Nuove notizie sulla vita di Cesare Fiaschi

di Giovanni Battista Tomassini

Nuovi dettagli interessanti e sinora sconosciuti della biografia di Cesare Fiaschi emergono dallo studio di alcune fonti antiche, che illuminano di una nuova luce una delle figure più interessanti della cultura equestre del Rinascimento e confutano molte leggende e inesattezze tramandate sul suo conto.

Un curioso destino accomuna gli autori dei primi trattati d’equitazione, pubblicati in Italia durante il Rinascimento. Poco considerati dagli storici di professione che, con qualche luminosa eccezione, li hanno ignorati, sono invece venerati come numi tutelari da un ristretto manipolo di appassionati di storia dell’equitazione, che però di loro non sanno molto più del nome stampato sul frontespizio dei loro libri. Non fa eccezione Cesare Fiaschi, autore di quel Trattato dell’imbrigliare, atteggiare e ferrare cavalli, pubblicato a Bologna nel 1556,  che è uno dei libri più affascinanti e originali mai dedicati all’arte equestre. Sulla vita di Cesare Fiaschi le informazioni di cui sinora disponevamo erano scarsissime e in gran parte del tutto errate. Basta fare una ricerca sul web per constatare come sul suo conto siano fiorite leggende senza alcun riscontro e spesso caratterizzate da evidenti anacronismi. Per esempio, molti sostengono che il ferrarese Fiaschi fu allievo di Federico Grisone e che i due collaborarono in una fantomatica accademia di Napoli, oppure che, come scrive André Monteilhet (MONTEILHET, 2009, p. 128), Fiaschi fondò un’altrettanto fantomatica accademia a Ferrara nel 1534 (va detto che gli appassionati di equitazione hanno una vera ossessione per le accademie!). Tutte notizie che non hanno però alcun riscontro nei documenti dell’epoca e che, come vedremo, in molti casi non possono essere avvenute per semplici ragioni cronologiche. Proverò quindi qui di seguito a riunire alcuni dati interessanti e sinora ignoti agli studiosi, riguardanti la vita di Cesare Fiaschi, che ho raccolto recentemente da alcune fonti antiche.

Frontespizio dell’opera di Alfonso Maresti

La prima di queste è l’opera monumentale del conte Alfonso Maresti, Teatro geneologico et istorico dell’antiche & illustri famiglie di Ferrara di cui, tra il 1678 e il 1708, vennero stampati i tre voluminosi tomi. Maresti dedica un’ampia trattazione alla storia della famiglia Fiaschi, dalla quale apprendiamo che fu una delle più eminenti famiglie ferraresi. Il padre di Cesare, Girolamo, fu scudiere del re di Francia Carlo IX, mentre sua madre Eleonora apparteneva alla famiglia Sacrati, considerata una delle più in vista e ricche di Ferrara. Cesare fu il decimo figlio della coppia e nacque nel 1523, insieme alla sorella gemella Lucrezia. Dal matrimonio di Girolamo con Eleonora Sacrati nacquero infatti: Alberto (1510), Margherita (1511), Alfonso (1512), Isabella (1514), Alessandro (1516), Margherita II (1518), Ludovico II (1520), Ercole (1522) e appunto Lucrezia e Cesare gemelli (MARESTI, 1708, p. 155).

Cesare sposò Barbara Romei, dalla quale non ebbe figli. Lo dimostra il fatto che, il 22 novembre 1567, fece testamento presso il notaio Renato Cati a beneficio dei nipoti Giacomo e Luigia, figli di suo fratello Alfonso. Maresti scrive inoltre che:

“Hebbe Privilegio Imperiale di Conte, e Cavaliero, di creare Notari, e legittimare Bastardi” (MARESTI, 1708, p. 156).

Da Maresti, apprendiamo che all’epoca della redazione del terzo testamento di suo padre Girolamo, il 24 ottobre 1570, dei cinque figli maschi che quello aveva avuto da sua moglie Eleonora, sopravvivevano solo Cesare e Alessandro.

Il trattato di Fiaschi è l’unico in cui per trasmettere esattamente ai lettori il ritmo con il quale eseguire
determinati esercizi l’autore ne accompagna il disegno
con uno spartito musicale

Per quanto riguarda i fratelli di Cesare, il primogenito Alberto, fu dottore in legge e si recò a Roma, dove ottenne la dignità ecclesiastica. Tornato a Ferrara, venne nominato Canonico della Cattedrale. Le due figure più eminenti furono però Alfonso e Alessandro. Alfonso, servì gli Este e fu inviato come ambasciatore presso la corte di Francia. Ebbe inoltre l’incarico di governatore dei possedimenti che il duca Ercole II aveva ottenuto oltralpe dopo il matrimonio (1528) con Renata e per i servigi che la Casa d’Este aveva reso alla Corona. Alfonso morì nella città di Caen e fu sepolto nella Chiesa dei Frati Minimi di San Francesco di Paola di quella città. Alessandro ebbe anche lui un ruolo di primo piano nella corte estense e fu ambasciatore in Francia, Spagna, a Roma e in Germania. Della sorella gemella di Cesare, Lucrezia, non ci sono invece rimaste notizie. Ercole morì in giovane età, Margherita quand’era ancora in fasce. La seconda Margherita entrò nel Monastero di Santa Maria di Mortara e fu due volte badessa. Anche Isabella prese l’abito religioso nel Monastero di San Vito, di cui fu due volte Madre Superiora.

Palazzo Fiaschi, a Ferrara,

I Fiaschi risiedevano nello storico Palazzo di famiglia, nella contrada Mucina, contiguo alla Chiesa di Santa Giustina, in quella che oggi si chiama Via Garibaldi. Lo avevano ereditato dal nonno di Cesare, Ludovico, che fu particolarmente beneficato dal duca Ercole I. Oltre a nominarlo Cavaliere e a presenziare alle sue nozze con Margherita Perondoli, nel 1478, il duca donò a Ludovico il palazzo che aveva confiscato al milanese Matteo dall’Erbe, dopo che questi si era schierato con Lionello d’Este nella congiura del 1476 (Frizzi, 1796; Aventi, 1838; Moroni, 1843). Il palazzo venne ristrutturato intorno al 1600, dal marchese Alessandro Fiaschi (Aventi, 1838). È stato purtroppo distrutto il 29 Dicembre 1943, nel corso del primo bombardamento di Ferrara (Piva 2017) e ora al suo posto sorge un condominio moderno. 

Palazzo Fiaschi ridotto in macerie, dopo il primo bombardamento di Ferrara il 29 dicembre del 1943

Di Fiaschi, Maresti scrive che

Cesare […] si dedicò tutto alle attioni Cavalleresche, e perciò fu sommamente celebrato in quei tempi (MARESTI, 1708, p. 156).

