Anglomania (Parte 1): il diffondersi dell’equitazione all’inglese nell’Europa del Settecento

James Seymour, Mr Russell sul suo cavallo da caccia baio, c.1740 © Tate Modern Gallery - Londra

James Seymour, Mr Russell sul suo cavallo baio da caccia, c.1740
© Tate Modern Gallery – Londra

di Giovanni Battista Tomassini

Pare che la passione di James Seymour per i cavalli e le corse alla fine lo abbia condotto alla rovina. Non si sa molto della sua vita, ma un cronista dell’epoca insinua che, nonostante fosse figlio di un banchiere e commerciante di diamanti, morì nel 1752 ormai ridotto in miseria dal demone delle scommesse e dalle spese di una costosa scuderia. Eppure è per quella sua stessa passione per i cavalli che il suo nome è stato tramandato ai posteri. Seymour, che nacque a Londra nel 1702, fu infatti tra i primi pittori, insieme a John Wotton (1682-1764) e Peter Tillemans (1684-1734), che dedicarono la propria produzione artistica allo sport. Il suo soggetto preferito furono proprio i cavalli, ritratti con vivacità in numerose tele e disegni, dedicati soprattutto a scene di caccia e alle corse di Newmarket, che nella prima metà del XVIII secolo erano diventate lo sport più in voga in Inghilterra.

Tra i molti quadri di soggetto equestre che Seymour ci ha lasciato ce n’è uno particolarmente interessante, conservato alla Tate Modern Gallery di Londra. Ritrae un gentiluomo a cavallo nella campagna inglese, accompagnato dal suo segugio. L’identità del cavaliere non è certa. Una vecchia etichetta, sul retro della tela, fa pensare possa trattarsi di un discendente dell’ammiraglio Edward Russell (1653-1727), conte di Orford, proprietario della tenuta di Chippenham Park, nei pressi di Newmarket. Ciò che più colpisce nel quadro è l’abbigliamento del cavaliere, che è rappresentato nei particolari più minuti. Indossa una redingote verde stretta in vita da una cintura di cuoio, un berretto scuro da jockey, braghe chiare, aderenti, abbottonate e fermate da una giarrettiera di pelle, stivali alti, rigidi, bicolori. Completano la sua elegante tenuta una sciarpa annodata attorno al collo e un paio di guanti di morbida pelle chiara. Con altrettanta accuratezza, il pittore ha rappresentato i dettagli dei finimenti. Il cavallo è imbrigliato con un semplice filetto ad aste e una testiera senza capezzina. La sella è parzialmente nascosta dal soprabito del cavaliere, ma i dettagli visibili la identificano come una sella da caccia “all’inglese”, con arcione poco rilevato, paletta bassa e quartieri non particolarmente lunghi. Da notare la coperta sottosella, ripiegata, e il fascione che si sovrappone al sottopancia. Il cavallo ha la tipica struttura slanciata del purosangue, collo arcuato e lungo, testa piccola. Il quadro è datato intorno al 1740.

Philibert Benoît de La Rue Monsieur de Nestier, écuyer ordinario della grande scuderia del Re, (stampa di Jean Daullé), 1753 © British Museum - Londra

Questo quadro è considerato l’emblema
dell’assetto accademico classico
Philibert Benoît de La Rue, Monsieur de Nestier,
écuyer ordinario della grande scuderia del Re,
(stampa di Jean Daullé), 1753
© British Museum – Londra

Basta un semplice confronto con altri ritratti equestri dell’epoca, perché il rilievo storico del quadro di Seymour balzi immediatamente agli occhi. Prendiamo, ad esempio, un’immagine celeberrima: quella di Louis Cazeau de Nestier (1684-1754), écuyer della grande scuderia del re, ritratto mentre monta Le Florido nel quadro di Philibert Benoît de La Rue, nel 1751. Questo quadro, reso popolare dall’incisione che ne ricavò Jean Daullé del 1753, è considerato da allora la pietra di paragone dell’assetto classico accademico. In questo caso il cavaliere indossa una marsina con ampi risvolti ai polsi, stivali alti e morbidi, risvoltati alla moschettiera, parrucca e cappello a tricorno. Il cavallo è montato in briglia, con doppia redine, su una sella à la française, con arcione alto, ma paletta bassa. Il cavallo è uno splendido stallone andaluso, dono del re di Spagna a Luigi XV.

