San Giorgio, il santo cavaliere

Raffaello, St. giorgio e il drago (1505)
© National Gallery of Art – Washington

di Giovanni Battista Tomassini

Una figura più di ogni altra ha segnato l’immaginario equestre: quella di San Giorgio, il santo cavaliere, divenuto nei secoli l’emblema del valore cavalleresco che sconfigge il male. Un fatto curioso se si considera che, seppur incerte e contraddittorie, le poche notizie che fanno risalire la sua vita e il suo martirio tra il III e il IV secolo non fanno menzione delle sue imprese a cavallo e non lo caratterizzano specificamente nemmeno come cavaliere. La leggenda del suo scontro con il drago si diffuse infatti solo in epoca medievale, per poi affermarsi come sua caratterizzazione essenziale, influenzando profondamente la fantasia popolare, al punto da farne il patrono dei cavalieri e dei sellai (oltre che degli armaioli, dei soldati, degli schermitori e degli arcieri), e orientando in modo pressoché univoco la successiva iconografia.

Le informazioni essenziali sulla sua vita ci sono pervenute prevalentemente dalla cosiddetta Passio Georgii, opera agiografica che però già il Decretum Gelasium del 496 bolla come apocrifa (vale a dire inaffidabile perché contraffatta) e da pochi altri testi che ne riprendono, spesso alterandoli, i dati essenziali. Le fonti ci dicono che Giorgio nacque in Cappadocia (nell’odierna Turchia) da padre persiano e madre locale, venne educato alla religione cristiana ed entrò nell’esercito imperiale. Quando l’imperatore (secondo alcune fonti sarebbe Daciano, imperatore dei Persiani, secondo altre Diocleziano, imperatore invece dei Romani) decise la persecuzione dei cristiani, Giorgio donò i propri beni ai poveri e professò pubblicamente il suo credo. Dopo essersi rifiutato di sacrificare agli dei, venne sottoposto al martirio, ma morì e risorse tre volte, operando ogni volta conversioni e prodigi. Il culto per il martire e per le sue reliquie cominciò ben presto. Sappiamo infatti da opere come il De situ terra sanctae di Teodoro Perigeta, (del 530 circa) che nella città di Lydda in Palestina (oggi Lod, nei pressi di Tel Aviv) esisteva una basilica di epoca costantiniana eretta sulla tomba del santo e di altri martiri della persecuzione di Diocleziano (303 d. C.).

Jan van der Straet, San Giorgio e il drago (1563-1564)
Badia delle Sante Flora e Lucilla
Arezzo

Il racconto dello scontro con il drago sembra invece risalire all’epoca dei Crociati e secondo alcuni nascerebbe dalla falsa interpretazione di un’immagine dell’imperatore Costantino, ritratto nell’atto di sovrastare un mostro trafitto, vista dai cavalieri cristiani a Costantinopoli. Da lì si sarebbe diffusa come racconto popolare per essere successivamente ripresa ne La vie des Saints del trovatore normanno Robert Wace (circa 1115-1183, autore anche del Roman de Rou) e soprattutto nella Leggenda aurea di Jacopo da Varazze (1228-1298).

Carlo Crivelli, San Giorgio
che uccide il drago (1470)
© Isabella Stewart Gardner Museum
Boston

Narra che la popolazione di Silene, in Libia, era terrorizzata da un drago che viveva in un lago poco distante dalla città e che uccideva chiunque gli capitasse a tiro con il suo fiato mortifero. Per placarlo, gli abitanti gli offrivano due pecore al giorno. Gli animali finirono per scarseggiare, ma il terrore della gente era tale che si risolsero a sacrificargli una pecora e un giovane tirato a sorte. Dopo alcuni giorni,  venne estratto il nome della figlia del re, il quale cercò di metterla in salvo offrendo le proprie ricchezze in cambio, ma il popolo che aveva visto morire i propri figli insorse e, alla fine, la principessa dovette incamminarsi piangente verso il supplizio. Proprio allora passava di là un giovane cavaliere – Giorgio appunto – che, saputo quanto stava per accadere si offerse di salvarla. Quando il drago spuntò dalle acque, sprizzando fiamme e fumo dalle fauci, il giovane gli andò incontro galoppando lancia in resta. Lo scontro fu tremendo, ma il cavaliere riuscì a trafiggere il mostro, ferendolo e atterrandolo. Giorgio si rivolse allora alla fanciulla, invitandola a non aver paura e a cingere il collo della bestia con la sua cintura. Immediatamente ammansito, il drago prese a seguirla docilmente sino alla città. Vedendola arrivare accompagnata dal mostro gli abitanti furono presi dal panico, ma Giorgio li rassicurò dicendo loro di non aver paura, perché Dio lo aveva mandato per liberarli. «Convertitevi alla fede in Cristo – disse – e io ucciderò il drago». Il re e la popolazione si sottoposero al battesimo e allora  il cavaliere decapitò il drago con la sua spada.