Notizie interessanti sulla vita di Cesare ci vengono anche da un’opera dell’abate Antonio Libanori. Nella terza parte  del suo libro Ferrara d’oro, “che contiene gl’elogij de’ più famosi, ed illustri scrittori di questa patria”, Libanori ci offre un ritratto di Cesare a dir la verità piuttosto convenzionale e generico:

Frontespizio dell’opera dell’abate Libanori

“Anco il Marchese [probabilmente Libanori si riferisce al titolo che i Fiaschi ottennero in seguito, mentre abbiamo visto che, secondo Maresti, Cesare era Conte] Cesare Fiaschi, Nobilissimo Cavaliere Ferrarese mirabilmente si dilettò di belli, e generosi Cavalli, e come che le sue ricchezze corrispondessero alla generosità del di lui animo, soleva egli fra l’altre magnifiche e splendide operazioni, Tenere in Stalla, un grosso numero di legiadri, e ben fatti Corsieri, di tutte le più rinomate razze, che poteva havere, non guardando a sorte alcuna di spesa per farne venire non solo dal Regno di Napoli, ma Oltremontani e di là dal Mare, sia per servizio delle Carrozze, come da Sella, per cavalcare armeggiare, per la Caccia, Tornei e giuochi cavallereschi. Per lo che n’haveva piene le Stalle e gli faceva poi molto ben governare, curare, et ammaestrare in ogni attegiamento. E non solo per lo più assisteva all’Operazioni, ma in oltre, come peritissimo in quella cavalleresca professione compose un bel Trattato d’imbrigliare, atteggiare e ferrare i Cavalli, diviso in tre Libri, ne quali sono delineate tutte le figure d’ogni sorte di Freno, Briglia, Sella, Ferri et altro che faccia proposito per questa nobile professione”. (LIBANORI, 1674, p.126)

Ben più interessante è la descrizione che Libanori fornisce dell’arme familiare, vale a dire dello stemma, della famiglia Fiaschi:

Arme familiare dei Fiaschi

“L’Arme di questo nobilissimo soggetto consiste in tre More nere, poste in triangolo con foglie verdi in Campo bianco; furono poi con Privilegio di Massimiliano secondo nel 1568 alli 6. Novembre accresciute alli Signori Marchesi Fiaschi le Aquile nere Imperiali in campo d’oro, sì che al presente li Signori Marchesi fanno l’Arma sua inquartata con l’Aquila nera Imperiale in Campo d’oro, e Fiasco bianco in campo rosso, nel mezzo a detti quattro Campi vi è uno scudetto con le tre more accennate, per essere questa l’Arma antica della sua nobilissima Casa” (LIBANORI, 1674, p. 284).

Giacomo Attendolo Sforza (1369-1424), duca di Cotignola, in una miniatura del XV secolo

La presenza delle tre more richiama la storia della famiglia Fiaschi. Secondo Maresti, avrebbe origini orientali e sarebbe arrivata in Italia dalla Grecia, nel tredicesimo secolo. A quell’epoca non aveva assunto ancora il cognome che ora conosciamo, ma i suoi componenti sarebbero stati noti come “de’ Mori”. Se ne cominciano però ad avere attestazioni significative a partire dal secolo successivo, quando un tale Pietro Gerasio, si segnala al servizio di Giacomo Attendolo Sforza (1369-1424), duca di Cotignola capostipite della dinastia che da lì a poco si sarebbe impadronita del ducato di Milano. Attendolo assegnò Pietro Gerasio come compagno d’armi di suo figlio Francesco.

Antonio Pollaiolo, Studio per il monumento equestre a Francesco Sforza

Al seguito di Francesco, Pietro Gerasio partecipò alla guerra di successione del Regno di Napoli, opponendosi ad Alfonso V d’Aragona. Secondo quanto riporta Maresti, l’acquisizione del cognome Fiaschi sarebbe legata proprio a un episodio di questa guerra, in cui Francesco e Pietro Gerasio combatterono sotto le insegne della regina Giovanna II d’Angiò. Nelle alterne vicende del conflitto, a un certo punto la regina dovette fuggire per l’incalzare delle truppe nemiche e durante la fuga si ritrovò estremamente assetata, in un luogo dove non c’era acqua. In quel frangente Pietro Gerasio le sarebbe venuto in soccorso con un fiasco di vino, che aveva trovato in quel luogo. Da allora nell’esercito presero a chiamarlo “Pietro dal Fiasco” e questo soprannome passò a quello dei suoi familiari, sostituendo l’antico cognome “de Mori” con quello “dal Fiasco” o “de Fiaschi”. Sarebbe proprio in ricordo di questo episodio che Pietro Gerasio aggiunse il fiasco al suo stemma familiare, con le tre more. Sempre secondo Maresti, poco prima di conquistare definitivamente il ducato di Milano, nel 1448, Francesco Sforza investì Pietro Gerasio del titolo di conte e gli assegnò come feudo la contea del Castello di Tizzano, all’epoca nello Stato di Milano. A testimonianza dello stretto rapporto che lo univa al suo signore Pietro, fu uno dei dodici cavalieri ammesso alla mensa dello Sforza. Alla sua morte Pietro Gerasio fu sepolto nella Pieve di Tizzano, che era nei suoi possedimenti e che oggi è in provincia di Parma.

La pieve di Tizzano dove è spolto Pietro Gerasio, avo di Cesare Fiaschi

La prima attestazione certa del cognome Fiaschi a Ferrara risale al 4 aprile 1439, in un atto di acquisto in cui viene nominato come testimone un “egregio viro Bartolomeo alias cognominato Fiasco, famulo Illustrissimi Domini Marchionis Estensis, et filio quondam Iacobi Mattei de Moro” (MARESTI 1708, pp. 147-148). Di lui sappiamo che ricevette un feudo con titolo di Nobile ferrarese da Nicolò III d’Este nel 1428 e ottenne ulteriori benefici nel 1431. Bartolomeo ebbe tre figli, dei quali Ludovico, servì gli Estensi, ottenendo in cambio ampi benefici e possedimenti. È lui il nonno di Cesare, dal quale la famiglia ereditò il Palazzo in città.

È probabile che gli ultimi anni di vita di Cesare furono angustiati da una grave minaccia. L’Italia in cui visse il nostro nobile cavaliere era percorsa dai fermenti religiosi nati con la Riforma luterana e dalla conseguente reazione della Chiesa di Roma, che con il Concilio di Trento aveva deciso di reprimerli con ogni mezzo. Nel 1551 a Ferrara venne processato, condannato e impiccato un predicatore di origine siciliana, un monaco benedettino, Giorgio Rioli detto Giorgio Siculo, autore di opere giudicate eretiche, nelle quali annunciava straordinarie rivelazioni, che sosteneva gli fossero state comunicate direttamente da Cristo. Uomini potenti e umili, così come religiosi e laici, furono affascinati dalle sue dottrine, che venivano divulgate in forma segreta. La persecuzione dei suoi seguaci si protrasse per alcuni decenni dopo la sua morte.