I due cavalieri non potrebbero essere più diversi. Nestier è l’emblema dell’equitazione classica settecentesca, mentre il cavaliere ritratto da Seymour sembra un gentleman del secolo successivo. L’abbigliamento, i finimenti e persino il tipo di cavallo del secondo saranno infatti diffusi in tutta Europa proprio nell’Ottocento (gli stivali bicolori, “da caccia” sono usati tutt’oggi). Eppure, se la datazione è esatta, il quadro di Seymour precede di un decennio quello di de La Rue. Questa incongruenza segnala un fenomeno storico interessantissimo, che testimonia, una volta di più, lo stretto legame tra politica, moda ed equitazione. In una parola, dimostra come l’arte equestre non possa venir relegata nell’ambito della mera cultura materiale, ma partecipi a pieno titolo all’evoluzione della storia delle idee e dei costumi.

Nell'Ottocento, l'abbigliamento "all'inglese" sarà di rigore in tutt'Europa Filippo Palizzi, Caccia nella campagna napoletana, 1847 Collezione privata

Nell’Ottocento, l’abbigliamento “all’inglese” divenne di rigore in tutt’Europa
Filippo Palizzi, Caccia nella campagna napoletana, 1847
Collezione privata

È a partire dal XVIII secolo che in Europa va diffondendosi un crescente interesse per le istituzioni inglesi. In un continente ancora dominato dall’assolutismo, gli intellettuali, ma anche parte della nobiltà e, soprattutto, la nascente borghesia, guardavano con curiosità e ammirazione alla monarchia parlamentare inglese. Già nel 1215 la Magna Charta Libertatum aveva imposto una serie di limiti significativi al potere dei sovrani d’oltremanica, che non potevano imporre tasse a loro piacimento, né imprigionare le persone libere senza la sentenza di un giudice. Nel 1689, poi, il Bill of Rights aveva sancito la libertà di parola e di discussione nel Parlamento. Al re veniva inoltre vietato di abolire leggi o imporre tributi senza il consenso del Parlamento, che doveva essere eletto con libere elezioni. Princìpi che oggi possono apparire scontati, ma che all’epoca non lo erano affatto. In quel contesto, le istituzioni inglesi rappresentavano un faro di democrazia e modernità, al quale i regimi assoluti guardavano con sospetto e apprensione, perché accendevano la fantasia e la passione di un numero sempre più grande di loro sudditi. Per altro, le maggiori libertà in Inghilterra si accompagnavano al progresso economico e ben presto gli europei cominciarono a essere attratti non solo dalle istituzioni politiche, ma anche dalla letteratura, dalle arti e dal modo stesso di vivere degli inglesi. Dall’abbigliamento al cibo, dal gioco allo sport l’Inghilterra divenne un modello di modernità da imitare.

James Seymour, Saltando il cancello (datazione ignota) Denver Museum - Berger Collection

In Inghilterra la passione per le corse e la caccia
portò alla selezione di un nuovo tipo di cavalli
James Seymour, Saltando il cancello (datazione ignota)
Denver Museum – Berger Collection

Anche l’equitazione venne investita da questa moda e anzi proprio l’ambito equestre rappresentò il terreno d’elezione per la diffusione del gusto “all’inglese”. Va infatti notato che le differenze rispetto ai modi di vita continentali non riguardavano solo le istituzioni politiche. Anche in campo equestre, in Inghilterra si erano sviluppate pratiche differenti, che progressivamente cominciarono a diffondersi nel vecchio continente. Mentre il resto d’Europa s’appassionava agli esercizi stilizzati del maneggio e alle forme barocche dei cavalli iberici, in Inghilterra, già a partire dal XVII secolo, cresceva parallelamente la passione per le corse di velocità e la caccia. Per queste esigenze, già nel tardo Cinquecento, cominciò la lenta selezione di una nuova razza di cavalli: agili, nevrili, veloci. Il purosangue inglese era meno adatto alla studiata lentezza degli esercizi accademici, ma perfetto per competere col vento sui prati di Newmarket, oppure per affrontare gli ostacoli naturali di cui erano disseminate le tenute inglesi, inseguendo una volpe, o un cervo. In Inghilterra si praticava anche l’equitazione accademica (e gli splendidi disegni di John Vanderbank ce ne danno testimonianza), ma col passare del tempo furono l’equitazione di campagna e soprattutto l’ippica a caratterizzare il mondo equestre inglese.

