Marco de Pavari e il dominio della piacevolezza

Anonimo italiano, Studio della testa di un cavallo, circa la metà del XVI sec.  © Metropolitan Museum of Art - New York

Anonimo italiano, Studio della testa di un cavallo, circa la metà del XVI sec.
© Metropolitan Museum of Art – New York

di Giovanni Battista Tomassini

[Questo è il testo dell’intervento che ho tenuto il 3 dicembre scorso al Resolution Day, organizzato da Francesco Vedani al Circolo Ippico Spia d’Italia a Lonato del Garda]

Questa è la storia di un cavaliere misterioso. Conosciamo solo il nome e poche altre notizie che si desumono da un libro molto raro e interessante, ma tuttora poco noto, che porta la sua firma e che venne pubblicato a Lione nel 1581. Il nostro cavaliere si chiamava Marco de Pavari ed era di origine veneziane. Si badi bene che questo non vuol necessariamente dire che fosse nato e cresciuto nella città delle gondole. Nel Cinquecento la Repubblica di Venezia aveva un vasto entroterra, che arrivava sino al fiume Adda, a non molti chilometri da Milano.

Sappiamo anche, perché il suo editore Jean de Tournes, lo scrive nella lettera dedicatoria del libro, che Marco visse in Francia e fu scudiero di François de Mandelot, che di Lione era nientemeno che il governatore. Lione all’epoca era una città ancora più importante di quanto non sia oggi. Era un centro di fiorentissimi commerci e per questo era piena di italiani. Anzi secondo lo scrittore rinascimentale Matteo Bandello, era la città fuori dall’Italia in cui c’erano più italiani. Non vi deve però meravigliare che un personaggio importante come il governatore di una città tanto ricca avesse uno scudiero italiano, perché all’epoca italiani erano la maggior parte dei cavallerizzi delle corti europee. Addirittura un italiano, Galeazzo Sanseverino, divenne Grande Scudiero di Francia durante il regno di Francesco I (1494-1547).

Stefano Della Bella, Pesade, da Diverses exercices de cavalerie, circa 1642-1645 © Metropolitan Museum of Art - New York

Stefano Della Bella, Pesade, da Diverses exercices de cavalerie, circa 1642-1645
© Metropolitan Museum of Art – New York

Il libro, intitolato Escuirie de M. de Pavari, vénitien, è un volume in folio di una sessantina di pagine, in cui il testo italiano e quello francese sono affiancati su due colonne. Corredano il testo 14 tavole a piena pagina, raffiguranti diversi modelli di imboccature. Il fatto che la lettera dedicatoria sia firmata dall’editore e non dall’autore, fa pensare che probabilmente il libro venne pubblicato quando De Pavari aveva già lasciato Lione, o era addirittura morto. L’aspetto più interessante dell’opera è che in larga parte dedicata alla riabilitazione e al riaddestramento dei cavalli che l’autore definisce “ributtati”, cioè quei cavalli divenuti ribelli, o comunque problematici, a causa dei maltrattamenti subiti. E non pensiate che fosse una cosa infrequente perché, se è vero che a quei tempi la pratica dell’equitazione era molto più diffusa e importante di oggi, il ricorso a metodi coercitivi e brutali era estremamente frequente. Tanto per fare un esempio, si consideri che il primo libro dedicato all’equitazione mai pubblicato a stampa, gli Ordini di cavalcare (1550) di Federico Grisone, si chiude con una raccapricciante rassegna di “secreti”, vale a dire di trucchi del mestiere, tanto brutali da sembrare addirittura inventati a bella posta. È facile dunque immaginare che molti cavalli sottoposti a questi maltrattamenti diventassero molto difficili. Il tratto più originale del libro di De Pavari è che lui suggerisce di recuperarli con la dolcezza, visto

che la piacevolezza guadagna assai più della disperatione: il che potrete conoscere anche voi esser vero, che la disperatione li conduce a fare tutte queste cattive volontà, e non la piacevolezza, la quale non fa questo, ma li mitiga e li tira a sé (DE PAVARI, 1581, [42] p. 31).

Il libro di de Pavari è ornato di tavole che rappresentano diversi modelli di imboccatura

Il libro di de Pavari è ornato di tavole che rappresentano diversi modelli di imboccatura

La cosa che colpisce di più è che de Pavari si preoccupa di evitare traumi al cavallo sin dall’inizio, per non guastarne la buona disposizione verso l’uomo. Quindi, per esempio, raccomanda di affiancare un cavallo già esperto che tranquillizzi il puledro nella prima fase della doma e di utilizzare esclusivamente il cavezzone nel primo periodo di addestramento, per evitare di offendergli la bocca con il morso. (A dire il vero anche il tanto vituperato Grisone raccomandava di mettere il morso in bocca al cavallo solo quando aveva già imparato a girare e ad arrestarsi). De Pavari insiste poi sull’importanza delle carezze, che – dice – servono a tranquillizzare e a premiare l’animale. Sottolinea poi – e questo ammonimento dovremmo tutti scolpircelo bene in mente – che non bisogna pretendere troppo da un animale giovane e non allenato, per non rovinarlo approfittando della sua indole generosa.