Il 3 dicembre 1567 fu arrestato Francesco Severi, detto l’Argenta, famoso medico e professore dell’Università di Ferrara. Il processo si protrasse per diversi mesi e coinvolse altri ferraresi. La condanna arrivò ai primi di agosto del 1568, e sappiamo da una cronaca dell’epoca che fu letta pubblicamente a Ferrara il 29 dello stesso mese. Severi fu condannato alla galera perpetua, così come diversi altri adepti della setta. Tre vennero decapitati e poi bruciati. Tra le altre condanne figura anche quella a tale Cesare Fiaschi, gentiluomo ferrarese, a dieci anni di galera. La cronaca che riporta queste notizie avverte che, a parte i morti, a tutti i condannati “in progresso di tempo gli furono rimesse in parte tal condemnationi, a quali per intercessione d’amici, et ad altri per altri maneggi, ma principalmente per esser successo un inquisitore non tanto aspro come quello che li condennò” (cit. in PROSPERI, 2011, p. 280). Questo non accadde purtroppo a Francesco Severi, che il 13 luglio 1570 fu di nuovo giudicato colpevole e un mese dopo, decapitato e bruciato.

Gli ultimi anni della vita di Fiaschi potrebbero essere stati funestati
da una condanna per eresia

Se effettivamente il Cesare Fiaschi condannato come seguace della setta giorgiana è il nostro autore è probabile che le intercessioni di amici e familiari potenti non gli siano mancate e che non abbia finito i suoi giorni in una cella, o ai remi di una galera (le condanne all’epoca venivano infatti spesso scontate sulle navi da guerra, in condizioni che facevano rimpiangere le umide segrete del Castello di Ferrara).  Questa condanna per eresia, tutta ancora da verificare e da approfondire, potrebbe però spiegare una certa reticenza riguardo alla figura di Cesare da parte degli autori che si sono occupati della famiglia Fiaschi in epoche immediatamente successive ai fatti, quando forse la memoria degli avvenimenti era ancora viva. Di lui di solito si limitano a ricordare l’opera, senza altri dettagli. Maresti, che è quello che più si diffonde sulle vicende personali di Cesare, non fa menzione di alcuna condanna.

In ogni caso, il libro dell’abate Libanori ci offre un’ultima notizia estremamente interessante:, quando a proposito di Cesare Fiaschi scrive:

“il suddetto suggetto morì l’anno 1571, alli 12 d’Ottobre, e fu sepolto in S. Gio. Battista de Canonici Lateranensi” (LIBANORI, 1674, p. 284).

La Chiesa di San Giovanni Battista a Ferrara
(foto di Gino Perin)

Confesso che quando ho letto queste poche righe sono saltato sulla sedia! Non solo finalmente  sappiamo quando Fiaschi è morto, ma addirittura dove risposano le sue spoglie mortali. In realtà, però, mentre non ho ragione di dubitare di una data indicata con tanta sicurezza e precisione, ho invece più di qualche motivo per considerare dubbia l’indicazione del luogo della sepoltura. Non solo perché ho visitato la chiesa di San Giovanni Battista a Ferrara e non vi è alcuna traccia della tomba di Cesare Fiaschi, mentre sono conservate le epigrafi di diverse altre sepolture. A insospettirmi è soprattutto che nessun altro autore ( tra quelli che sono riuscito a consultare e che hanno descritto la chiesa) citi questa tomba, mentre diversi ne elencano puntualmente altre. C’è poi un ulteriore motivo di perplessità. Nel suo Compendio historico dell’origine, accrescimento, e prerogative delle Chiese, e luoghi pij della città, e diocesi di Ferrara, e delle memorie di que’ personaggi di pregio, che in esse son seppelliti, pubblicato nel 1621 (quindi in un’epoca più vicina a quella della morte di Fiaschi), Marcantonio Guarini scrive che la tomba della Famiglia Fiaschi si trovava nella Chiesa di Santa Maria dei Servi, accanto alla Cappella del Crocifisso. Qui, secondo Guarini, erano sepolti Ludovico, che fu caro al duca Ercole I d’Este, sua moglie Margheria Perondoli, e i loro discendenti. Fra questi Guarini cita anche

“Cesare soggetto di elevato ingegno, che scrisse un trattato utile dell’imbrigliare, atteggiare e ferrar Cavalli” (GUARINI, 1621, p. 49)

Chiesa di Santa Maria dei Servi a Ferrara

Se i Fiaschi avevano un tomba di famiglia, è in effetti probabile che anche Cesare vi fosse seppellito. La chiesa di Santa Maria dei Servi venne demolita nel 1635 e ricostruita alcuni decenni dopo. Dal libro che Cesare Barotti dedicò nella seconda metà del Settecento alle Pitture e Scolture che si trovano nelle Chiese della Citta di Ferrara, sappiamo però che la tomba venne traslata nel nuovo edificio, o che quanto meno nella nuova chiesa i Fiaschi continuavano ad avere la cappella di famiglia:

la Cappella della nobil Famiglia Fiaschi; dove il Quadro principale è S. Pellegrino Laziosi sanato della gamba dal Crocefisso; operazione di Giovanna Durandi Milanese Li quatro Quadri laterali dimostranti alcune azioni del detto Santo furono lavorati da Giuseppe Morganti Pistoiese (BAROTTI; 1770, p. 73).

Purtroppo, oggi però nella chiesa non ne è rimasta traccia apparente. L’interno è stato più volte rimaneggiato e ora è alterato da una brutta decorazione probabilmente tardo ottocentesca. I quadri citati dal Barotti sono scomparsi ed è impossibile per il visitatore individuare quale delle nicchie scavate nelle pareti potesse ospitarli. La ricerca, insomma, può e deve continuare.

La tavola del secondo libro del trattato di Fiaschi, quella dedicata al “maneggio de Cavalli”

NOTA: Questo articolo sintetizza i contenuti della conferenza che ho tenuto al Circolo della Stampa di Ferrara, sabato 1 settembre 2018. Voglio qui esprimere tutta la mia amicizia e gratitudine ad Angelo Grasso, presidente dell’UAIPRE – Unione delle Associazioni Italiane del Cavallo di Pura Raza Española, per avermi invitato e avermi così stimolato ad approfondire i miei studi su Cesare Fiaschi. Il mio pensiero va poi al Circolo della Stampa di Ferrara, e in particolare alla vice presidente Simonetta Savino, al segretario Gino Perin e a tutto il Consiglio Direttivo, per avermi fatto il grande onore di accogliermi in qualità di socio onorario. L’amicizia, la considerazione e l’affetto degli amici ferraresi sono per me un dono davvero prezioso.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Bibliografia:

Francesco AVENTI, Il servitore di piazza, guida per Ferrara, Pomatelli Tipografo, 1838.