John Vanderbank, Volte Renversée a mano destra, 1728 © Tate Modern Gallery - Londra

L’equitazione accademica era comunque
praticata anche in Inghilterra
John Vanderbank, Volte Renversée a mano destra, 1728
© Tate Modern Gallery – Londra

In ambito continentale, le corse di cavalli erano relativamente diffuse. In Italia, per esempio, quasi ogni città aveva il suo palio, ma si trattava di competizioni molto differenti da quelle che oggi si tengono negli ippodromi. Nella maggior parte dei casi, si svolgevano all’interno delle città e spessissimo a gareggiare erano cavalli scossi, cioè senza fantino: come nel caso della Corsa dei Barberi che concludeva il Carnevale Romano, oppure il Palio di S. Giovanni a Firenze. Queste competizioni si svolgevano in occasioni di particolari ricorrenze e si collocavano nel solco della tradizione degli antichi cimenti cavallereschi.

David Allan, La mossa della Corsa dei Barberi a Roma, circa 1767-77 © Tate Modern Gallery - Londra

Nell’Europa continentale le corse di cavalli
erano molto diverse da quelle inglesi
David Allan, La mossa della Corsa dei Barberi
a Roma, circa 1767-77
© Tate Modern Gallery – Londra

È però in Inghilterra che le corse assunsero il carattere di sport in senso moderno, con il progressivo precisarsi di una serie di regole, riguardanti l’età dei cavalli, il peso dei fantini e con l’istituzione di premi in denaro per i vincitori. Già Giacomo I (1566-1625) diede impulso alla costruzione delle prime piste da corsa a Newmarket e fu con Carlo II (1630-185) che vennero istituite le corse più prestigiose: la King’s Plate e la Town Plate, alle quali, nel 1744 si aggiunsero altre due gare, finanziate dai commercianti locali e dai proprietari terrieri, con premi di 50 ghinee. Ben presto le corse alimentarono una significativa economia, sia per i premi distribuiti sia, soprattutto, per il volume delle scommesse. Inoltre, incrementarono il commercio dei cavalli e promossero le professioni legate alla cura e al mantenimento di questi animali, a cominciare dal mestiere di fantino. Divennero poi eventi mondani nei quali gli appartenenti al bel mondo si incontravano e le signore e i gentleman sfoggiavano abiti alla moda. La fama di questi avvenimenti, in cui si mescolavano lo sfarzo del bel mondo e la trepidazione della competizione, si diffuse rapidamente nel continente e molti appassionati cominciarono a recarsi in Inghilterra per acquistare cavalli (come nel caso del poeta italiano Vittorio Alfieri, al quale abbiamo dedicato recentemente un articolo in due puntate, che potete leggere cliccando su questo link).

Per leggere la seconda parte dell’articolo, clickare su questo link –>

Peter Tillemans, Alla partenza della King's Plate a Newmarket, ca 1725 © Yale Center for British-Art - Paul Mellon Collection

Le corse di cavalli divennero ben presto eventi mondani
Peter Tillemans, Alla partenza della King’s Plate a Newmarket, 1725ca
© Yale Center for British-Art – Paul Mellon Collection

BIBLIOGRAFIA

GRAF, Arturo, L’anglomania e l’influsso inglese in Italia nel XVIII secolo, Torino, E. Loscher, 1911.

ROCHE, Daniel, La culture des apparences, Paris, Fayard, 1989 (Il linguaggio della moda. Alle origini dell’industria dell’abbigliamento, Torino, Einaudi, 1991)

ROCHE, Daniel, La gloire et la puissance. Histoire de la culture équestre XVIe-XIXe siècle, Paris, Fayard, 2011.

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