli ponga alla pancia il sperone ch’è dal lato dove non vien voltato, tenendo quello in quella parte sin tanto che non si resta di volteggiar da quella mano. […] Ma di questo dico ch’i piedi di dietro del cavallo non si muovano dal circulo di mezo fintanto che non averà finito quelle volte che si vorrà (Fiaschi, 1556, II, 7, p. 104).

Fiaschi called

Fiaschi chiamava “volte raddoppiate” ciò che noi oggi chiamiamo piroetta.
Fiaschi, 1556, II, 7.

Altro esercizio tuttora in uso è ciò che noi oggi chiamiamo piaffe, con il quale Fiaschi raccomandava di terminare il repolone anziché con la posata, avendo cura che il cavallo rilassasse la mandibola, masticando il morso:

In vece della quale [cioè della posata], non tanto in questo come in ogni altro maneggio, è buone tenere, che si fa pe’l diritto, farli fare come la maggior parte dei cavalli di Spagna fanno, che come s’incominciano a ritenere vanno con l’anche quasi a terra. Et ritenuto poi stia in motto, cioè hor con l’uno, hor con l’altro braccio levato; facendo ancho di maniera, che mastichi la briglia di modo, ch’ella faccia suono; perche oltre il bel vedere così operandosi, sarà ciò più sicuro, ne d’alcuno biasimato (Fiaschi, 1556, II, 7, p. 106).

Fiaschi raccomandava l'uso del galoppo rovescio sulle volte per allenare sia i cavalli giovani che quelli più vecchi. Fiaschi, 1556, II, 9.

Fiaschi raccomandava l’uso del galoppo rovescio sulle volte per allenare sia i cavalli giovani che quelli più vecchi.
Fiaschi, 1556, II, 9.

Infine il galoppo a rovescio sulle volte, che l’autore suggeriva come esercizio utile per rendere il cavallo più forte e resistente e che oggi viene largamente utilizzato per favorire la riunione e la rettitudine dell’andatura:

E quando a questo modo si trottaranno, overo gallopparanno, se si farà a mano destra bisogna fare, che’l braccio, e spalla sinistra vada innanzi, e se alla sinistra il destro, e spalla similmente. Et questo maneggio è sommamente profittevole, non tanto per cavalli giovani, come ancho, per quelli che non lo sono; per che giova in molti effetti a giovani per insegnare, e farli far lena, a quelli di più tempo per tenerli in memoria l’imparato, e mantenerli con lena (Fiaschi, 1556, II, 7, p. 108).

continua

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Bibliografia

BARRY, Jean-Claude, Traité des Airs relevés, Paris, Belin, 2005.

FIASCHI, Cesare, Trattato dell’imbrigliare, atteggiare e ferrare cavalli, Bologna, Anselmo Giaccarelli, 1556.

GRISONE, Federico, Gli ordini del cavalcare, Napoli, stampato da Giovan Paolo Suganappo, 1550.

TOBEY, Elizabeth, The Legacy of Federico Grisone, in AA. VV., The Horse as Cultural Icon: The Real and the Symbolic Horse in the Early Modern World, Leiden, Koninklijke Brill, 2011, pp. 143-171.