Cesare BAROTTI, Pitture e Scolture che si trovano nelle Chiese della Citta di Ferrara, Ferrara, appresso Giuseppe Rinaldi, 1770.

Antonio FRIZZI, Memorie per la storia di Ferrara, Ferrara, per Francesco Pomatelli, 1796, Tomo IV.

Marcantonio GUARINI, Compendio historico dell’origine, accrescimento, e prerogatiue delle Chiese, e luoghi pij della citta, e diocesi di Ferrara, e delle memorie di que’ personaggi di pregio, che in esse son sepelliti, Ferrara, presso gli heredi di Vittorio Baldini, 1621

Antonio LIBANORI, Ferrara d’oro. Parte terza. Che contiene gl’elogij de’ più famosi, ed illustri scrittori di questa patria, i quali anno alla stampa l’opere loro di sagra teologia, leggi, filosofia, … e d’ogn’altra più erudita, e varia lettione, Ferrara, nella Stampa Camerale, 1674.

Alfonso MARESTI, Teatro geneologico et istorico dell’antiche & illustri famiglie di Ferrara, Ferrara, Nella stampa Camerale Vol. III, 1708.

André MONTEILHET, Les Maîtres de l’oeuvre équestre, Arles, Actes Sud, 1979 (nuova ed. 2009).

Gaetano MORONI, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica da S. Pietro sino ai nostri giorni, Venezia, Tipografia Emiliana, 1843.

Florio PIVA, C’era una volta Palazzo Fiaschi, Un gioiello architettonico della vecchia via Garibaldi, Listone Magazine, 30 novembre 2017.

Adriano PROSPERI, L’eresia del Libro Grande. Storia di Giorgio Siculo e della sua setta, Milano, Feltrinelli, 2011.

Cavalli che parevan fiamma!

Monumento equestre ad Alessandro Farnese, di Francesco Mochi, in Piazza dei Cavalli a Piacenza (1612)

Francesco Mochi, Monumento equestre ad Alessandro Farnese
Piazza dei Cavalli, Piacenza (1612)

di Giovanni Battista Tomassini

Nel 1565, a Lisbona si tenne una grande festa equestre per celebrare le nozze di Alessandro Farnese con Maria del Portogallo. Una cronaca dell’epoca testimonia le straordinarie qualità dei cavalli e dei cavalieri lusitani, che impressionarono profondamente i dignitari italiani presenti nella capitale portoghese

Sino al catastrofico terremoto e al conseguente tsunami che nel 1755 distrussero la città di Lisbona, nel luogo dove ora si apre la grande Praça do Comérçio – uno dei luoghi più noti e caratteristici della capitale portoghese – sorgeva il Paço da Ribeira, il palazzo reale. Tanto che, sebbene non rimanga nulla dell’edificio distrutto dal sisma, tuttora la piazza è nota familiarmente anche come Terriero do Paço, la piazza del palazzo. L’edificio era stato costruito intorno al 1500 e si stagliava perpendicolarmente al fiume. Si affacciava su una grande piazza, simile per dimensioni all’attuale, dove si tenevano i grandi eventi pubblici della città.  Il 28 maggio del 1565 quell’ampia spianata doveva offrire allo sguardo degli spettatori uno spettacolo magnifico. Per giorni, falegnami, tappezzieri e decoratori avevano lavorato senza sosta ad allestire i palchi lungo il lato della piazza aperto sul fiume Tago, che in quel punto è tanto largo da apparire già oceano. I carpentieri avevano costruito ampie e solide gradinate di legno, in parte coperte da baldacchini, che erano poi state tappezzate di stoffe pregiate e decorate con pitture allegoriche. Anche la facciata del palazzo era stata addobbata con sfarzo. Da ogni finestra pendeva un drappo dal colore squillante e i davanzali erano decorati da cuscini e nastri. Due settimane prima, nella cappella reale, l’ambasciatore spagnolo Alonso de Tovar aveva sposato Maria d’Aviz, nipote del re Manuel I, in nome e per conto di Alessandro Farnese, figlio del duca di Parma e Piacenza, Ottavio, e di Margherita d’Austria, sorellastra del re di Spagna, Filippo II, e governatrice dei Paesi Bassi. Dopo i festeggiamenti della prima ora a corte, adesso era venuto il momento della celebrazione pubblica di quelle nozze, che univano la principessa portoghese al rampollo di una delle prime famiglie d’Italia, legata dalla parentela, ma anche da una relazione fatta di paura e di sospetti, alla potentissima corona spagnola. E come in ogni festa pubblica, che celebrasse il potere dell’aristocrazia in quegli anni, i cavalli ebbero un ruolo da protagonisti in quella giornata memorabile.

Lisbona com’era nel Cinquecento Georg Braun e Franz Hogenber, Civitates orbis terrarum (1572-1612)

Lisbona com’era nel Cinquecento
Georg Braun e Franz Hogenber, Civitates orbis terrarum (1572-1612)

Conosciamo quegli avvenimenti grazie alla testimonianza diretta di Francesco De Marchi, singolare figura d’erudito e avventuriero, al servizio per oltre quarant’anni di Margherita d’Austria, che partecipò alla delegazione che si era recata in Portogallo per accompagnare la principessa a Bruxelles, dove l’attendeva il suo giovane sposo. All’indomani dei festeggiamenti per le nozze (svoltesi per procura in Portogallo e, mesi dopo, di persona, nella capitale belga), De Marchi compose una cronaca dettagliata intitolata Narratione particolare delle gran feste e trionfi fatti in Portogallo e Fiandra nello sposalitio dell’illustrissimo sig. Alessandro Farnese e donna Maria del Portogallo, stampata a Bologna nel 1566. Il suo resoconto ci offre un quadro assai vivido dell’abilità dei cavalieri portoghesi, del pregio straordinario dei loro cavalli e dello sfarzo e della raffinatezza dei finimenti con cui erano bardati.

Dettaglio del Palazzo Reale. di Lisbona. La piazza sulla quale si tenne la festa era quella sulla destra del palazzo

Dettaglio del Palazzo Reale di Lisbona.
La piazza sulla quale si tenne la festa era quella alla destra del palazzo

Come era tipico nella tradizione iberica, la festa cominciò con una grandiosa toirada, un combattimento con i tori. All’inizio gli animali vennero affrontati da gentiluomini a cavallo, che si dimostrarono cavalieri valentissimi. A colpire De Marchi furono però soprattutto le stupefacenti qualità dei cavalli, riccamente bardati e tanto perfettamente addestrati in quel tipo di lotta da sembrare animati da un intendimento quasi umano.

