In equitazione “resta sempre qualcosa da desiderare”

Édouard Boutibonne, Ritratto di Napoleone III, 1856 © The Royal Collection

Édouard Boutibonne, Ritratto di Napoleone III,1856
© The Royal Collection

di Giovanni Battista Tomassini

«Nell’arte della Militia non è disciplina di maggior bellezza di questa de i Cavalli, e non che ornata di belli effetti; ma necessaria e vestita d’ogni valore». Comincia così il primo libro pubblicato a stampa dedicato all’equitazione. Da allora, era il 1550, il modello fissato da Federico Grisone ne i suoi Ordini di cavalcare verrà seguito da molti altri autori e l’apologia iniziale dell’arte equestre diverrà un luogo comune della trattatistica. Sebbene a volte questi elogi si ingarbuglino in uno stile concettoso, al limite dell’incomprensibile, rappresentano tuttavia una fonte di spunti molto interessanti per il lettore moderno, perché offrono una prospettiva su come l’umanità ha raccontato e motivato nel tempo la sua millenaria passione per il cavallo.

Se in tutte le opere antiche si pone particolare enfasi sull’importanza del­l’equi­tazione a scopi militari, non mancano però diversi autori che sottolineano come apprendere a montare a cavallo produca anche effetti benefici sul corpo e sullo spirito. Abbiamo, per esempio, già visto in un altro articolo (si veda L’equitazione come modo per coltivare l’anima. Dom Duarte e i rimedi contro la paura) come nel XV secolo il re del Portogallo, Dom Duarte, affermasse che montare a cavallo formi il carattere perché infonde coraggio. È però Claudio Corte l’autore italiano che forse più di altri si diffonde nel ragionare sull’argomento. Innanzitutto, esaltando i benefici che l’equita­zione apporta alla salute del corpo:

l’uso del cavallo giova molto alla sanità del corpo; essendo esso un’esercitio molto nobile, e temperato, e di tutti i membri quasi ugualmente, bisognando nell’agitar cavalli adoprarvi ogni membro distintamente, e tutto il corpo insieme con una proportione di moto incredibile, e impossibile ad isprimerla con parole. […] Genera anco nel cavalcare humor allegro, e dà bando alla malinconia humor pessimo, e gravissimo nel corpo humano. Et questo si pò facilmente vedere, che da qualunque gran dolore sia oppresso alcuno col cavalcare cavallo, che satisfacci, se ne sente alleggerire assai (CORTE, 1562, p. 11v).

Nel XV secolo, Dom Duarte sosteneva che l'equitazione forma il carattere, perché infonde coraggio.  (Il torneo di Camaalot, miniatura tratta da Gautier Map, Le livre de messire Lancelot du Lac,  manoscritto del XV sec Fonte: gallica.bnf.fr / Bibliotèque nationale de France)

Nel XV secolo, Dom Duarte sosteneva che l’equitazione forma il carattere, perché infonde coraggio.
(Il torneo di Camaalot, miniatura tratta da Gautier Map, Le livre de messire Lancelot du Lac, manoscritto del XV. Fonte: gallica.bnf.fr / Bibliotèque nationale de France)

Per Corte poi, dal cavallo e dall’equitazione deriva un prestigio di natura sociale. Ogni gentiluomo viene infatti stimato dagli altri per il modo in cui cavalca e mantiene i propri cavalli. L’autore poi aggiunge una considerazione che vale pienamente tutt’oggi: il cavallo dà il piacere di contemplare luoghi che senza di lui sarebbe altrimenti difficile raggiungere:

Et che sia vero si vede, che quel gran piacere, e allegrezza, che dà à gl’homini la vista della campagna lontano dal tumulto delle città, e la bontà del tempo, e serenità del cielo, malagevolmente si potrebbe godere senza il cavallo, non potendovisi andare à piede senza molta fatica, e incommodità, la quale levarebbe il piacere, ò in tutto ò in gran parte (CORTE, 1562, p. 13v).

The practice of equestrian sports imposes the contact with nature to man. For that alone, riding is an activity that makes us a better people. (Diego Velasquez, Don Gaspar de Guzmán, Count-Duke of Olivares, 1635, © Metropolitan Museum of Art, New York)

La pratica degli sport equestri impone all’uomo il contatto con la natura. Già solo per questo, è una attività che ci rende migliori.
(Diego Velasquez, Don Gaspar de Guzmán, conte-duca di Olivares, 1635, © Metropolitan Museum of Art, New York)

Se questo era vero in un’epoca in cui il cavallo era utilizzato anche come mezzo di trasporto, lo è forse ancora di più oggi. La pratica degli sport equestri infatti impone all’uomo moderno, la cui vita è scandita dai ritmi della società tecnologica, di ritagliare uno momento nelle proprie giornate da dedicare al contatto con la natura. Già solo per questo, è una attività che ci rende migliori.

La dimensione spirituale dell’equitazione è ulteriormente enfatizzata nel primo trattato in lingua francese: Le Cavalerice François, di Salomon de La Broue. Per l’autore, lo studio della natura del cavallo e la pratica dei mezzi per domarlo e addestrarlo alla guerra, o all’uso in giostre e tornei, trasforma il cavaliere, esaltando le sue migliori qualità.

Perché per ben padroneggiare un animale così vigoroso e fiero, il Cavallerizzo deve essere naturalmente ingegnoso, paziente, coraggioso e forte. Oltre a ciò è necessario che la lunga esperienza delle migliori scuole che insegnano questo esercizio gli abbia dato una conoscenza tale da poter ben giudicare l’umore e la disposizione del cavallo e mettere così industriosamente a profitto i buoni effetti della natura di quello (LA BROUE, 1602, p. 3).

Autore del primo trattato equestre Salomon de La Broue sottolinea la dimensione spirituale dell'equitazione. (Salomon de LA BROUE, Le Cavalerice François, Paris, A. l’Angelier, 1602, frontespizio)

Autore del primo trattato equestre
pubblicato in francese, Salomon de La Broue
sottolinea la dimensione spirituale dell’equitazione
(Salomon de La Broue, Le Cavalerice François, Paris, A. l’Angelier, 1602, frontespizio)

Per addestrare il cavallo, il cavallerizzo deve possedere innato e ulteriormente affinare il proprio senso delle proporzioni e del ritmo, maturando una capacità quasi matematica per eseguire con il dovuto rigore le complicate arie del maneggio. Doti così sofisticate – aggiunge La Broue – che osservando un cavallerizzo davvero competente nella sua arte è facile credere che egli possa ben riuscire in molte altre attività. Anzi, quella del cavallerizzo è un’arte che richiede qualità così sottili che – secondo l’autore – non può essere appresa da tutti. Tantomeno da una persona rozza e incolta:

penso che non avvenga mai che la perfezione di un tale sapere si comunichi a certi spiriti deboli e grossolani che lo profanano tutti i giorni e se ne onorano in apparenza facendosi ammirare dagli ignoranti (LA BROUE, 1602, p. 3).

Nell'opera di Pluvinel, L'equitazione assume il carattere di una vera palestra spirituale. (Antoine de Pluvinel (1552-1620), L’instruction du Roy en l’exercice de monter à cheval,  Paris, P. Rocolet, 1627 [1ère édition, Paris, 1625]. Stampa acquerellata nel XVII sec., Bibliothèque Sainte-Geneviève, Paris)

Nell’opera di Pluvinel, l’equitazione assume il carattere di una vera palestra spirituale.
(Antoine de Pluvinel, L’instruction du Roy en l’exercice de monter à cheval,
Paris, P. Rocolet, 1627, stampa acquerellata nel XVII sec., Bibliothèque Sainte-Geneviève, Paris)

Queste argomentazioni vengono approfondite nell’opera successiva di Antoine de Pluvinel, L’instruction du Roy en l’exercice de monter à cheval (1625). L’equi­ta­zio­ne assume qui il carattere di una vera e propria palestra spirituale. Mentre infatti le scienze e le altre arti vengono imparate in una condizione di calma e senza alcuna altra preoccupazione che quella di applicarsi allo studio, l’arte equestre può essere appresa solo montando a cavallo e quindi risolvendosi a patire tutte le stravaganze che ci si può attendere da un essere irrazionale. Del quale si debbono affrontare le paure, la collera e la pigrizia, vincendo allo stesso tempo la propria apprensione per i pericoli ai quali si è esposti. Difficoltà queste che, secondo Pluvinel, non si possono superare se non con la conoscenza e la solidità del proprio giudizio, mantenendo nel mezzo dei pericoli la stessa freddezza e prontezza con cui lo studente si applica a imparare qualcosa da un libro.