Allo stesso modo poi raccomanda di non cercare di curare un trauma con un altro trauma. Per esempio dice: quando un cavallo ha la tendenza a fuggire e a sottrarsi all’azione del morso, quasi sempre questo accade perché ha subito l’abuso di una mano inesperta e troppo pesante. In quel caso allora, invece di attaccarsi alle redini e di tirare come dannati:

bisogna dare, cioè allentare, la mano poco a poco, e, raccogliendola per il medesimo, essi perderanno quella volontà cattiva, e verrannnosi a fermare (DE PAVARI, 1581, [31] p. 27).

Anonimo, Uomo su un cavallo impennato, datazione incerta © The Trustees of the British Museum

Anonimo, Uomo su un cavallo impennato, datazione incerta
© The Trustees of the British Museum

Se poi questo non basta, spiega, invece di tirare le redini, basta mettere il cavallo su una volta stretta per arrestarne la fuga. E poi aggiunge un suggerimento piuttosto buffo. Per distogliere il cavallo che tende a scappare dai suoi propositi di fuga, il cavaliere deve montare a cavallo portando con se una fronda di salice, carica di foglie. Mentre cavalca la deve porgere al cavallo e lasciargliela mangiare, ma non tutta in una volta. La deve trattenere e cederla poco a poco, perché duri e perché il cavallo si distragga.

Lo stesso dicasi per i cavalli che rifiutano di voltare a una mano piuttosto che all’altra, oppure che indietreggiano invece di portarsi in avanti. Invece di bastonarli (come suggeriva Grisone), de Pavari prescrive di mettere loro il morso più dolce possibile e il cavezzone, di montarli senza speroni e di aver cura che la cinghia sottopancia non sia troppo serrata.

In conclusione, scrive de Pavari:

a ciò vi essorto se amate questa virtù, cioè di procedere con piacevolezza, la qual domina ogni cosa, che, se farete il contrario, non acquisterete che biasimo fra persone che saranno degne di essa e che se ne intenderanno (DE PAVARI, 1581, [60] p. 38).

Stefano della Bella, Cavaliere conduce la sua cavalcatura ad abbeverarsi in un fiume, XVII sec. © Metropolitan Museum of Art - New York

Stefano della Bella, Cavaliere conduce la sua cavalcatura ad abbeverarsi in un fiume, XVII sec.
© Metropolitan Museum of Art – New York

Vorrei aggiungere solo una considerazione finale a margine di questa storia. La difficoltà di recuperare un cavallo divenuto ribelle perché ha subito degli abusi da parte dell’uomo, evidenzia la complessità della nostra relazione con questi animali meravigliosi, che sono con noi straordinariamente compatibili, ma che allo stesso tempo sono da noi profondamente diversi. E questa diversità, che ha dei tratti addirittura enigmatici (se solo si pensa alla difficoltà che abbiamo di comprendere certi improvvisi terrori che turbano a volte questi bestioni di cinquecento chili), rende estremamente complicato comunicare con loro per renderli i nostri compagni. Tanto più che ciascuno di loro ha caratteristiche e sensibilità completamente differenti. Già nel Cinquecento un altro autore di un bellissimo libro, Claudio Corte, che pubblicò nel 1562 il suo Il cavallarizzo, sottolineava come l’arte di addestrare i cavalli sia da considerarsi più difficile di altre, perché diversamente da quanto fa l’insegnante con i suoi studenti, il cavaliere non può istruire la sua cavalcatura attraverso il linguaggio.

Solo una grande esperienza, accompagnata da un grande amore e da una continua riflessione, consentono di affinare la comunicazione fra l’uomo e l’animale. E questo spiega perché qualsiasi cavallo cambi visibilmente se è maneggiato da un cavaliere esperto, o da uno meno esperto o addirittura da un neofita. L’esperienza – dopo trentacinque anni di equitazione ne sono profondamente convinto – non si acquisisce solo attraverso una pratica assidua (che è pure fondamentale), ma deve essere arricchita dallo studio e dalla riflessione teorica.

Disegno di Stefano Marchi

Disegno di Stefano Marchi

Studiare la storia dell’equitazione non è solo un passatempo da intellettuali, ma un modo per appropriarsi del sapere di generazioni di cavalieri che ci hanno preceduto. Questo patrimonio è lì: nei libri che costituiscono la tradizione dell’arte equestre. Sta a noi riscoprirne l’inestimabile valore, per nutrirne la nostra passione e arricchire la nostra esperienza di questo meraviglioso modo di vivere che è la pratica dell’equitazione.

Bibliografia

DE PAVARI, Marco, Escuirie de M. de Pavari venitien (en ital. Et en franç.) Jean de Tournes, Lyon, avec fig, 1581 [citiamo dall’edizione moderna Escuirie de M. de Pavari venitien, a cura di P. Arquint e M. Gennero, Collegno, Roberto Chiaramonte Editore, 2008].

GRISONE, Federico, Gli ordini del cavalcare, Napoli, stampato da Giovan Paolo Suganappo, 1550.

Da sinistra: Giovanni Battista Tomassini, Francesco Vedani e Massimo Da Re al Resolution Day

Da sinistra: Giovanni Battista Tomassini, Francesco Vedani e Massimo Da Re al Resolution Day
© Massimo Mandato

Equitazione senza morso nei tempi antichi

Ragazzo con cavallo (forse Castore)
Rilievo marmoreo dalla Villa di Adriano (Tivoli – Italy)
© The Trustees of the British Museum

di Giovanni Battista Tomassini

In anni recenti la capacità di montare a cavallo senza usare il morso, magari eseguendo sofisticate arie di maneggio, è stata spesso presentata come dimostrazione di un’innovativa capacità di comunicazione con l’animale, dovuta alle nuove tecniche dell’equitazione cosiddetta etologica, o naturale. In realtà, l’uso di cavalcare senza morso è molto antico. Le fonti classiche ci forniscono diversi esempi, la maggior parte dei quali riguardano l’impiego del cavallo montato senza morso non semplicemente in esercizi che ne dimostrano il perfetto addestramento, ma addirittura nel vivo di battaglie in cui i cavalieri affidavano alle loro cavalcature la loro vita e il successo nello scontro.

Il caso più noto è quello della antica cavalleria numida. I Numidi erano un popolo che viveva in Nord Africa, in un territorio che andava dalla Mauretania al regno di Cartagine, che oggi coinciderebbe all’incirca con la parte nord-occidentale dell’Algeria. Si trattava di abili cavalieri che fornirono truppe montate prima alla potenza cartaginese, quindi ai romani. Il regno numida divenne infine una provincia romana dopo la vittoria di Cesare su Pompeo (48 a. C.). La cavalleria numida (equites numidarum) costituì una parte significativa dei corpi ausiliari di cavalleria leggera dell’esercito romano a partire dalla Seconda Guerra Punica, sino al III secolo d.C.. Si trattava di unità veloci, impiegate soprattutto per colpire il nemico con attacchi fulminei e ritirate altrettanto rapide. Erano armati di scudi tondi di cuoio e di corti giavellotti. Venivano anche impiegati in compiti di perlustrazione, ma erano piuttosto vulnerabili nel combattimento corpo a corpo.

Cavalleria Numida (sulla destra)
dalla Colonna di Traiano (Roma)

La loro abilità è ricordata da Tito Livio, che racconta un episodio in cui la loro abitudine di cavalcare senza morso venne sfruttata per sconfiggere, con un tranello, le popolazioni Liguri che sbarravano il passo all’esercito romano. Livio scrive:

«Il console aveva tra le truppe ausiliarie circa ottocento cavalieri numidi . […] i numidi balzarono in groppa ai loro cavalli e cominciarono a cavalcare dinnanzi alle postazioni nemiche senza attaccare nessuno. Nulla era più insignificante del loro primo apparire: gli uomini e i cavalli erano pochi e piccoletti, i cavalieri privi di cintura e di armi, se si eccettua il fatto che portavano con se un giavellotto; i cavalli erano senza morso ed era brutto persino il loro incedere, visto che galoppavano con il collo rigido e la testa protesa in avanti. Accrescendo a bella posta tale disprezzo, i Numidi cadevano da cavallo e si offrivano alla vista dei nemici tra lazzi di scherno» (Ab urbe condita, XXXV, 11, 8).

Con questo stratagemma i numidi riuscirono a eludere il blocco nemico e passata la linea di difesa, raggiunsero un villaggio devastandolo. La loro azione produsse il panico tra le file dei Liguri che si sbandarono e così il console romano poté procedere con il resto delle sue truppe. Sempre Livio (Ab urbe condita, XXIII, 29) ricorda che i Numidi avevano cavalli particolarmente addestrati, tanto che, come gli acrobati a cavallo, portavano con sé in battaglia due animali e, nel culmine della mischia, usavano saltare da quello più stanco a quello fresco, tanta era la loro agilità e la docilità delle loro cavalcature.

Cavalleria numida
Colonna di Traiano (Roma)

L’abitudine di cavalcare senza morso dei Numidi è ricordata anche da Virgilio, nel IV canto dell’Eneide, quando parlando di loro li definisce (al verso 41) “infreni”. Questo aggettivo è stato generalmente tradotto con parole come “indomiti”, oppure “sfrenati”, intendendo “selvaggiamente ostili”, ma letteralmente significa “privi di freno”, vale a dire senza morso.

Un’ulteriore conferma è nella Farsaglia di Lucano, quando, passando in rassegna le truppe africane agli ordini di Publio Azio Varo, luogotenente di Pompeo, ricorda come tra queste figurassero le forze del re numida Giuba. Dei Massili, vale a dire delle tribù numide orientali, ricorda «che, montando a cavallo sui dorsi nudi, dirigono con una lieve bacchetta i musi ignari di freni» (IV, 682-683).

Anche Strabone (Geografia, XVII) ricorda nella sua descrizione del Nord Africa l’uso dei Massili di montare senza morso, con il solo ausilio di una corda e di una bacchetta, i loro cavalli. Questi vengono descritti come piccoli e ardenti, ma al contempo così ubbidienti da seguire i loro padroni come cani.

La Colonna di Traiano
Roma – Italia

Un uso che trova conferma anche nella testimonianza iconografica della Colonna Traiana, il monumento romano che celebra la conquista della Dacia (101-106 d. C.) da parte dell’imperatore romano Traiano. Si tratta di una colonna alta una trentina di metri (che diventano circa 40 se si include il basamento e la statua sulla sommità). Lungo il fusto si arrotola a spirale un fregio (lungo complessivamente circa 200 metri) nel quale sono rappresentate 114 scene, che raccontano come un gigantesco fumetto l’impresa dell’esercito imperiale. In una di queste si vedono chiaramente rappresentate le truppe numide della cavalleria ausiliaria romana, che montano i loro cavalli senza morso, con un semplice collare come unico finimento.

Nei suoi Essais (I, 48), Montaigne ricorda inoltre che Giulio Cesare, come d’altronde Pompeo Magno, fu un ottimo cavaliere. Tanto che in gioventù era stato capace di montare «su un cavallo a pelo e senza briglia», facendogli «prender la carriera tenendo sempre le mani dietro la schiena» (Essais, I, 48).

Infine, nel XVI secolo, Claudio Corte dedica un capitolo (il 63° del II libro) del suo trattato su Il Cavallarizzo (1562) al «modo di maneggiar il cavallo senza aiuto di redine, e senza barbazzale», spiegando come, attraverso un addestramento progressivo, si possa insegnare al cavallo a ubbidire ai soli aiuti delle gambe e dell’assetto, potendo quindi eseguire anche esercizi difficili, senza far uso del morso.

Alizée Froment monta il suo stallone lusitano Mistral, senza morso né sella. Una superba dimostrazione di intesa tra cavallo e amazzone. Per visitare il suo sito internet, seguite  questo link: Alizée Froment website

Bibliografia

CORTE, Claudio, Il Cavallarizzo, Venezia, Giordano Zilletti, 1562

LIVIO, Ab urbe condita, XXIII e XXXV

LUCANO, Farsaglia, IV, 682-683

MONTAIGNE, Michel de, Essais, I, 48

SIDNELL, Phil, Warhorse: Cavalry in the Ancient World, London-New York, Continuum International Publishing Group, 2007

STRABONE, Geografia, XVII, 3, 7

VIRGILIO, Eneide, IV, 41

Il morso corinzio

Anfora panatenaica
Attribuita al pittore di Eucharides (ca. 490 a.C.)
© The Metropolitan Museum – New York

di Giovanni Battista Tomassini

Diversamente da quanto abbiamo visto a riguardo di varie civiltà dell’Età del Bronzo, in Grecia l’uso di inumare i morsi nelle sepolture era piuttosto raro. Questo non ha consentito la conservazione di molti reperti. Mancano, per esempio, quasi completamente quelli relativi al periodo tra l’VIII e il VII secolo a.C. e gli storici hanno provato a ricostruire la varietà degli strumenti utilizzati in Grecia nelle epoche più remote basandosi soprattutto sulle testimonianze iconografiche riportate sui vasi. Queste però sono spesso troppo stilizzate per consentire un’analisi affidabile. Prima dell’irruzione delle popolazioni celtiche provenienti dall’Europa Centrale nel III secolo a. C., in Grecia venivano comunque utilizzati esclusivamente morsi del tipo a filetto.

Nell’Età del Bronzo e nella prima Età del Ferro, in cui l’uso dei carri prevaleva sull’equitazione, si ritiene che anche in Grecia il controllo dei cavalli soprattutto avvenisse mediante cavezzoni, oppure con morsi a cannone semplice (rigido, oppure snodato), che agivano sia attraverso l’imboccatura sia mediante la pressione esercitata dalle guardie sui lati della bocca dell’animale. Nel successivo periodo classico – all’incirca tra il V e il IV sec. a C. – in cui l’equitazione cominciò a prevalere sull’uso dei carri, si diffuse l’uso di morsi di forma diversa, con imboccature molto più severe. Comparvero infatti punte sui cannoni che, pur non modificando il principio di funzionamento dei morsi a filetto, ne rendevano l’azione sulle barre molto più incisiva.

Morso greco in bronzo
IV–III sec. a.C.
© The Metropolitan Museum – New York

È indubbio che questo tipo di imboccature potessero frequentemente ferire la bocca dei cavalli. A questo proposito lo storico e retore Dione Crisostomo (vissuto a cavallo tra I e II sec. d. C.), nei suoi Discorsi (LXIII, 5), riporta un aneddoto relativo al famoso pittore greco Apelle (IV sec. a. C.) che, spazientito di non riuscire a rappresentare realisticamente la bocca di un cavallo coperta di schiuma e di sangue, gettò una spugna contro la pittura riuscendo così finalmente a ottenere l’effetto voluto. È proprio in ragione dell’estrema severità delle imboccature in uso nella sua epoca che Senofonte, nel suo trattato sull’equitazione, sostiene che «i morsi dolci sono più indicati di quelli duri, ma se si mette al cavallo un morso duro, bisogna renderlo simile a un morso dolce con la leggerezza della mano» (Perì Hippikès, IX, 9). Senofonte sostiene inoltre che «occorre possedere almeno due morsi. Uno deve essere dolce, e avere rondelle di una certa dimensione; l’altro deve avere rondelle pesanti e spesse e le punte acuminate, affinché quando il cavallo lo prende, infastidito dalla sua durezza lo lasci e quando invece riceve al suo posto il morso dolce, si rallegri della sua dolcezza ed esegua tutti quegli esercizi che gli sono stati insegnati  con il morso duro» (Perì Hippikès, X, 6). L’autore non fornisce una descrizione dettagliata di questi morsi, dandone per scontata la conoscenza da parte dei suoi lettori. Si dilunga però sull’imboccatura, specificando che in caso il cavallo abbia tendenza ad appoggiarsi al morso sia opportuno utilizzarne uno con rondelle interne grandi che impongano all’animale di mantenere la bocca aperta. Allo stesso modo predilige i morsi snodati, rispetto a quelli rigidi, perché più difficilmente il cavallo riesce ad appoggiarvisi per resistere.

Il Mosaico di Alessandro della Casa del Fauno a Pompei
I sec. a.C.
Museo Archeologico Nazionale – Napoli

Tra le diverse tipologie di morso che sono state individuate nella Grecia classica una appare particolarmente caratteristica. La si vede nel celebre mosaico di Alessandro, rinvenuto nella Casa del Fauno di Pompei, raffigurante la Battaglia di Isso, che oppose il condottiero macedone a Dario III di Persia (nel 333 a.C.). Lo contraddistinguono vistose guardie in forma di S. Gli estremi di ciascuna di queste guardie erano piegati uno verso l’esterno, l’altro verso l’interno. La punta rivolta verso l’interno probabilmente passava sotto il mento del cavallo. L’imboccatura era particolarmente severa ed era costituita da due cannoni snodati, sui quali erano imperniati due cilindri girevoli irti di punte (echinoi), che poggiavano sulle barre, e due dischi (trochoi), che agivano sulla lingua e impedivano al cavallo di chiudere la bocca per resistere all’azione del morso. Agli anelli (sumbolai) di snodo dei due cannoni era inoltre legata una catenella che, stimolando la lingua dell’animale, serviva a incoraggiare la mobilità della mascella e la salivazione. I montanti della testiera venivano assicurati a quattro anelli sulle guardie, mentre le redini venivano fissate a caratteristici ganci, che ruotavano liberamente attorno agli estremi dei due cannoni.

Dettaglio del Mosaico di Alessandro che mostra un cavallo con un morso corinzio
Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Alcuni morsi con guardie a forma di S sono rappresentati già in bassorilievi assiri della metà del VII secolo a.C. Guardie di forma simile, ma in legno e con gli estremi scolpiti in forma di teste di animale (datate tra il V e il IV secolo a. C.) sono state trovate anche nelle tombe a tumulo di Pazyryk, nei monti Altai in Siberia. Sulla base delle raffigurazioni ritrovate sui vasi, si ritiene che questo tipo di morso sia stato introdotto dai Corinzi per poi diffondersi rapidamente in tutta la Grecia. D’Altra parte la leggenda del morso divino con cui Bellerofonte riuscì a domare Pegaso è particolarmente legata a Corinto e lo stesso Pindaro avvalora la tradizione che collocava proprio in quella città l’invenzione del primo morso.

Bibliografia:

ANDERSON, John Kinloch , Ancient Greek Horsemanship, Berkley & Los Angeles, University of California Press, 1961.

BUGH, Glenn Richard, The Horsemen of Athens, Princeton, Princeton University Press, 1988.

GAEBEL, Robert E., Cavalry Operations in the Ancient Greek World, Norman, University of Oklahoma Press, 2002.

SENOFONTE, L’arte della cavalleria. Il manuale del comandante della cavalleria, a cura di G. Cascarino, Rimini, Il Cerchio, 2007.

SESTILI, Antonio, L’equitazione nella Grecia antica. I trattati equestri di Senofonte e i frammenti di Simone, Firenze, Atheneum, 2006.

SPENCE, Iain G., The cavalry of Classical Greece. A social and military history, Oxford,Oxford University Press, 1993 .

WORLEY, Leslie J., Hippeis: The Cavalry of Ancient Greece, Boulder and Oxford, Westview Press, 1994.

Morsi dell’Età del Bronzo

Morso in bronzo con guardie decorate del Luristan
© Trustees of the British Museum – London

di Giovanni Battista Tomassini

Come abbiamo visto nel mito di Pegaso e Bellerofonte, l’applicazione del morso era considerata nell’antichità un momento determinante della sottomissione del cavallo alla volontà del cavaliere. Si ritiene che le prime rudimentali imboccature fossero realizzate con materiali deperibili, come corde di crini, oppure osso. I morsi in metallo più antichi risalgono all’Età del Bronzo ed erano concepiti secondo un principio assimilabile a quello del “filetto” attuale, erano cioè costituiti da un cannone (rigido, o snodato) esercitante una pressione diretta sulle barre, ai cui estremi erano assicurate le redini mediante anelli metallici. Generalmente, questa sorta di filetti era di larghezza superiore (12-20 cm) rispetto a quelli utilizzati oggi (10-15 cm). Proprio in ragione di queste dimensioni esercitavano una pressione maggiore sui lati della bocca, con un effetto quindi più severo rispetto ai filetti attuali. Sia la civiltà greca sia il mondo preromano ignoravano invece l’uso della briglia (vale a dire del morso con guardie lunghe e barbozzale), che si ritiene sia stato introdotto dai popoli Celti, tra il IV e il III secolo a. C.. Il suo uso sarebbe stato adottato successivamente dai Romani attraverso la mediazione dei Galli, mentre si sarebbe diffuso nel mondo ellenistico a seguito dell’invasione gallica dei Balcani nel 279 a. C.

I popoli del Mediterraneo, comunque conoscevano anche l’uso di cavezze (phorbeia) e cavezzoni, che venivano impiegati per condurre i cavalli a mano e per assicurarli nelle scuderie. Non è da escludere che fossero impiegati anche per guidare gli animali attaccati ai carri. I finimenti trovati nella tomba del faraone egiziano Thutmosis IV insieme a un carro, infatti fanno pensare che i cavalli venissero guidati con una sorta di cavezzone, che esercitava pressione sulle narici degli animali.

Morso in lega di rame con guardie in forma di animali dalla testa umana e una figura centrale attaccata da un leone
Luristan – IX -VIII sec. a. C.
© The Trustees of the British Museum

Alcuni dei morsi più antichi pervenutici provengono dal Luristan, una regione dell’Iran occidentale sui monti Zagros e sono databili tra il 1000 e il 700 a.C.. Sono realizzati in bronzo e costituiti da un cannone di un solo pezzo, dritto o leggermente curvo, con a ciascun estremo una guardia in forma di animale alato. Queste figure di animali avevano nel corpo un foro più grande nel quale passavano i due estremi del­l’im­boc­catura e due asole per affibbiare il  montante della testiera e la redine. I reperti sono stati ritrovati prevalentemente all’inter­­no di tombe, nelle quali erano collocati sotto la testa del corpo inumato. I segni di usura su questi morsi suggeriscono, comunque, che fossero effettivamente usati –  anche se probabilmente solo come accessori da parata – e che non si tratti di mere offerte funebri.

Morsi con guardie zoomorfe, sono stati ritrovati anche in Italia. I più antichi appartengono alla cosiddetta civiltà villanoviana, che tra il IX e l’VIII secolo a. C. fiorì nelle regioni dell’Italia centrale (Etruria Tirrenica, Emilia Romagna e Marche, ma anche, più a sud, Campania e Lucania). Facevano parte dei i corredi funerari delle caratteristiche tombe a pozzetto, nelle quali le ceneri del defunto erano ospitate in un’urna. In questo caso però si trattava di morsi snodati, decisamente meno severi dei tipi orientali.

Morso in bronzo con guardie zoomorfe
Villanoviano (VIII-VII sec. a. C.)
© The Metropolitan Museum – New York

Un’imboccatura a cannone rigido, risalente alla tarda età del bronzo, rinvenuta nel sito di Tell el-Ajjul, vicino Gaza in Palestina, individua un’altra tipologia di morsi, relativamente diffusa nell’antichità. In questo caso le guardie sono costituite da dischi di bronzo forati attraverso i quali passa il cannone e costellati sulla faccia interna da punte. Le guardie servivano a impedire che il morso potesse spostarsi lateralmente nella bocca, mentre le punte ne rafforzavano l’azione coercitiva sul cavallo. Le redini venivano assicurate all’imboccatura con anelli metallici inseriti in piccoli fori praticati agli estremi del cannone. Questo tipo di morso era verisimilmente usato per cavalli attaccati a carri da guerra. Nella sua opera storico-geografica intitolata Indikà,  lo storico greco Lucio Flavio Arriano sostiene che morsi con guardie circolari e punte interne venissero utilizzati anche in India, all’epoca di Alessandro Magno (IV sec. a. C.).

Morso in bronzo con guardie circolari
Cananeo (tarda Età del Bronzo)
Israel Museum, Gerusalemme

Morsi snodati con guardie simili, ma prive di punte interne, sono state ritrovati in Grecia e in Asia Minore. Il loro funzionamento era molto simile a quello di un moderno filetto.

Morso in bronzo con guardie circolari
Greecia o Asia Minore (I millennio a.C.)
© The Metropolitan Museum – New York

In Italia sono stati ritrovati morsi etruschi (o villanoviani) perfettamente conservati risalenti all’VIII secolo a. C. In particolare si segnalano le coppie di morsi ritrovate in alcune sepolture nell’Italia centrale. Di particolare pregio quella rinvenuta nella tomba 39 del sepolcreto Benacci Caprara di Bologna.

Coppia di morsi etruschi in bronzo
Tomba Benacci Caprara 39 (750-720 a. C.)
Museo civico archeologico di Bologna

Si tratta di due filetti in bronzo, con eleganti guardie traforate. Il cannone snodato, come in molti altri morsi antichi, è “ritorto”. Secondo alcuni studiosi, questa tipologia evocherebbe il ricordo dell’epoca in cui venivano utilizzate come imboccature corde di crini, o altre fibre resistenti, in luogo del metallo. A noi sembra molto più ragionevole pensare che invece le scanalature servissero a rendere più incisiva l’azione del cannone sulle barre e quindi più severo il filetto. L’ipotesi ci sembra avvalorata dal diffondersi, in epoche immediatamente successive, di imboccature in cui l’azione del cannone sulle barre viene ulteriormente rafforzata da vere e proprie punte. I due filetti, conservati al Museo archeologico di Bologna, facevano parte di un corredo funerario etrusco risalente al VII secolo (la data della tomba è stimata tra il 750 e il 720 a. C.). Da notare che nelle sepolture italiane di quest’epoca i morsi erano sempre in coppia, perché destinati a cavalli attaccati in pariglia a carri leggeri. Nella tomba sono stati anche ritrovati i perni in bronzo e i fermamozzi delle ruote del carro del defunto, verisimilmente bruciato sulla pira funebre con il corpo. Se in epoca più remota, nella zona di Bologna, i morsi facevano parte di corredi funerari esclusivamente maschili, a partire dalla fine del VII secolo a. C. compaiono anche in alcune tombe femminili particolarmente ricche.

Nella stessa zona si segnala un’altra coppia di filetti in bronzo, ritrovati negli scavi condotti, sul finire dell’Ottocento, nel podere Pradella di Castelfranco Emilia, in provincia di Modena. Rappresentano una variante dei morsi bolognesi, con guardie a pelta, o a mezzaluna. Si tratta di una tipologia relativamente diffusa nella zona emiliana, in corredi funerari sia maschili che femminili. Ne sono stati ritrovati (a Verrucchio, in provincia di Rimini) anche una variante con cannone liscio, anziché ritorto.

Filetti in bronzo con guardie a crescente lunare (VIII sec. a. C.)
podere Pradella – Castelfranco Emilia (MO)
Museo Civico Archeologico di Bologna

ANDERSON, John Kinloch , Ancient Greek Horsemanship, Berkley & Los Angeles, University of California Press, 1961.

 AZZAROLI, Augusto, An Early History of Horsemanship, E.J. Brille, Leiden,1985.

DREWS, Robert, Early Riders: The Beginnings of Mounted Warfare in Asia and Europe, New York-London, Routledge, 2004.

QUESADA SANZ, Fernando, El gobierno del caballo montado en la antigüedad clásica con especial referencia al caso de Iberia. Bocados, espuelas y la cuestión de la silla de montar, estribos y herraduras, Gladius XXV, 2005, pp. 97-150

Per ulteriori informazioni sulle immagini pubblicate in questa pagina si seguano questi link:

Morso in bronzo con guardie decorate del Luristan

Morso in lega di rame, con guardie in forma di animali dalla testa umana

Morso villanoviano in bronzo con guardie zoomorfe

Morso greco in bronzo con guardie tonde

Morsi etruschi dalla tomba Benacci Caprara 39

Filetti in bronzo con guardie a crescente lunare – Podere Pradella 

Il più antico testo dedicato alla cura e all’addestramento del cavallo

Quarta tavoletta del testo di Kikkuli – Vorderasiatisches Museum di Berlino

di Giovanni Battista Tomassini

Se l’immagine più antica di un cavallo addomesticato può essere fatta risalire alla civiltà Sumera, il testo scritto più remoto dedicato alla cura del cavallo è quello di Kikkuli, scudiero del re degli Ittiti Shuppiluliuma, risalente a un’epoca compresa tra il 1375 e il 1335 avanti Cristo. È stato ritrovato inciso su cinque tavolette d’argilla in caratteri cuneiformi, tra le migliaia portate alla luce durante gli scavi condotti da Hugo Winckler nel sito di Boghaz-köy, in Anatolia Centrale, nel 1906.Il testo è una sorta di vero e proprio manuale  per la cura degli animali che tiravano i carri da guerra dell’esercito ittita. All’epoca, infatti, la cavalleria era ancora pressoché sconosciuta alle civiltà che fiorivano intorno al Mediterraneo. Vi viene descritto un minuzioso programma di allenamento della durata di 184 giorni, per ciascuno dei quali vengono prescritte le razioni di foraggio, il numero delle abbeverate, i tempi di riposo e gli allenamenti ai quali sottoporre gli animali. Non solo i cavalli venivano aggiogati al carro e allenati al passo, all’ambio e al galoppo, ma anche fatti passeggiare indossando coperte perché sudassero e portati al fiume per bagnarsi e nuotare. Il programma prevedeva anche giorni di digiuno completo. La dieta comprendeva erba, trifoglio, paglia e orzo e pastoni con cereali cotti. I cavalli venivano selezionati sottoponendoli a sforzi piuttosto intensi nei primi giorni, per poi passare a un lavoro progressivo, arrivando a percorrere sino a circa una sessantina di chilometri al giorno alle diverse andature. Venivano allenati in coppie, essendo di solito attaccati in pariglia. Generalmente i carri trasportavano tre persone: un auriga e due guerrieri, uno armato di arco e lancia e l’altro di lancia e scudo.

Carro da guerra ittita – Museo delle civiltà anatoliche – Ankara

Va notato, che l’autore, pur essendo al servizio di un re Ittita, dice di appartenere al popolo dei Mitanni, regno situato nel nord della Mesopotamia, che raggiunse il massimo splendore verso la fine dell’Età del Bronzo e fu sconfitto proprio dagli Ittiti. I suoi abitanti erano celebri per la loro abilità nel domare i cavalli.

Il testo di Kikkuli è stato recentemente tradotto e ha ispirato un metodo di allenamento e cura per i cavalli da endurance, che si rifà alle sue indicazioni.

Bibliografia

NEYLAND, Ann, The Kikkuli method of Horse training, Mermaid Beach, Smith and Stirling, 2008.

RAULWING, Peter, The Kikkuli Text. Hittite Training Instructions for Chariot Horses in the Second Half of the 2nd Millennium B.C. and Their Interdisciplinary Context, 2009.

SESTILI, Antonio, Cavalli e cavalieri nel mondo antico, Roma, Società Editrice Dante Alighieri, 2012.