“Hor il principio della festa fu il combattimento di diciassette bravi tori, animali terribili, feroci, e il primo combattimento fu di uomini a cavallo, tutti Cavallieri e gentiluomini di conto, i quali combatterono sopra ginetti riccamente guarniti con una zagaglia per ciascuno in mano da due ferri e con tanta agilità e destrezza et attitudine gli ammazzavano che era una delle belle e degne cose che si potesse vedere, perché non ostante i cavallieri facessero molto bene, i cavalli anco erano così vivi e presti a schifare gli incontri de’ tori, che parevano fiamma e mostravano di avere un certo non so che di sentimento humano” (DE MARCHI, p. 3).

Jan Van de Straet, Venationes Ferarum (tauromachia) incisione di Phillips Galle, 1578 (o successivo) British Museum

Jan Van de Straet, Venationes Ferarum (tauromachia)
incisione di Phillips Galle, 1578 (o successivo)
British Museum – Londra

Eppure, nonostante la perizia dei cavalieri e la vivacità dei cavalli, due di loro furono feriti, anche se non gravemente. Ai combattimenti a cavallo fecero quindi seguito quelli a piedi, in cui i tori furono affrontati con spada e cappa. I giovani portoghesi si dimostrarono espertissimi anche in questo tipo di lotta:

perché venendo il toro alla volta loro gli buttano la cappa sopra alle corna e così, rimanendo quelle bestie accecate, le schifano facilmente e danno loro una gran coltellata, o su’l capo, o su’l naso, o su le gambe davanti, e perché le spade sono oltra modo taglienti si vede subito da circostanti il segno” (DE MARCHI, p. 3).

Pur con tutta la loro abilità, alcuni dei toreri furono però travolti e si salvarono solo perché i tori vennero immediatamente distratti dagli assistenti e i malcapitati furono tempestivamente soccorsi.

Francisco Goya, Carlos V affronta un toro nella piazza di Valladolid, durante le celebrazioni per la nascita di suo figlio Filippo II, 1814 - 1816 Museo del Prado

Francisco Goya, Carlo V affronta un toro nella piazza di Valladolid,
durante le celebrazioni per la nascita di suo figlio Filippo II (1814 – 1816)
Museo del Prado – Madrid

Dopo la corrida, la festa proseguì con il “gioco delle canne” e con una “giostra di caroselli”. Si trattava di due cimenti cavallereschi allora molto diffusi. Da tempo ormai i vecchi e brutali tornei, retaggio della cultura cavalleresca medievale, erano stati quasi ovunque sostituiti da giochi equestri meno cruenti, che richiedevano un’equitazione più sofisticata, e permettevano di far brillare le qualità dei cavalieri senza esporli a rischi mortali. Questa tendenza s’andava sempre più affermando dopo che, nel 1559, il re di Francia Enrico II era morto a seguito di un incidente nella giostra che si disputava durante i festeggiamenti del matrimonio di sua figlia Elisabetta con Filippo II di Spagna. Il gioco delle canne e quello dei caroselli erano molto popolari ed erano soprattutto diffusi nella penisola iberica e nei territori europei sotto il dominio spagnolo. In Portogallo, per esempio, questo tipo di giochi equestri continuarono a essere praticati sino a tutto il XVIII secolo, come dimostrano due splendide tavole, del monumentale trattato portoghese d’equitazione di Carlos de Andrade, Luz da Liberal e Nobre Arte da Cavallaria, del 1790. Spagnoli e portoghesi avevano probabilmente mutuato queste prove cavalleresche dai dominatori arabi, come testimoniava l’abitudine di praticarle indossando abiti “alla moresca”.

Il Gioco delle canne e quello dei caroselli continuarono a essere praticati in Portogallo sino alla fine del XVIII secolo Carlos de Andrade, Luz da Liberal e Nobre Arte da Cavalleria (1790)

Il Gioco delle canne e quello dei caroselli continuarono
a essere praticati in Portogallo sino alla fine del XVIII secolo
(Carlos de Andrade, Luz da Liberal e Nobre Arte da Cavalleria, 1790)

Nel gioco delle canne, le squadre si schieravano sui lati opposti del campo. Quindi un primo drappello di cavalieri galoppava sino a portarsi a distanza di tiro dagli avversari e scagliava contro di loro delle canne, come fossero giavellotti. Spesso, queste armi fittizie avevano la punta spalmata con una sostanza adesiva, perché restassero incollate alla corazza dell’avversario. A quel punto gli assaliti partivano al contrattacco, inseguendo gli altri, che ripiegavano verso la schiera amica. Quando, a loro volta, erano arrivati nel campo avverso, gli inseguitori scagliavano i loro dardi. La giostra dei caroselli aveva una dinamica simile, solo che i cavalieri si inseguivano scagliandosi dei proiettili di argilla, che gli avversari dovevano evitare con rapidi cambiamenti di direzione dei loro cavalli, oppure proteggendo se stessi e i propri animali con piccoli scudi, generalmente di cuoio.

Come di regola, le prove cavalleresche furono anche quel giorno introdotte da una solenne parata, cui presero parte oltre un migliaio di persone e centinaia di splendidi cavalli, riccamente bardati:

Entrarono in piazza quattro compagnie di cavallieri sopra cavalli ginetti bellissimi a sedici per compagnia, che sommano in tutto cavallieri sessantaquattro. [qui segue l’elenco dei capi di ciascuna compagnia] Gli altri quindici di ogni compagnia erano tutti gentilhuomini, vestiti di livrea gialla e negra di raso alla moresca; li fornimenti de’ cavalli erano alla ginetta d’argento e d’oro con le staffe dorate e bianche tutte lavorate alla damaschina, con gli sproni all’istessa foggia. I pettorali e le groppiere de’ cavalli erano piene di anella d’argento, con i colari di campanini d’argento e d’oro, con gran fiocchi di seta e d’oro, con le testiere e i morsi tutti dorati, con selle coperte e lavorate d’oro alla moresca, cosa tanto bella e rara che si poteva più disidierare. Ciascun de’ capi delle compagnie si faceva menare a  mano innanzi per pompa e grandezza sei grossi cavalli di Andalusia e di Granata, i quali oltra la grandezza e bellezza loro andavano ballando, che pareva davvero che non toccassero terra, con li giaizzi [vale a dire con le bardature, dal portoghese “jaez”], o fornimenti come si chiamano, così ricchi e belli che facevano stimare ogni cavallo un gran denaio; perché vi intraveniva oro e argento battuto e seta et or filato e ferro et argento lavorato alla damaschina con oro et argento commesso e i cuoi erano lavorati d’oro e seta; et certo è che questi cavalli erano così rari che niun pittore, per valente che fosse, gli potrebbe dipingere e ritrar di sua testa di quella beltà e adornezza” (DE MARCHI, pp. 3r-3v).