Da ciò vostra Maestà può conoscere molto chiaramente in che senso questo bell’esercizio è utile allo spirito, poiché esso lo istruisce e l’abitua a eseguire con precisione e ordine tutte queste funzioni tra i fastidi, il rumore, l’agitazione e la continua paura del pericolo, che sono come un viatico per renderlo capace di compiere le stesse operazioni tra le armi e nel mezzo dei pericoli che vi si incontrano (PLUVINEL, 1625, p. 3).

Montando a cavallo, insomma, ci si deve abituare ad affrontare le difficoltà e i pericoli, mantenendo il controllo di sé grazie alla conoscenza e alla serenità che viene dall’esperienza. Un esercizio di cui Pluvinel sottolinea l’importanza in campo militare e politico, ma del quale il lettore moderno può facilmente cogliere le risonanze esistenziali: visto che abituarsi ad affrontare problemi e rischi, mantenendo i nervi saldi e assumendo decisioni rapide sulla base della propria esperienza è utile non solo sui campi di battaglia.

6 - Van Dyck - Ritratto di Tommaso di Savoia Carignano - Galleria Sabauda

Antoon Van Dyck, Ritratto di Tommaso di Savoia Carignano, 1634, Torino, Galleria Sabauda.

Nei secoli successivi i trattati d’equitazione sembrano porre una maggiore attenzione al beneficio che l’esercizio fisico apporta alla salute, anche se non mancano autori, come il bresciano Federico Mazzucchelli, che ne colgono le ulteriori conseguenze positive:

Inceppato talvolta il nostro spirito da pigre cure, e da lento torpore, quest’animale obbediente, veloce, ed elegante scuote i nostri sensi aggravati, riaccende in noi il genio languente, e risveglia l’attività, senza cui intentate rimarrebbero anche le opere più utili, e luminose (MAZZUCCHELLI, 1805, pp. 7-8).

Un secolo dopo, nel capolavoro postumo del generale L’Hotte, ritroviamo invece riproposta un’idea già accennata da La Broue alla fine del Cinquecento: non è tanto l’equitazione ad avere un effetto su determinati aspetti della personalità di chi la pratica, quanto piuttosto che per poter diventare un buon cavaliere si debbono necessariamente già possedere particolari doti “innate”, oltre che fisiche, anche spirituali. Secondo L’Hotte, chi aspira a diventare un vero cavaliere deve possedere un carattere calmo e allo stesso tempo energico, dolce ma senza debolezza, fermo ma senza essere rude. Soprattutto deve mantenersi sempre padrone di se stesso in modo da agire sul cavallo opponendo la propria pazienza all’impazienza dell’animale, la calma alla violenza, l’energia alla pigrizia e l’obbedienza al rifiuto. Deve essere perseverante e competente, ma soprattutto deve essere dotato di una qualità innata ed essenziale:

un sentimento tutto speciale chiamato tatto equestre, che consiste nella capacità di riconoscere la natura buona o cattiva delle contrazioni del cavallo e che ispira l’appropriatezza e la misura delle azioni del cavallerizzo.
Questo sentimento che il lavoro sviluppa, ma che non saprebbe far nascere, è così necessario al cavallerizzo, vale a dire al cavaliere-artista, come il sentimento del colore è indispensabile al pittore e il sentimento dell’armonia dei suoni al musicista (L’HOT­TE, 1906, pp. 201-202).

Secondo il generale L'Hotte (1825-194), può eccellere in equitazione solo chi possiede doti innate.

Secondo il generale L’Hotte (1825-194),
può davvero eccellere in equitazione
solo chi possiede doti innate.

A questa breve rassegna degli argomenti usati dalla trattatistica per descrivere la peculiarità dell’esperienza equestre ci sia permesso di aggiungere una considerazione personale. Fondandosi sul confronto tra due esseri viventi, l’equitazione è un’esperienza che perennemente si rinnova. Ogni cavallo ha un proprio temperamento, una sua conformazione fisica e una sua particolare sensibilità, un suo livello di addestramento e quindi una sua capacità di interagire con l’essere umano. Per questo in ogni occasione in cui si monta un cavallo nuovo si vive un’esperienza profondamente diversa. D’altra parte, proprio perché ci si confronta con un essere vivente, anche montando tutti i giorni lo stesso animale si vive ogni volta un’esperienza differente. Ogni amazzone, o cavaliere, ha sperimentato almeno una volta la sensazione esaltante di una perfetta reciprocità con la propria cavalcatura: l’inebriante vertigine di una comunicazione ineffabile con l’animale, che rende possibile l’esecuzione senza sforzo apparente di esercizi che sino ad allora erano sembrati difficilissimi. Quei momenti in cui il cavallo risponde con prontezza assoluta agli impulsi impercettibili del suo cavaliere, quasi presagendone le intenzioni e assecondandone felicemente la volontà. Di norma, però all’entusiasmo subentra presto la delusione. L’indomani si torna a montare, certi di poter rivivere l’estasi di quella ripresa miracolosa, ma da subito ci si accorge che, per quanto le condizioni siano apparentemente le stesse, la magia non si ripete, la connessione con l’animale sembra meno immediata, i gesti più meccanici e le intenzioni dell’uomo non riescono a tradursi così facilmente negli atteggiamenti del cavallo. Il cavaliere sente il proprio corpo inspiegabilmente più pesante e impacciato. E l’animale, che il giorno prima era pieno di energie e di sensibilità, pare invece svogliato e indifferente alle sollecitazioni. Il risultato non è all’altezza del precedente. Non si può negare che constatarlo è spesso molto amaro. L’insuccesso però alimenta immancabilmente il desiderio di ritrovare la felicità di quegli attimi d’entusiasmo. All’iniziale abbattimento, subentra allora la voglia di riprovare e di migliorarsi.

Charles Édouard Boutibonne, The Empress Eugénie on horseback, 1856 © The Royal Collection

Charles Édouard Boutibonne, L’imperatrice Eugénie a cavallo, 1856
© The Royal Collection

Quest’altalena di emozioni contrastanti alimenta la nostra passione. Ovviamente tra una ripresa e l’altra (salvo i casi di incidente, o malattia) non è accaduto nulla di definitivo. Il cavaliere non ha dimenticato come si monta, né il cavallo s’è improvvisamente spogliato delle sue qualità. Il fatto è che ogni ripresa è il frutto di una relazione complessa tra esseri viventi che si influenzano reciprocamente. Per questo il cavaliere non potrà fare a meno di interrogarsi se la causa del suo provvisorio fallimento sia da attribuirsi a una propria inconsapevole mancanza, o a una diversa condizione fisica, o mentale dell’animale. Di solito a entrambe e a una serie, spesso notevolissima, di ulteriori fattori concomitanti, che rendono impossibile ridurre la questione a un rapporto meccanicistico di causa ed effetto. D’altra parte, è proprio la varietà delle sensazioni che ogni ripresa ci regala, additandoci nuovi obiettivi da raggiungere, a rendere la pratica equestre un’attività nella quale è sostanzialmente impossibile annoiarsi.

E questo vale per tutti i cavalieri. Anche per i più grandi. Una volta il generale L’Hotte confessò al suo maestro François Baucher di non essere mai completamente soddisfatto dell’addestramento dei propri cavalli. Quello allora lo guardò con il suo sguardo penetrante e con un sorriso gli rispose: «Ma sarà sempre così; resta sempre qualcosa da desiderare» (L’HOTTE, 1906, p. 209).

Anche per i più grandi cavalieri, in equitazione

Anche per i più grandi cavalieri,
in equitazione “resta sempre qualcosa da desiderare”
(François Baucher, Méthode d’équitation basée sur de nouveaux principes, Paris, 1842, antiporta)

Bibliografia

CORTE, Claudio, Il Cavallarizzo, Venezia, Giordano Zilletti, 1562.

Dom DUARTE, The Royal Book of Jousting, Horsemanship and Knightly Combat. A transaltion into English of King’Dom Duarte’s 1438 Treatise Livro da Ensinança de Bem Cavalgar Toda Sela, by Antonio Franco Preto, ed. by S. Mulhberger, Higland Village, The Chivalry Bookshelf, 2005.

GRISONE, Federico, Gli ordini del cavalcare, Napoli, Giovan Paolo Suganappo, 1550.

L’HOTTE, Alexis François Questions équestres, Paris, Librairie Plon, 1906

LA BROUE, Salomon de, Le Cavalerice François, Paris, A. l’Angelier, 1602.

MAZZUCCHELLI, Federico, Scuola equestre, Milano, presso Gio Pietro Giegler, Libraio sulla Corsia de’ Servi, 1805

PLUVINEL, Antoine de, L’instruction du Roy en l’exercice de monter à cheval, , Paris, M. Nivelle, 1610.