Giovanni Bellini, Pala di Pesaro (circa 1471-1483),
Predella
© Musei civici, Pesaro

La leggenda ha i tratti tipici di un’avventura da romanzo cortese: la nobile fanciulla in pericolo, l’eroismo e la pietà del cavaliere, la prova cruciale che pone quest’ultimo a confronto con un’incarnazione mostruosa del male. Non a caso il racconto si diffuse nell’epoca del pieno fulgore della società cavalleresca e delle opere che ne cantavano con toni epici le gesta. In particolare, l’episodio riassume in maniera esemplare quella missione di difesa degli inermi e della religione cristiana che era il fondamento ideale dello spirito della cavalleria medievale. Proprio questo ne decretò il successo e spiega come il racconto abbia finito per sovrapporsi completamente alla vita del santo, imponendosi nell’immaginario popolare. Le stesse caratteristiche spiegano anche l’enorme successo che lo scontro tra il santo cavaliere e il drago ottenne nelle arti visive, offrendo una perfetta sintesi tra un soggetto sacro e valori che sono anche profani. Impossibile elencare tutti gli artisti che, a partire dal Medioevo, si sono confrontati con quest’immagine fondamentale per la nostra civiltà. La leggenda risente inoltre evidentemente dell’influenza del mito di Perseo che salva Andromeda dal terribile mostro inviato da Poseidone per punire la superbia di sua madre, Cassiopea. Allo stesso modo, è evidente come nella figura del giovane guerriero che affronta a cavallo una creatura fantastica si colga un’eco del mito della battaglia di Bellerofonte e Pegaso contro la Chimera (al quale abbiamo dedicato un precedente articolo in questo blog).

Franz Pforr, St. Giorgio e il drago (circa 1811)
© Städelsches Kunstinstitut
Francoforte

L’intercessione di San Giorgio era considerata particolarmente efficace contro la peste, la lebbra e la sifilide, i serpenti velenosi, le malattie della testa. Parlando dell’allevamento dei cavalli, nel suo trattato Razze, disciplina del cavalcare ed altre cose pertinenti ad esercitio così fatto (1560), Giovan Battista Ferraro, sosteneva che il periodo propizio per la monta delle giumente cominciasse con la festa di San Giorgio (23 aprile), «che essendo tal Santo, protettore di cavalieri, convien che tal mistiero, al suo divoto giorno s’incominci» (FERRARO, 1602, I, p. 6).

Alla celebrazione di San Giorgio venivano dedicati numerosi “sacri misteri”, vale a dire processioni e sacre rappresentazioni. Nel XV secolo ebbe una certa diffusione il cosiddetto Ludus draconis, che in seguito venne imitato e ripreso in molte rappresentazioni spettacolari che accompagnavano le giostre rinascimentali.

Vittore Carpaccio, San giorgio e il drago (dettaglio -1516)
San Giorgio Maggiore
Venezia

Il culto di San Giorgio ebbe particolare diffusione in Inghilterra e si consolidò ulteriormente dopo la conquista normanna (XI sec.). Durante la terza Crociata, Riccardo I (1157-1199) sostenne di aver visto il santo coperto della sua rilucente armatura alla testa delle truppe cristiane. Il suo successore Edoardo III (1312-1377) introdusse il famoso grido di battaglia «St. George for England» e fondò (attorno al 1349) l’Ordine cavalleresco della Giarrettiera, nei cui paramenti gli emblemi di San Giorgio sono essenziali. Vari altri ordini cavallereschi portano il suo nome, come l’Ordine Teutonico, l’Ordine militare di Calatrava d’Aragona, il Sacro Ordine Costantiniano di S. Giorgio, ecc.. Infine, la croce rossa di San Giorgio in campo bianco campeggia tuttora sulla bandiera inglese.

Bibliografia

ANTONUCCI, Giovanni, La leggenda di S. Giorgio e del drago, in “Emporium”, LXXVI (1932), pp. 79-89.

FERRARO, Giovanni Battista, Razze, disciplina del cavalcare ed altre cose pertinenti ad esercitio così fatto, Napoli, appresso Mattio Cancer, 1560 [si cita qui dalla edizione ampliata e rivista in Pirro Antonio Ferraro, Cavallo frenato, , Napoli, Pace,  1602]

Iacopo DA VARAZZE, Legenda aurea, a cura di Alessandro e Lucetta Vitale Brovarone, Torino, Einaudi, 2007.

Questa voce è stata pubblicata in Mito

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *