Quattro millenni di civiltà equestre in mostra (parte 2)

Rarissime guardie in bronzo di un morso cinese antico,
risalente alla Dinastia Shang, circa 1.100 a.C.
Collezione Giannelli

di Giovanni Battista Tomassini

Guarnizioni d’oro di finimenti d’epoca ostrogota, morsi e staffe vichinghe, rari morsi e guardie cinesi antiche, sono tra i pezzi più straordinari esposti per la prima volta nella mostra Il Cavallo: 4.000 anni di storia, alla Pinacoteca Züst, vicino Lugano

È sicuramente la sezione archeologica, la parte più straordinaria della Collezione Giannelli di morsi antichi. Nella prima parte di questo articolo, abbiamo visto passato alcuni dei pezzi di maggior pregio esposti nella mostra alla Pinacoteca Züst per la prima volta, provenienti dall’Europa e dal vicino Oriente. La Collezione Giannelli comprende però anche alcuni preziosissimi reperti antichi provenienti dall’Estremo Oriente. A cominciare da due rarissime guardie in bronzo, risalenti alla dinastia Shang, databili intorno al 1.100 a.C.

Morsi cinese in bronzo con cannone a tortiglione
Periodo Han 206 a.C. – 220 d.C.
Collezione Giannelli

Di questa sezione della collezione fanno parte diversi morsi, alcuni con i cannoni elegantemente incisi a tortiglione e due squisite teste di cavallo in terracotta, esattamente datate con il metodo della termoluminesceza tra il 206 e il 220 a.C.

Teste di cavallo in terracotta
Periodo Han, 206 a.C. – 220 d.C.
Collezione Giannelli

Nella mostra erano poi esposti una notevole varietà di morsi d’epoca romana. Particolarmente rari visto che si tratta di esemplari in ferro, molto più deperibili dei più antichi morsi in bronzo. Sorprende l’uso di cannoni costituiti da rondelle girevoli irte di punti e incuriosisce la forma di alcuni morsi, che sembrano prefigurare le briglie moderne con guardie lunghe, ma ancora privi di barbozzale. Si tratta di morsi dall’aspetto molto severo (al limite della tortura) e la cui funzionalità è ancora piuttosto misteriosa.

Morso romano
Collezione Giannelli

Davvero splendido un frontale d’epoca romana, con “psalion” (museruola metallica), che nella mostra è esposto assieme a due paraocchi, sempre in bronzo, per dare l’idea della magnificenza di una bardatura romana da parata.

Frontale in bronzo con “psalion”
Epoca Romana
Collezione Giannelli

Altrettanto, se non più, sfarzose erano le bardature in uso presso i popoli cosiddetti “barbari”. La collezione Giannelli presenta due rare parure di placchette decorative per finimenti in oro e granati, di epoca ostrogota (V-VII sec. d.C.). Una è completa di filetto in ferro, con guardie in bronzo, ed esposta montata su una testa di cavallo, per rendere il senso e la disposizione delle preziose decorazioni.

Rara parure in oro e granati di epoca ostrogota
Collezione Giannelli

Dettaglio delle decorazioni da finimenti di epoca ostrogota
Collezione Giannelli

Incuriosisce poi una vetrina che presenta morsi, speroni e staffe vichinghi. Oltre a essere dei formidabili navigatori, i Vichinghi erano infatti anche abili cavalieri. Trasportavano le loro cavalcature sulle navi, legate una accanto all’altra e probabilmente già sellate. Appena raggiunta la terra, le impiegavano per le loro temibili incursioni. Va notato che quelle presentate nella mostra sono le staffe più antiche documentate nella Collezione Giannelli.

Morsi, speroni e staffe Vichinghe
IX-XI secolo
Collezione Giannelli

E a proposito di staffe, la mostra espone degli esemplari davvero singolari e rari. Si tratta di strane staffe a forma di croce (“estribos de cruz”) in ferro, forgiato, inciso o traforato. Furono in uso in Messico tra il XVI e il XVIII, quando vennero infine bandite, perché considerate blasfeme, per la loro forma che evocava la croce. La Chiesa cattolica ne ordinò la distruzione, pena la scomunica. Proprio per questo gli esemplari rimasti sono estremamente rari. Una di quelle che fanno parte della Collezione Giannelli porta il marchio con il quale erano contrassegnate le armi di Pedro de Alvarado y Contreras (1485/1495 circa – 1541), condottiero spagnolo, che partecipò alla conquista di Cuba (1510-11) e a quella dell’Impero Azteco da parte di Hernán Cortés (1519-1521) e fu governatore del Guatemala. È tristemente noto per a crudeltà con la quale trattò le popolazioni native del Centro America.

Le rare “estribos de cruz” messicane
Collezione Giannelli

La mostra presenta poi la cospicua raccolta di morsi rinascimentali e barocchi che fanno parte della Collezione Giannelli (della quali abbiamo diffusamente parlato in occasione della Mostra di Travagliato e della pubblicazione del volume Equus Frenatus). Questa sezione si è recentemente ulteriormente arricchita di un magnifico frontale in ferro, risalente al XVI secolo, su cui campeggia lo stemma della famiglia Piccolomini.

Splendido frontale in ferro con lo stemma Piccolomini
XVI sec.
Collezione Giannelli

Molto bella anche una sella del tipo à piquer, in cuoio e velluto cremisi, risalente al XVIII secolo, perfettamente conservata. Colpiscono le dimensione della sella, che testimoniano di cavalieri probabilmente di corporatura relativamente minuta.

Sella “à piquer” del XVIII secolo
Collezione Giannelli

La mostra conferma insomma l’eccezionalità della collezione messa insieme con pazienza e competenza da Claudio Giannelli. Un patrimonio davvero unico, che meriterebbe un’esposizione permanente in museo che finalmente documenti in modo completo e scientificamente attendibile il plurimillenario rapporto tra l’uomo e il cavallo. Un museo che, purtroppo, da tempo si progetta di istituire in Italia e che, a dispetto del contributo fondamentale che in passato la cultura italiana ha dato alla civiltà del cavallo, a tutt’oggi non si è riuscito a realizzare per la scarsa considerazione in cui la cultura equestre viene attualmente tenuta nel nostro Paese.

Vari esemplari di morsi rinascimentali e barocchi
Collezione Giannelli

Quattro millenni di civiltà equestre in mostra (parte 1)

di Giovanni Battista Tomassini

Sono molti e importanti i pezzi della Collezione Giannelli di morsi antichi esposti per la prima volta nella mostra Il Cavallo: 4.000 anni di storia, in corso sino al 19 agosto 2018, nella Pinacoteca Züst vicino Lugano

In un’epoca che ha ridotto il mercato dell’arte a un tavolo da roulette, al quale ci si accosta con la spregiudicata fame di guadagni dei lupi di Wall Street, c’è qualcosa di eroico nella paziente e agguerrita ricerca che ha consentito a Claudio Giannelli di raccogliere, nell’arco di alcuni decenni, quella che è probabilmente la più importante e completa collezione di morsi antichi del mondo. Perché, diversamente dai miliardari che nelle aste d’arte fanno arrivare le loro offerte da un telefono, spesso senza sapere precisamente cosa acquistano, Giannelli ha rastrellato i pezzi più pregiati di questo specifico settore del mercato antiquario grazie alla sua eccezionale competenza, affinata attraverso anni di studio e corroborata dalla sua esperienza di cavaliere e di giudice della Federazione Equestre Internazionale.

Chi visita la splendida mostra Il Cavallo: 4.000 anni di storia, allestita, a due passi da Lugano, nella Pinacoteca Züst e curata dallo stesso Claudio Giannelli assieme ad Alessandra Brambilla, oltre agli oggetti rari, interessanti e spesso di abbagliante bellezza, non può fare a meno di ammirare la passione e la profonda cultura testimoniate dalla raccolta. Avevo già avuto modo di scrivere della collezione Giannelli: sia quando si è tenuta la mostra di Travagliato (BS) nel 2015, sia a proposito della pubblicazione dello splendido libro Equs Frenatus. La nuova mostra di Rancate (Mendrisio) mi dà però l’occasione di parlare di alcuni pezzi davvero straordinari che vi sono esposti per la prima volta. Le novità riguardano in particolare l’ambito archeologico e sono così significative e numerose da richiedermi di dividere questo articolo in due parti.

La prima sala, dedicata a libri e alle stampe di argomento equestre,
con al centro un cavallo a dondolo in legno del XVIII secolo

Prima però di addentrarci nel racconto dei pezzi più notevoli in esposizione, merita di essere apprezzato il raffinato allestimento della mostra, che è articolata su due piani. Il primo è una sorta di introduzione, con una prima sala dedicata a un affascinante caleidoscopio di libri e stampe antichi di argomento equestre. La stanza che è a loro dedicata è dominata da uno splendido cavallo a dondolo in legno, del XVIII secolo, che si fa particolarmente ammirare per la minuzia della rappresentazione dei particolari anatomici e dei finimenti dell’animale. Nelle vetrine, in uno scenografico e solo apparente disordine, sono esposti le edizioni di celebri trattati d’equitazione, come per esempio, una rara edizione tascabile (da portarsi forse in maneggio), degli Ordini di cavalcare di Federico Grisone,.

Georg Philipp Rugendas (1666 – 1742), scena di maneggio
Collezione Giannelli

Alle pareti le splendide tavole che illustravano celebri libri, dal trattato di Pluvinel, a quello del duca di Newcastle, alle stampe di Stefano De Bella e Giovanni Stradano, sino alle belle illustrazioni dedicate all’arte del maneggio dall’Encyclopédie di Diderot e d’Alembert. Spiccano in particolare due magnifici disegni a china di Georg Philipp Rugendas (1666 – 1742) e una bella scena di battaglia di Jacques Courtois, detto il Borgognone (1621 – 1676).

Jacques Courtois, detto il Borgognone (1621 – 1676), scena di battaglia
Collezione Giannelli

Nella sala adiacente, una ricca raccolta di quadri di soggetto equestre, testimonia l’evoluzione delle razze equine nel periodo compreso tra XVIII e XIX secolo, con il progressivo affermarsi del purosangue inglese. Tra questi quadri è soprattutto da notare, per la eccezionale vivacità del tratto e per la finezza con la quale è resa l’opalescenza del mantello di uno splendido grigio, un quadro di Claude Vernet (1758 – 1836), pittore francese che dipinse prevalentemente scene militari e di genere e si distinse proprio nella rappresentazione di cavalli.

Claude Vernet (1758 – 1836), Cavallo grigio
Collezione Giannelli

Il secondo piano è invece interamente dedicato alla raccolta di morsi antichi. Il primo pezzo a meritare una attenzione particolare è una rarissima collana da cavallo, in oro e turchesi, databile tra il VII e il V secolo a.C. Questo genere di collane facevano parte dei preziosi ed elaborati finimenti con i quali gli Sciti, che abitavano le steppe centro asiatiche a est del Mar Nero, bardavano i cavalli che poi sacrificavano in occasione della morte di personaggi di alto rango e seppellivano con loro nelle tipiche tombe a tumulo (kurgan). Ogni cavallo, poteva indossare sino a quattro collane, che venivano fermate e sostenute da una sorta di tirante applicato alla criniera. Quella che fa parte della collezione Giannelli è decorata con una serie di volti umani a sbalzo e da pendagli.

Collana da cavallo, in oro e turchesi VII-V sec. a C. Collezione Giannelli

Collana da cavallo, in oro e turchesi
VII-V sec. a C.
Collezione Giannelli

La collana è decorata da volti umani a sbalzo e pendagli. Collezione Giannelli

La collana è decorata da volti umani a sbalzo e pendagli.
Collezione Giannelli

Altro pezzo davvero unico è un frontale in metallo dorato e turchesi, completo di portapennacchio (che veniva collocato sulla nuca del cavallo), morso con guardie separate dall’imboccatura e da una serie di decorazioni per finimenti (testiera, redini, pettorale e groppiera). Si tratta, anche in questo caso, di un corredo scitico, risalente a un periodo compreso tra VII e V secolo a.C. e presumibilmente proveniente tutto dalla medesima sepoltura.

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Corredo scita composto da frontale in metallo dorato
con portapennacchio, morso con guardie geometriche
e decorazioni per finimenti
VII – V secolo a.C.
Collezione Giannelli

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Dettaglio del frontale, composto da lamine di metallo dorato,
snodate in modo da adattarsi al profilo del muso del cavallo.
In alto si riconosce il portapennacchio,
che veniva collocato sulla nuca dell’animale
Collezione Giannelli

Va notato che i primi morsi scitici (dei quali la mostra propone una grande varietà di esemplari) avevano le guardie separate dall’imboccatura, alla quale venivano fissate mediante strisce di cuoio che, essendo deperibili, non si sono conservate. Gli esemplari più antichi avevano le guardie in osso. Successivamente vennero realizzate in bronzo come le imboccature. Spesso erano decorate con motivi geometrici, oppure con figure (protomi) di animali.

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Morsi sciti. I più antichi avevano guardie in osso.
Successivamente vennero realizzate in bronzo
VII secolo a.C.
Collezione Giannelli

Alcune sono dei veri capolavori di stilizzazione, come nel caso delle guardie di un morso in bronzo, probabilmente proveniente dall’area delle steppe centro-asiatiche, o dall’antica Persia, e risalente a un’epoca compresa tra X e VII secolo a. C.. Rappresenta un cavallo stilizzato nella posizione del cosiddetto “galoppo volante”.

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Morso in bronzo risalente a un periodo compreso tra X e VII sec. a. C.,
con guardie che raffigurano un cavallo stilizzato nella posizione
del cosiddetto “galoppo volante”
Collezione Giannelli

Di enorme fascino sono poi gli esemplari di morsi del Luristan . Senza ombra di dubbio, quella di Giannelli è la più ricca e spettacolare collezione di questi morsi in bronzo, prodotti da una misteriosa civiltà fiorita in una regione a cavallo tra l’attuale Iraq e l’Iran nord-occidentale, tra il 1000 e il 650 a. C.. Si tratta di morsi con guardie straordinariamente elaborate. Vere e proprie opere opere d’arte che venivano inumate con i defunti e che forse avevano un ignoto significato rituale. Le più semplici erano decorate con motivi geometrici, oppure con animali, reali, o fantastici. Particolarmente suggestive sono quelle raffiguranti il cosiddetto “Signore degli animai” (“Maitre des Animaux”): una figura umana, oppure parte umana e parte animale, raffigurata mentre domina degli animali disposti simmetricamente ai suoi fianchi. Tra i tanti esposti nella mostra, i due forse più notevoli sono quello in cui una figura metà uomo e metà stambecco tiene due pantere.

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Morso in bronzo, raffigurante il cosiddetto
“Signore degli Animali”, qui rappresentato come
un essere metà stambecco, metà uomo
che domina due pantere ai suoi lati
Luristan, X-VI sec. a. C
Collezione Giannelli

E quello in cui una sorta di sfinge, con tre teste femminili, sormontate da vistosi copricapi, o da corna, con grandi orecchini e quattro gambe, incombe su due figure, una maschile e una femminile, che mostra il sesso.

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Morso in bronzo, con guardie decorate
da una sorta di sfinge a tre teste.
Si notino le due figurine antropomorfe
su cui la figura principale incombe.
Luristan, X-VI sec. a. C
Collezione Giannelli

Restando all’età del bronzo, tra i diversi greci antichi, spicca un particolare tipo di morso miceneo, che è tra i più antichi morsi in bronzo conosciuti e si ritiene possa risalire al XIV secolo a. C.

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Morso in bronzo, di tipo miceneo
XIV sec. a. C.
Collezione Giannelli

Davvero sorprendente e interessante è inoltre un morso etrusco, del cosiddetto periodo villanoviano (IX-VII secolo a. C.). Si tratta di un filetto snodato con guardie a forma di grande cavallo, ornato sui lati (sopra, sotto e davanti) da altri cavallini stilizzati). La peculiarità di questo morso è che è privo della tipica patina verde, dovuta all’ossidazione del bronzo. Possiamo così ammirare il colore che davvero avevano i morsi antichi, all’epoca in cui venivano usati.  Erano lucenti come se fossero dorati (e questo spiega perché molti autori antichi parlano di morsi d’oro, che però non sono mia stati trovati dagli archeologi). La particolare lucentezza di questo esemplare insolito è probabilmente dovuta all’abrasione della sabbia di un corso d’acqua, sul fondo del quale è rimasto per millenni.

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Morso villanoviano, che ha eccezionalmente conservato
la lucentezza originaria del bronzo
IX-VII sec. a.C.
Collezione Giannelli

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L’arte austriaca di montare a cavallo

Pas de deux della Scuola Spagnola di Vienna

Pas de deux della Scuola Spagnola di Vienna

di Giovanni Battista Tomassini

Vi siete mai chiesti come fanno i cavalieri della Scuola Spagnola di Vienna ad avere quell’assetto perfetto in sella che li ha resi celeberrimi nel mondo? Le risposte possono essere ovviamente diverse. È perché lavorano duro e si allenano con costanza. Perché ognuno di loro si sottopone a un lungo apprendistato di lavoro alla longia e senza staffe. E poi si sa: gli austriaci hanno un carattere incline alla precisione e alla disciplina… Tutte risposte che hanno un fondamento, ma che in fondo restano solo parziali. Perché, innanzitutto, per comprendere l’eleganza suprema di quei cavalieri, che formano un tutt’uno armonioso con la propria cavalcatura, bisogna tenere in considerazione che alle loro spalle ci sono quattrocentocinquanta anni di storia. Un patrimonio unico al mondo che fa di quell’istituzione un cardine dell’identità culturale austriaca e un punto di riferimento per tutti coloro che amano l’equitazione.

La storia, dirà però qualcuno, di per sé non tiene in sella. Vero. In questo caso però, la storia non è un mero accumulo di date e nomi sbiaditi dal tempo, ma è un retaggio culturale e tecnico frutto di quattro secoli e mezzo di ricerca della perfetta intesa tra uomo e cavallo. È un bagaglio di esperienze che viene tramandato di generazione in generazione, con pazienza e orgoglio. Quindi è vero: la storia di per sé non tiene in sella, ma la conoscenza sì.

2 - CoverSinora però, nonostante l’importanza della tradizione equestre austro-ungarica sia riconosciuta da tutti, il grande pubblico sapeva piuttosto poco della storia dell’arte di montare a cavallo in Austria. Ora, finalmente, un libro di Werner  Poscharnigg colma questa lacuna e ci racconta in modo molto chiaro e godibile, ma allo stesso tempo documentato, l’evolversi dell’equitazione in Austria, dagli inizi del XVI secolo sino al secondo dopoguerra. Un libro davvero molto bello, pubblicato dapprima in Austria, con il titolo Meilensteine österreichischer Reitkunst: Eine europäische Kulturgeschichte (2013), e ora disponibile anche in un’edizione in inglese riccamente illustrata, con il titolo di Austrian Art of Riding (Xenophon Press, 2015, pp. 222, $39,95).

Poscharnigg mette innanzitutto in evidenza come la tradizione equestre austriaca moderna inizi nel segno di una duplice influenza: quella spagnola e quella italiana. La prima dovuta innanzitutto ai legami dinastici della casa d’Asburgo con la Spagna. L’imperatore Massimiliano I (1459-1519) fece infatti sposare suo figlio Filippo il Bello (1578-1506) con la figlia di Ferdinando II d’Aragona e di Isabella I di Castiglia, Giovanna la Pazza (1479-1555), creando un vincolo familiare destinato a durare nelle generazioni successive. All’epoca la Spagna aveva già una consolidata tradizione equestre e i cavalli allevati nella penisola iberica erano i più apprezzati nelle corti di tutt’Europa. L’apporto del sangue andaluso nelle ascendenze della razza lipizzana è noto ed evidente.

Il primo trattato d'equitazione pubblicato a Vienna e

Il primo trattato d’equitazione pubblicato a Vienna è
“Il cavallo da maneggio” (1650) dell’italiano
Giovan Battista Galiberto

Quanto all’Italia, è risaputo che durante il Rinascimento la cultura italiana esercitò un ruolo molto importante nel campo delle lettere, dell’arte, ma anche in campo equestre. È in Italia che, nel XVI secolo, vennero stampati i primi trattati d’equitazione e furono istituite scuole e accademie d’equitazione, così come italiani erano la maggior parte dei cavallerizzi attivi nelle corti di tutt’Europa. Ed è proprio di un autore italiano, che scrive in italiano e non in tedesco, il primo libro d’equitazione stampato a Vienna. Si tratta di Giovan Battista Galiberto, autore de Il cavallo da maneggio (1650). La sua è un’opera sicuramente interessante, che Poscharnigg analizza in dettaglio e nella quale trova alcuni tratti decisamente notevoli, come ad esempio la descrizione di un esercizio, denominato “cantone, o angolo”, che somiglia molto alla “spalla in dentro” descritta un secolo dopo da La Guérinière.

Johann Elias Ridinger, Galoppo a mano sinistra, Neue Reit Schul, 1770

Johann Elias Ridinger, Galoppo a mano sinistra,
Neue Reit Schul, 1770

L’equitazione austriaca si sviluppa poi autonomamente e ha come proprio motore fondamentale il maneggio imperiale, che oggi conosciamo come Scuola Spagnola. Poscharnigg nota come nell’ambito della tradizione austriaca prevalga la trasmissione orale del sapere equestre rispetto a quella scritta. Questo rende indubbiamente più problematico il lavoro dello storico e ha portato a diversi fraintendimenti e all’affermarsi di alcuni luoghi comuni. Per esempio, quello che la dottrina equestre della Scuola Spagnola si fondi essenzialmente sul magistero di La Guérinière. In realtà, Poscharnigg dimostra che le caratteristiche principali dell’equitazione austriaca (l’attenzione alla perfezione dell’assetto, l’esattezza degli aiuti, la dolcezza dell’addestramento) erano già contenute nel “compendio” in cui Johann Christoph von Regenthal riassunse le direttive primarie del Maneggio Imperiale, di cui fu alla guida dal 1709 al 1730. Il testo di Regenthal, uno dei più grandi cavalieri e addestratori di cavalli del suo tempo, non fu però mai dato alle stampe e ci è stato tramandato solo in versione manoscritta. Dopo essere stata dimenticata per poco meno di tre secoli, quest’opera di grandissimo interesse storico e tecnico venne riscoperta e pubblicata solo nel 1996 (e sarebbe da augurarsi che fosse tradotta e divulgata anche all’estero). Il libro di Poscharnigg ha il pregio di offrircene un’interessantissima sintesi ragionata, così come degli altri libri scritti dai più importanti cavalieri austriaci.

Johann Georg Hamilton, Uno dei cavalli dell'imperatore, XVIII secolo, Palazzo di Schönbrunn

Johann Georg Hamilton, Cavallo grigio accompagnato da un paggio,
dalla Rösslzimmer del Palazzo di Schönbrunn, XVIII secolo

Anche in Austria, l’evoluzione dell’arte della guerra produsse importanti trasformazioni in campo equestre, ma la spiccata matrice accademica della tradizione asburgica continuò a lungo a influenzare la cavalleria imperiale. Le due Guerre Mondiali segnarono il tramonto definitivo dell’impiego del cavallo in campo militare ma, pur tra mille difficoltà, l’Austria è riuscita a mantenere vivo il proprio legame con le sue tradizioni equestri, proprio grazie all’attività della Scuola Spagnola. Werner Poscharnigg ci offre il racconto affascinante di questa sofisticata cultura equestre, incentrata sulla figura di un “cavaliere pensante” e su un’equitazione raffinata e rispettosa della natura del cavallo.

La Scuola Spagnola di Vienna

La Scuola Spagnola di Vienna ha svolto un ruolo centrale
nel mantenere la vitalità delle tradizioni equestri austriache

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Potete acquistare il libro cliccando su questo link:
Austrian Art of Riding by Werner Poscharnigg (Xenophon Press)

Equus frenatus. Il libro sui morsi della Collezione Giannelli

Morso con guardie in bronzo dorato - France - Restoration (1814-1830) Picture © Michele Ostini

Morso con guardie in bronzo dorato
Francia – Restaurazione(1814-1830)
Foto © Michele Ostini

di Giovanni Battista Tomassini

Sontuoso. Con una veste editoriale curata nei minimi dettagli e immagini bellissime (realizzate dal fotografo Michele Ostini), che rendono perfettamente il pregio dei pezzi riprodotti. Allo stesso tempo, però anche un’opera dal significativo contenuto scientifico. Equus frenatus, il libro che finalmente presenta i morsi della Collezione Giannelli, non è solo un bell’involucro, concepito per mettere in vetrina quella che è senz’altro una delle più importanti raccolte private di morsi antichi al mondo. È anche uno straordinario strumento di ricerca per tutti coloro che si interessano alla storia della cultura equestre. I saggi che lo compongono, infatti, oltre a illustrare i pezzi più pregiati della collezione, presentano lo stato dell’arte delle conoscenze attuali sull’evoluzione e l’uso attraverso i secoli del morso.

Ho già avuto modo di parlare in questo blog dello splendore della Collezione Giannelli di morsi antichi, in occasione della bella mostra che si è tenuta nella scorsa estate a Travagliato (potete leggere l’articolo clickando su questo link: I morsi della collezione Giannelli in mostra a Travagliato). Si tratta di una raccolta eccezionale, messa insieme in decenni di ricerche. Si va dalle prime guardie in osso, provenienti dall’Asia Centrale e risalenti al II millennio a.C., per arrivare sino a raffinatissimi morsi cesellati del XVIII e XIX secolo. In tutto oltre 500 pezzi, la maggior parte dei quali davvero pregiati.

La copertina del libro

La copertina del libro

Nel bel saggio introduttivo, Claudio Giannelli dispiega tutta la sua competenza su questa materia così complessa. Riesce così a sintetizzare in modo estremamente chiaro e accurato quattro millenni di storia delle imboccature, seguendone lo sviluppo cronologico e contestualizzando di volta in volta le diverse tipologie di morso rispetto al periodo e alle civiltà che le hanno prodotte. Se ne ricava una visione d’insieme molto suggestiva e interessante. Come nota lo stesso Giannelli, colpisce come la parabola avviata dai primi filetti in bronzo, impiegati duemila anni prima di Cristo dalle popolazioni nomadi dell’Asia Centrale, passando per gli artistici morsi del Luristan, quelli greci e romani, fino ai severissimi morsi medievali e Rinascimentali, si chiuda all’inizio del XX secolo, con il ritorno alle imboccature più semplici, propugnato da Federico Caprilli e dalla sua “equitazione naturale”. “Oggi si ha, dunque, – scrive Giannelli – un ritorno alle origini con un uso sempre più frequente del normale filetto snodato, l’imboccatura senz’altro più dolce e rispettosa della delicata bocca del cavallo, purché sempre abbinato alla pazienza, a un lavoro progressivo e, soprattutto, all’amore» (p. 40).

Sono soprattutto due gli ambiti più speciali della collezione Giannelli. Innanzitutto quello dei magnifici morsi del Luristan, veri e propri capolavori in bronzo, realizzati con la tecnica della fusione a cera persa, da una civiltà di cui sappiamo piuttosto poco, fiorita tra il II e il I millennio a.C. in una regione sud-occidentale dell’attuale Iran. Per numero e qualità degli esemplari, la Collezione Giannelli ha probabilmente la più grande e importante raccolta al mondo di questi specialissimi manufatti. Altrettanto unica è quella dei morsi villanoviani ed etruschi. Anche nell’Italia pre-romana (IX-VIII sec. a.C.) era diffuso l’uso di inumare i defunti con corredi funerari che comprendevano spesso morsi da cavallo. Si trattava per lo più di filetti, con guardie che rappresentavano cavalli in forme stilizzate, che oggi ci appaiono curiosamente moderne. A questi due ambiti sono dedicati i saggi di Manuel Castelluccia, archeologo specialista del Vicino Oriente Antico, del Caucaso e dell’Iran, e Chiara Martinozzi, archeologa, specialista della civiltà etrusca. Entrambi forniscono un ricco quadro di riferimento storico/culturale all’interno del quale collocare la produzione dei morsi e la descrizione delle loro varie tipologie.

Morso del Luristan con guardie zoomorfe Luristan - circa I millennio a.C. Picture © Michele Ostini

Morso del Luristan con guardie zoomorfe
Luristan – circa I millennio a.C.
Foto © Michele Ostini

È proprio questo il tratto più convincente del libro: i reperti non vengono semplicemente descritti, ma vengono sempre collocati nel contesto storico e culturale in cui i morsi venivano impiegati. Così il capitolo sulle imboccature nella Grecia antica, curato dallo stesso Giannelli, è preceduto da un’interessante descrizione storica e militare della cavalleria greca di Giuseppe Cascarino, che cura anche il capitolo sulla cavalleria romana. Proprio con l’avvento della civiltà romana le imboccature in bronzo vengono sostituite da quelle in ferro. L’impiego di questo materiale più deperibile, rende i reperti di questa epoca particolarmente rari. La Collezione Giannelli ne conta diversi in ottimo stato di conservazione. A quest’epoca la tipologia dei morsi comincia a cambiare. Compaiono i primi morsi con guardie lunghe, dal complicato e (almeno a mio avviso) ancora oscuro principio di funzionamento. Le testiere sono integrate dai cosiddetti psalion, sorta di cavezze in metallo che impedivano all’animale di sottrarsi all’azione del morso aprendo la bocca. Particolarmente curioso anche l’impiego dei cosiddetti “ipposandali”, una sorta di scarpette di metallo che venivano assicurate allo zoccolo con delle corregge di cuoio, di cui la Collezione Giannelli comprende alcuni rari esemplari.

Il Medioevo è decisamente un periodo problematico per quanto riguarda lo studio dell’evoluzione dei morsi. Pochi i reperti, poche le fonti scritte, difficilmente interpretabili quelle iconografiche. La filologa e storica Patrizia Arquint lo affronta con la consueta esattezza e chiarezza, proponendo una sintesi in cui, pur con le cautele dovute alla relativa scarsità dei dati, il quadro storico è integrato dalla descrizione tecnica.

“Prometopidion”: frontale a lamelle in bronzo con “psalion” solidale
Epoca romana
Foto © Michele Ostini

È invece il Rinascimento l’epoca in cui viene posta maggiore enfasi sul morso e “l’arte d’imbrigliare”, cioè di scegliere l’imboccatura più adatta per ciascun esemplare, viene considerata una competenza essenziale del vero cavaliere. Lo testimoniano con evidenza i trattati equestri che cominciano a essere pubblicati a stampa a partire dalla metà del XVI secolo. La maggior parte di queste opere comprende una rassegna di disegni di briglie, la cui sconcertante varietà è concepita proprio per adattarsi alle diverse tipologie di cavallo, nell’illusione di poter correggere così con strumenti specifici eventuali difetti. In realtà, quei morsi, che sono delle vere e proprie opere d’arte dal punto di vista della manifattura, è probabile invece che ottenessero piuttosto l’effetto contrario, vista la severità della loro azione.

Wrought iron Renaissance bit , pierced and engraved Germany - Seventeenth century

Morso rinascimentale in ferro battuto, traforato e inciso
Germania – XVI secolo

La fioritura del nuovo genere letterario del trattato equestre è evocata nel saggio di Mario Gennero, curiosamente incentrato su Il cavallerizzo di Claudio Corte, che è uno dei più interessati libri sull’equitazione del XVI secolo, ma è anche una delle opere che si sofferma meno sull’arte di imbrigliare, alla quale molto spazio dedicano invece altri autori coevi. È certo che la capacità tecnica dei cosiddetti “morsari” rinascimentali è strabiliante. In virtù dei notevoli progressi della siderurgia, gli artigiani dell’epoca – come scrive nel suo saggio Alessandro Cesati – riescono a realizzare, con semplici attrezzi, come lime, trapani a mano e bulini, «dei manufatti che paiono delle piccole sculture in ferro: oggetti d’arte a volte così raffinati da far dimenticare quasi del tutto la funzione originaria dell’oggetto» (p. 188).

One of the most incredible pieces of the Giannelli Collection: Wrought iron Renaissance bit , pierced and engraved. There are only two other known similar specimens. Sixteenth century Picture © Michele Ostini

Uno dei pezzi più incredibili della Collezione Giannelli: Morso rinascimentale in ferro battuto,traforato e inciso.
Sono noti solo altri
due esemplari simili.
XVI secolo
Foto © Michele Ostini

Il saggio finale di Pierre Desclos ha il pregio di descrivere da un punto di vista tecnico la complessità delle briglie rinascimentali e la progressiva semplificazione dei morsi nei  tre secoli successivi. Particolarmente interessante l’approfondimento dedicato alle tre parti principali del morso (imboccatura, guardie e barbozzale) e alla complessa terminologia tecnica, impiegata nei trattati dell’epoca, alla quale viene dedicato un utilissimo glossario finale.

Va infine ricordato che l’opera è stata realizzata grazie al determinate apporto della Fondazione Iniziative Zooprofilattiche e Zootecniche di Brescia, che da sessant’anni finanzia le iniziative e le attività scientifiche, sperimentali e culturali attinenti alle scienze veterinarie e biomediche. Dal 1979 la fondazione è attiva anche nel campo dell’editoria scientifica. Questo libro è il centesimo della sua collana di monografie e ci sembra davvero un degno coronamento di un impegno per la promozione della cultura e della ricerca davvero meritorio.

Villanovan bronze bit Ninth - Eight centuries BC

Morsi Villanoviani in bronzo
IX – VIII secolo a.C.

Per acquistare il libro

Purtroppo il libro, che è disponibile solo in edizione italiana, non è distribuito attraverso i normali canali commerciali.

Chi fosse interessato ad acquistarlo, può richiederlo inviando un’email a questo indirizzo: c.giannelli@alwicom.net.

Un libro che mi ha cambiato la vita. Un tributo personale a Sylvia Loch

IMG_3005di Giovanni Battista Tomassini

Sembra che al giorno d’oggi si legga sempre meno. O meglio, sembra si leggano sempre meno libri. La crisi di questo potentissimo mezzo di comunicazione è ormai certificata da mille statistiche. Per la maggior parte delle persone pare siano ormai troppi i messaggi dai quali siamo continuamente bombardati per trovare il tempo di dedicarsi anche ai libri. Rispetto alla televisione e ai social media, i libri richiedono indubbiamente maggiore impegno e concentrazione e questo, in un mondo sempre più frenetico e superficiale, li rende meno attraenti di altri strumenti di comunicazione. Eppure, nonostante tutto, continuo a essere convinto che coloro che periodicamente predicono l’inesorabile scomparsa dei libri si sbaglino. Perché nei libri c’è una forza che solo i libri posseggono e che, pur nell’epoca di Facebook  e Twitter, continua a essere insostituibile. I libri continuano a essere il veicolo ideale dell’insopprimibile esigenza dell’umanità di dar voce ai propri sentimenti e di trasmettere le proprie conoscenze, superando le barriere dello spazio e del tempo. È questo che continua a renderli capaci di commuoverci e affascinarci. E poco importa se oggi si tramutano in oggetti immateriali, che possiamo scaricare con un click sui nostri tablet. Il libro non è infatti semplicemente un oggetto, ma è innanzitutto un’intenzione: il vettore di un’energia creativa capace di trasformare la nostra esistenza.

Sono tanti i libri che hanno influenzato la mia vita e le mie opinioni, facendo di me quello che sono oggi. Solo di pochi però posso dire che abbiano davvero prodotto un cambiamento profondo. Ed è di uno di questi in particolare che voglio raccontarvi.

Ferdinando Alberto di Brunswick-Lüneburg ritratto da John Wootton (1682-1764) (courtesy of Arthur Ackermann & Son, London)

Ferdinando Alberto di Brunswick-Lüneburg
ritratto da John Wootton (1682-1764)
(courtesy of Arthur Ackermann & Son, London)

Circa venticinque anni fa ero in vacanza a Londra. Come faccio sempre (almeno nei posti dove ancora le trovo), oltre a visitare musei e monumenti, visitai anche diverse librerie nella zona di Charing Cross Road, famosa per i suoi negozi di libri usati e d’antiquariato. All’epoca già montavo a cavallo da più di una decina d’anni e avevo già potuto constatare la difficoltà di trovare libri sull’equitazione in italiano. Per questo, la mia curiosità era particolarmente attratta dagli scaffali riservati alle pubblicazioni riguardanti i cavalli e l’arte equestre. Ricordo che mentre spulciavo tra i volumi in una grande libreria su più piani, il mio sguardo venne attratto dalla costa di un libro rilegato di grande formato. La copertina era superba. Su uno sfondo rosso spiccava un magnifico quadro del celebre pittore inglese di soggetti equestri John Wotton (1682-1764). Ritraeva Ferdinando Alberto secondo, duca di Brunswick-Lüneburg in abito settecentesco, montato su uno splendido stallone grigio. Finalmente trovavo sintetizzate in quell’immagine l’eleganza, la forza e la dignità che, confusamente, intuivo come l’essenza più attraente dell’equitazione. Quel ritratto m’additava un ideale di rigore, di grazia e leggerezza, ma allo stesso tempo di forza e agilità, che non avevo quasi mai riscontrato nei cavalieri contemporanei e che – ora lo capivo – apparteneva infatti a un’altra epoca e rappresentava un altro modo di intendere l’equitazione. Quella rivelazione s’accompagnava a una nuova consapevolezza: era quello il modo di concepire e praticare l’arte equestre che volevo diventasse anche il mio.

Capriola da fermo a fermo al piliere, in Carlos de Andrade, Luz da Liberale e Nobre Arte da Cavallaria, 1790, Stampa 83

Il fascino di un sapere equestre affinato nel corso dei secoli.
Capriola da fermo a fermo al piliere, in Carlos de Andrade,
Luz da Liberal e Nobre Arte da Cavallaria, 1790, Stampa 83

Cominciai a divorare il libro già sulla metropolitana che mi riportava in albergo. Le splendide immagini che lo arricchivano e il racconto di una tradizione equestre che affondava le sue radici nell’antichità classica mi affascinavano. E poco importa se non tutto di quel racconto mi fosse chiaro. C’erano nomi e termini tecnici che, lo confesso, all’epoca non avevo ancora mai sentito e non comprendevo. Ma capivo che in quelle pagine veniva evocata un’antica saggezza, sedimentatasi in millenni di convivenza tra l’uomo e il cavallo. La stessa saggezza e competenza che aveva reso possibile quel miracolo di raffinatezza che mi aveva colpito nel ritratto sulla copertina del libro e che ritrovavo nelle tante illustrazioni di quella bella edizione. Due cose però mi erano chiare. La prima è che la cultura del mio paese aveva avuto in passato un ruolo di primo piano nell’evoluzione di quella tradizione equestre. L’altra è che c’erano ancora luoghi dove quella tradizione veniva mantenuta viva da persone che se ne erano fatte interpreti e custodi. Due certezze che erano un ottimo punto di partenza.

Ricordo ancora con quanta emozione sfogliai per la prima volta un'edizione cinquecentesca degli Ordini di cavalcare di Federico Grisone

Frontespizio e illustrazione di una delle varie edizioni cinquecentesche degli
Ordini di cavalcare di Federico Grisone

In quegli anni, ero un giovane studente di letteratura, prossimo a discutere la propria tesi di laurea. Avevo già da un po’ cominciato a pubblicare saggi e recensioni in varie riviste specializzate e sognavo una carriera nel campo della ricerca. Era quindi logico che la lettura di quel libro mi suggerisse l’idea di approfondire lo studio dei primi trattati equestri di autori italiani. Ricordo ancora con quanta emozione sfogliai per la prima volta un’edizione cinquecentesca degli Ordini di cavalcare di Federico Grisone, presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma.

Quelle letture non facevano però viaggiare solo la mia mente. Già alcuni anni prima avevo visitato Jerez de la Frontera ed ero rimasto abbagliato dalla bellezza dei celebri cavalli cartujanos e dall’abilità dei jinetes della Real Escuela. Ora volevo ampliare il mio orizzonte. Tra le illustrazioni di quel libro che avevano più attratto la mia attenzione c’era una foto che ritraeva un gruppo di cavalieri portoghesi, montati su splendidi stalloni Alter-Real, che si esibivano nel giardino di un fantomatico Palazzo di Queluz. Avevo trovato un’altra destinazione per un nuovo pellegrinaggio equestre.

Una foto nel libro ritraeva un gruppo di cavalieri portoghesi che si esibivano nei giardini del Palazzo di Queluz

Una foto nel libro ritraeva un gruppo di cavalieri portoghesi
che si esibivano nei giardini del Palazzo di Queluz

Dovete pensare che all’epoca il Web ancora non esisteva. Oggi se si vuole sapere qualcosa di un posto, o di una persona, basta cercarli su Google. Allora, qualcuno doveva parlartene. Oppure dovevi aver la fortuna di incappare in un articolo di giornale, o in qualche raro documentario televisivo. La mia prima maestra d’equitazione (che aveva lavorato in Spagna con la troupe cinematografica di Sergio Leone) m’aveva spesso raccontato gli splendori dell’equitazione andalusa. Solo una volta m’aveva accennato che in Portogallo c’erano cavalieri considerati addirittura più raffinati. Ed è proprio per questo che quella foto del carosello equestre nei giardini di Queluz aveva acceso la mia fantasia.

Un paio d’anni dopo, attraversai l’Europa in camper con un gruppo di amici alla volta del Portogallo. Loro erano in vacanza. Io avevo un obiettivo preciso: Queluz. Arrivammo di mattina presto. Fuori dello splendido palazzo c’erano parcheggiate poche macchine. Alla biglietteria però non trovai alcuna traccia della presenza di una scuola equestre. Chiesi all’addetto che si trovava all’ingresso. Mi guardò con aria interrogativa. Poi, quando finalmente capì cosa volevo, mi disse che lì non c’era nessuna Scuola. I cavalli erano a Lisbona, al Jockey Club. Nei giardini del Palazzo s’erano esibiti qualche volta ed era forse in una di quelle occasioni che era stata scattata la foto che avevo visto.

Lo splendido Palácio Nacional di Queluz, realizzato tra 1747 e il 1770, fu una delle residenze reali portoghesi © PSML - Wilson Pereira

Lo splendido Palácio Nacional di Queluz, realizzato tra 1747 e il 1770,
fu una delle residenze reali portoghesi
© PSML – Wilson Pereira

Insomma, un fallimento. Fu però durante quel viaggio che, in una piccola libreria vicino al celebre caffè  A brasileira, nel centro di Lisbona, trovai l’edizione francese delle opere complete di Nuno Oliveira (Éditions Crépin Leblond) e il bel volume di Fernando Sommer D’Andrade sulla tauromachia equestre portoghese. Altre tracce da seguire. Altri spunti per far galoppare l’immaginazione.

Da allora sono passati molti anni e sono tornato tante volte in Portogallo. Non solo ho visto diverse volte esibirsi quegli straordinari cavalieri di Queluz, che formano la Escola Portuguesa de Arte Equestre, ma ho anche assistito ai loro allenamenti, ho visitato le scuderie, li ho conosciuti personalmente e con molti di loro è nata una sincera amicizia . Da alcuni ho avuto anche il piacere e l’onore di prendere lezioni d’equitazione. Nel frattempo, pur essendo diventato un giornalista parlamentare, ho continuato a studiare la trattatistica equestre e, alla fine, ho pubblicato i risultati delle mie ricerche in un libro sull’argomento.

Francisco Bessa de Carvalho della Escola Portuguesa de Arte Equestre mentre esegue una capriola alla mano © PSML - Pedro Yglesias

Francisco Bessa de Carvalho della Escola Portuguesa de Arte Equestre
mentre esegue una capriola alla mano
© PSML – Pedro Yglesias

Non credo che tutto questo sarebbe accaduto, se un pomeriggio di tanti anni fa, a Londra, non avessi acquistato il libro di Sylvia Loch, Dressage: the Art of Classical Riding. Quel libro ha letteralmente cambiato il corso della mia vita. Mi ha spinto a viaggiare, a studiare, a scrivere. Ha aperto una finestra su un mondo meraviglioso e mi ha mostrato un cammino, lungo il quale ho incontrato tante persone, sono nate grandi amicizie, ho letto libri, ho imparato tante cose, mi sono emozionato e divertito. E tutto questo me lo ha regalato una persona che non ho mai avuto il piacere e l’onore di incontrare personalmente, anche se le sono riconoscente come a una benefattrice.

Chiunque scrive lo fa innanzitutto ubbidendo a un bisogno personale di esprimere i propri sogni, dar forma alle proprie esperienze, in alcuni casi, esorcizzare le proprie ossessioni. Nel momento in cui questo impulso si traduce in atto e i sentimenti e le idee divengono discorso scritto, l’autore abbandona la propria opera agli altri, sperando che possano trarne qualche beneficio. È impossibile stabilire quali cortocircuiti inneschino la scintilla determinante, ma alcuni libri ci parlano in modo diverso. Toccano tasti ai quali siamo più sensibili e innescano così trasformazioni profonde.

Sylvia Loch riding (picture from the Classical Riding Club website)

Sylvia Loch
(foto dal sito del Classical Riding Club)

Recentemente, mi sono iscritto al gruppo che Sylvia Loch ha fondato su Facebook e ho cominciato a postare periodicamente piccoli estratti dei miei articoli. In diverse occasioni i suoi commenti mi hanno testimoniato che apprezzava quanto avevo pubblicato. È stato però un caso fortuito e straordinario che m’ha fatto venire in mente di scrivere questo articolo: per far sapere a lei qual è stata l’influenza che il suo lavoro ha esercitato sulla mia vita e per raccontare a voi un esempio del potere insostituibile dei libri. All’inizio dell’estate ho visitato la splendida biblioteca equestre che è stata recentemente inaugurata nel Palazzo di Queluz (potete leggere l’articolo che scrissi per questo blog clickando sul link seguente: La nuova Biblioteca di Arte Equestre di Queluz, in Portogallo). Dopo aver scorso, con occhio rapito, gli scaffali sui quali vi sono conservati tanti libri antichi e preziosi dedicati all’arte equestre, il mio sguardo venne  attratto dall’armadio delle pubblicazioni recenti. È stato allora che, con un tuffo al cuore, ho scoperto l’edizione americana del mio libro proprio accanto a quel volume di Sylvia Loch, dal quale tutto aveva preso le mosse tanti anni fa. Il cerchio s’era chiuso. Grazie Sylvia!

L'edizione americana del mio libro, The Italian Tradition of Equestrian Art, accanto al libro di Sylvia Loch, sullo scaffale della Biblioteca Equestre di Queluz © PSML - Fabiano Teixeira

L’edizione americana del mio libro, The Italian Tradition of Equestrian Art, accanto al libro di Sylvia Loch, sullo scaffale della Biblioteca Equestre di Queluz
© PSML – Fabiano Teixeira

Link utili su Sylvia Loch