Il gioco delle canne era diffuso in Spagna e Portogallo, ma anche nei domini spagnoli in Italia Juan de La Corte, Fiesta en la Plaza Mayor de Madrid, Museo Municipal, Madrid, (1623)

Il gioco delle canne era diffuso in Spagna e Portogallo,
ma anche nei domini spagnoli in Italia
( Juan de La Corte, Fiesta en la Plaza Mayor de Madrid, Museo Municipal, Madrid, 1623)

Com’era tradizione, i cavalieri erano vestiti in abiti alla moresca, con il capo coperto da turbanti ornati di pietre preziose, e portavano targhe, cioè piccoli scudi, di cuoio. Ciascuno di loro era accompagnato da otto staffieri e otto paggi. Alla sfilata iniziale presero dunque parte mille e ventiquattro persone le quali, dopo aver percorso la piazza, si divisero in due schiere contrapposte. Quindi dai due fronti partirono dapprima due coppie di cavalieri, che

“si davano la carica tirandosi le canne con tanta feracità, che parevano dardi lanciati; ma per l’essercitio continuo de’ cavallieri, per l’agilità e destrezza de’ cavalli assuefatti al gioco, venendo il colpo si coprono in maniera leggiadramente sé et il cavallo con la targa di cuoio, che senza lesion trapassando come strali lo schifano e dando volta al cavallo, come se fossero sentati in una seggiuola, ritornano in un attimo indietro” (DE MARCHI, p. 3v).

Gioco dei caroselli Carlos de Andrade, Luz da Liberal e Nobre Arte da Cavallaria (1790)

Gioco dei caroselli
(Carlos de Andrade, Luz da Liberal e Nobre Arte da Cavallaria, 1790)

Dopo le prime due coppie, l’esercizio fu ripetuto prima da quattro cavalieri per parte, poi da sei, quindi da otto, dieci, sino a che non corsero tutti insieme gli uni incontro agli altri. Nel corso del gioco, cavalli e cavalieri si produssero in tali dimostrazioni di destrezza che l’autore annota di considerare difficile che si potessero emulare altrove, sia per la difficoltà di reperire cavalli così perfettamente addestrati, sia di trovare cavalieri così perfettamente esercitati:

“non credo che si possa così facilmente far per tutto per mancamento di cavalli e di fornimenti, senza che bisogna che gli huomini vi siano di gran tempo esercitati, altrimenti non haveria quella gratia e leggiadria che ha in quelle bande” (DE MARCHI, p. 4r).

Nel corso del combattimento simulato i cavalieri sfoggiavano la loro abilità, con prove di autentico virtuosismo:

“Vi erano alcun che, tirando una canna per l’aria innanzi velocissima come uno strale, l’accompagnavano correndo a tutta briglia col cavallo, con tanta prestezza, che avanti che ella cadesse in terra la ripigliavano. Altri con la medesima velocità correndo levava una canna di terra piana con la mano. Altri v’erano che la tiravano per l’aria al cielo, che pareva una saetta che trapassasse le nuvole” (DE MARCHI, p.4r).

De Marchoi nota le spericolate esibizioni di abilità dei cavalieri lusitani (Galvao de Andrade, Arte de Cavalaria de gineta e estardiota, 1678)

De Marchi nota le spericolate esibizioni di abilità dei cavalieri lusitani
(Galvao de Andrade, Arte de Cavalaria de gineta e estardiota, 1678)

Il successivo gioco dei caroselli si svolse con modalità simili al precedente delle canne, solo che i cavalieri si scagliavano contro dei proiettili d’argilla cruda, riempiti di carbone, della grandezza di una piccola arancia. Se i cavalieri venivano colpiti il proiettile andava in frantumi e il carbone di cui   era ripieno macchiava i loro vestiti. Accadeva però di rado, dice De Marchi, vista la maestria con la quale i partecipanti sapevano schivare i colpi. La giostra dei caroselli concluse i festeggiamenti che, con esagerazione tipicamente cortigiana, De Marchi giudica

“per gli addobbi, banchetti, balli, suoni, feracità de’ tori, agilità de’ cavalli e cavallieri e beltà de’ fornimenti e livree loro, per il bene combattere a piedi e a cavallo … le maggiori [feste] che già centinaia d’anni si sappiano essere state fatte in Portogallo” (DE MARCHI, p. 4r).

Recentemente, il duca Ottavio Farnese e Francesco De Marchi (alle sue spalle) sono stati identificati nelle due figure del Doppio ritratto maschile (1556), di Maso da San Friano, conservato nel Museo di Capodimonte, a Napoli

Recentemente, il duca Ottavio Farnese e Francesco De Marchi (alle sue spalle) sono stati identificati nelle due figure del Doppio ritratto maschile (1556), di Maso da San Friano, conservato nel Museo di Capodimonte, a Napoli

Prima di concludere il nostro articolo vale forse la pena spendere altre due parole su alcuni dei personaggi storici dei quali s’è fatta menzione. A cominciare da Margherita d’Austria (1522-1586) che fu quella “Madama” da cui prende il nome l’edificio che oggi è sede del Senato della Repubblica Italiana e che è appunto noto come Palazzo Madama. Margherita ereditò il palazzo dal primo marito, il duca Alessandro de’ Medici, che aveva sposato nel 1536, ma che venne ammazzato dal cugino Lorenzino, l’anno successivo. A Roma, la “Madama”, come confidenzialmente la chiamavano i romani, si trasferì nel 1538, per sposare, assai di controvoglia, Ottavio Farnese, nipote di papa Paolo III. Lei aveva diciassette anni, lui soltanto quindici. Ci volle un bel po’ perché i due potessero consumare il matrimonio e questo suscitò parecchie illazioni e dicerie. Dopo ben sette anni, il 27 agosto 1545, Margherita diede finalmente alla luce due gemelli, Carlo e Alessandro, che vennero battezzati solennemente nella basilica di Sant’Eustachio, a pochi passi dal palazzo materno. Carlo morì ancora infante, mentre Alessandro (1545-1592) crebbe e divenne uno dei più importanti condottieri e politici del suo tempo. Fu educato in Italia sino all’età di dieci anni, poi venne inviato alla corte del re di Spagna, Filippo II, che era il fratellastro di sua madre. Qui doveva proseguire la sua educazione, ma soprattutto garantire, in qualità di ostaggio, la fedeltà alla Spagna del padre, Ottavio, che aveva la tendenza a cambiare alleanze con una notevole disinvoltura. Quando si trattò di maritarlo, Filippo II negò il permesso al suo matrimonio con una delle figlie del duca di Urbino, per evitare un legame troppo stretto tra due famiglie italiane che avrebbero potuto creargli problemi nella penisola, e gli rifilò una principessa portoghese, considerando la parentela così acquisita assai meno pericolosa per gli interessi della corona spagnola. Infine l’autore del resoconto, Francesco De Marchi (1504-1576). Non solo, benché autodidatta, fu un erudito, architetto militare ed esperto d’artiglieria, ma anche cortigiano, maestro d’equitazione e di ballo, avventuriero scampato ai pirati al largo di Ponza, naufrago alla foce del Tevere. Nel 1535, protetto da un rudimentale scafandro, si immerse nel lago di Nemi, vicino Roma, alla ricerca delle navi di Caligola, che erano effettivamente presenti nelle acque del lago e che furono recuperate solo nel 1929-30, per andare poi distrutte in un incendio nel 1944. La sua ultima impresa la compì a sessantanove anni quando, nel 1573, scalò tra i primi la vetta del Gran Sasso.

(Questo è il testo della conferenza che ho tenuto il 9 settembre 2017, in occasione del Festival Italiano del Cavallo Puro Sangue Lusitano, presso la Tenuta Malaspina a Ornago -MB)

A sinistra: Ritratto di Alessandro Farnese, attribuito a Sofonisba Anguissola, circa 1560 (National Gallery of Ireland). A destra: Ritratto di Maria d’Aviz, scuola di Anthonis Mor, seconda metà del XVI secolo, Pinacoteca Stuard, Parma

A sinistra: Ritratto di Alessandro Farnese,
attribuito a Sofonisba Anguissola, circa 1560 (National Gallery of Ireland).
A destra: Ritratto di Maria d’Aviz,
scuola di Anthonis Mor, seconda metà del XVI secolo, Pinacoteca Stuard, Parma

Bibliografia:

Francesco DE MARCHI, Narratione particolare delle gran feste e trionfi fatti in Portogallo e Fiandra nello sposalitio dell’illustrissimo sig. Alessandro Farnese e donna Maria del Portogallo, Bologna, Appresso Alessandro Benacci, 1566.

Giuseppe BERTINI, Le nozze di Alessandro Farnese. Feste alle corti di Lisbona e di Bruxelles, Milano, Skira, 1997.

Frontespizio dell'opera di De Marchi

Frontespizio dell’opera di De Marchi

Il viaggio di Dom Duarte

Galvao de Andrade, Arte de Cavalaria de gineta e estardaiota, 1678

Galvao de Andrade, Arte de Cavalaria de gineta e estardaiota, 1678

di Giovanni Battista Tomassini

Quando nel 1820, José Xavier Dias da Silva scoprì che un grande volume in folio conservato nella Biblioteca Reale di Parigi conteneva due opere manoscritte, sino ad allora sconosciute, del re Edoardo I del Portogallo (1391-1438), non si rese subito conto d’aver portato alla luce un tesoro inestimabile della letteratura equestre mondiale. In quel codice, rilegato in marocchino, era infatti contenuto il più antico libro sull’equitazione pervenuto sino a noi, dopo quello di Senofonte. Fino a quel momento, il primato era attribuito a Gli ordini di cavalcare, il trattato che il gentiluomo napoletano Federico Grisone aveva fatto stampare a Napoli, nel 1550. La scoperta di da Silva dimostrava invece che più di un secolo prima l’undicesimo re del Portogallo e dell’Algarve e secondo signore di Ceuta, noto anche come Edoardo il filosofo, o l’eloquente, per la sua passione per le lettere, aveva scritto un’opera dedicata “all’arte di cavalcare con qualsiasi tipo di sella”, intitolata appunto Livro da ensinança de bem cavalgar toda sella. Nel manoscritto parigino, il trattato equestre era preceduto da un’altra opera di mano del sovrano: O leal Conselheiro, in cui il sovrano portoghese esponeva considerazioni di carattere filosofico e illustrava modelli di comportamento.

Un’opera originale

Non solo il libro di Dom Duarte (1391-1438) è il primo libro dedicato interamente all’equitazione scritto in epoca ormai moderna, ma è anche un’opera originalissima che, invece di incentrarsi sulla tecnica equestre, approfondisce la psicologia del cavaliere, offrendo allo stesso tempo una panoramica molto interessante sulle pratiche equestri in epoca tardo medievale. Una particolarità che fa di questo libro – nella bella definizione che ne dà lo studioso portoghese Carlos Henriques Pereira – «la prima pagina della storia della psicologia applicata agli sport equestri e verosimilmente della pedagogia dello sport in generale» (PEREIRA, 2009, p. 141).

Edoardo I del Portogallo nacque nel 1391 e morì di peste nel 1438 (Bernardo de Brito, Elogios dos Reis de Portugal com os mais verdadeiros retratos que se puderaõ achar, 1603)

Edoardo I del Portogallo nacque nel 1391
e morì di peste nel 1438
(Bernardo de Brito, Elogios dos Reis de Portugal
com os mais verdadeiros retratos
que se puderaõ achar, 1603)

Innanzitutto, l’autore elenca e analizza i vantaggi che all’epoca derivavano dall’essere un provetto cavaliere: se ne guadagna prestigio sociale, infonde coraggio, ricrea lo spirito, è utile in guerra e nella caccia. Inoltre, un buon cavaliere è sempre pronto a venire in soccorso del proprio sovrano e da ciò gli possono derivare molti benefici e onori.

Sono sicuro – scrive Dom Duarte – che tutti i cavalieri e gli scudieri debbano voler eccellere nell’arte di cavalcare, poiché saranno molto stimati da tutti per tale abilità (DOM DUARTE, p. 6).

Tre sono i requisiti che il cavaliere deve avere per eccellere: per prima cosa la volontà, quindi i mezzi economici, per acquistare buoni cavalli e poi prendersene adeguatamente cura, infine la conoscenza, che permette di scegliere gli animali migliori e di valorizzarne i pregi e correggerne i difetti.

Per Dom Duarte, la prima virtù di un cavaliere  è sapersi mantenere solido in sella in qualsiasi circostanza (Galvao de Andrade, Arte de Cavalaria de gineta e estardiota, 1678)

Per Dom Duarte, la prima virtù di un cavaliere
è sapersi mantenere solido in sella in qualsiasi circostanza
(Galvao de Andrade, Arte de Cavalaria de gineta e estardiota, 1678)

La più importante qualità che distingue un buon cavaliere è, secondo Dom Duarte, la capacità di tenersi ben solido in sella, in qualsiasi circostanza. Subito dopo però viene il non aver paura di cadere, mantenendo un’adeguata fiducia in se stesso e nell’animale, su qualsiasi terreno cavalchi. Questa sicurezza può e deve essere acquisita attraverso un processo di maturazione spirituale del cavaliere: infatti,

sebbene comunemente si ritenga che noi non possiamo cambiare la nostra natura, io credo che gli uomini possano migliorarsi enormemente, sotto la guida di Dio, correggendo le proprie debolezze e aumentando le proprie virtù (DOM DUARTE, p. 45).

Il primo modo per vincere la paura, dice Duarte, è la conoscenza:

nel cavalcare, come in ogni cosa che vogliamo fare, se la paura ci rende incapaci di eccellere, noi dobbiamo innanzitutto imparare come fare bene; e se impariamo come comportarci, acquisiremo la sicurezza necessaria per vincere la paura (DOM DUARTE, p. 45).

Dom Duarte è il primo che illustra la tecnica dell’equitazione “a la gineta” (Pirro Antonio Ferraro, Cavallo frenato, 1602)

Dom Duarte è il primo che illustra
la tecnica dell’equitazione “a la gineta”
(Pirro Antonio Ferraro, Cavallo frenato, 1602)

Equitazione “a la brida” e “a la gineta”

Quanto alla tecnica equestre, Dom Duarte indica diversi modi di cavalcare, sostanzialmente contrapponendo le diverse tecniche della cosiddetta equitazione “a la brida”, in cui il cavaliere montava mantenendo le gambe distese, e la tecnica cosiddetta “a la gineta”, caratterizzata invece dal fatto che il cavaliere montava con le staffe più corte e le gambe piegate.

L’equitazione “a la brida” era la tecnica tipica della cavalleria pesante, caratterizzata dalla staffatura lunga. Dom Duarte distingueva due modi differenti: il primo consisteva nel ben inforcarsi sulla sella, portando i piedi in avanti; il secondo, invece, nel montare in piedi sulle staffe, senza mai sedersi. Per facilitare questa seconda modalità le staffe venivano allacciate l’una all’altra con una correggia, sotto il ventre del cavallo, perché non si divaricassero. L’uso di montare in piedi era secondo Dom Duarte più antico e prescriveva al cavaliere di tenere le gambe perfettamente dritte sotto di sé. Entrambe queste tecniche servivano a facilitare il cavaliere nel maneggiare la lancia. 

L’altra tecnica descritta da Dom Duarte e la cosiddetta equitazione “a la brida” (Pierre de la Noue, La Cavalerie Française et Italienne, 1620)

L’altra tecnica descritta da Dom Duarte
è la cosiddetta equitazione “a la brida”
(Pierre de la Noue, La Cavalerie Française
et Italienne, 1620)

Nell’equitazione “a la gineta” invece le staffe venivano portate più corte, consentendo al cavaliere un contatto più immediato e preciso degli “aiuti inferiori” con i fianchi del cavallo. Secondo Dom Duarte, questo stile prescriveva al cavaliere di sedere “nel mezzo della sella”, quindi senza avvalersi del sostegno degli arcioni e di portare i piedi saldamente appoggiati sulle staffe, con i talloni leggermente bassi. I morsi impiegati in questo tipo di equitazione erano identici a quelli tutt’ora usati in Nord Africa, mentre le selle, anche quelle di chiara derivazione araba, ricordavano la “silla vaquera” ancora oggi in uso in Spagna. L’equitazione “a la gineta” era inoltre (ed è tuttora) la tecnica di base della corrida a cavallo. La staffatura più corta consente infatti arresti e partenze rapidi e repentini cambi di direzione, essenziali nella lotta con il toro.

Il libro di Dom Duarte e l’Italia

Dopo la sua scoperta, gli studiosi hanno continuato a interrogarsi su quale percorso il manoscritto di Dom Duarte abbia seguito per approdare infine alla Biblioteca Reale (oggi Nazionale) di Parigi. Le più antiche attestazioni del volume in Francia, lo collocano alla metà del Cinquecento nella Biblioteca di Blois, di proprietà dei duchi di Orléans. Nel 1544, questa raccolta di libri confluì nella Biblioteca Reale costituita da Francesco I (1494-1547) a Fontainbleau, poi trasferita a Parigi, alla fine del regno di Carlo IX (1560-1574).

Il miglior modo per vincere la paura di cadere, dice Dom Duarte, è la conoscenza (Galvao de Andrade, Arte de Cavalaria de gineta e estardiota, 1678)

Il miglior modo per vincere la paura di cadere, dice Dom Duarte, è la conoscenza
(Galvao de Andrade, Arte de Cavalaria de gineta e estardiota, 1678)

Gli studiosi considerano ormai praticamente certo che dell’opera del re portoghese esistesse una sola copia. Probabilmente venne portata in Spagna dalla vedova di Duarte, Eleonora d’Aragona (1400/2-1445), quando lasciò il regno del Portogallo nel 1440. L’ipotesi ormai più accreditata è che il manoscritto entrò successivamente in possesso dei fratelli di donna Leonor, gli infanti d’Aragona, Henrique e Joao, o perché lei glielo vendette (cosa probabile, vista la sua situazione economica), oppure perché lo ereditarono alla sua morte. Appartenendo ormai alla corte aragonese, il manoscritto passò quindi alla Biblioteca dei Re Aragonesi a Napoli. Lo dimostra la presenza nell’angolo destro in basso dell’ultimo foglio scritto del testo di una sigla presente su altri manoscritti sicuramente appartenuti alla biblioteca aragonese di Napoli. La collezione di libri napoletana – che raccoglieva il prezioso fondo creato da Alfonso I (1435-1458) e Ferdinando I (1458-1494), entrambi appassionati bibliofili – passò quindi a Blois probabilmente dopo l’effimera conquista di Napoli da parte di Carlo VIII (febbraio 1495), o forse dopo la vendita fatta a Luigi XII (1462-1515) da Isabella, vedova dell’ultimo re aragonese di Napoli, Federico I, che morì esule in Francia nel 1504. Sta di fatto, che il primo trattato d’equitazione scritto in epoca moderna, passò dal Portogallo alla Spagna, quindi sostò a Napoli, per proseguire poi verso la Francia, unendo in un percorso ideale, oltre che materiale, alcune delle nazioni che maggiormente hanno contribuito allo sviluppo della cultura equestre europea, tra il XV e il XVIII secolo.

(Questo articolo è apparso sul primo numero Lusitano Magazine, rivista dall’AICL, Associazione Italiana del Cavallo Lusitano)

Il morso “a la gineta” era identico ai morsi tuttora in uso in Nord Africa (Pedro Fernandez de Andrade, Libro de la Gineta de Espana, 1599)

Il morso “a la gineta” era identico
ai morsi tuttora in uso in Nord Africa
(Pedro Fernandez de Andrade, Libro de la Gineta
de Espana, 1599)

Bibliografia

CASTRO, Maria H. L., “Leal Conselheiro”: itinerário do manuscrito, “Penélope”, Lisboa, n. 16, 1995. p. 109-124.

DOM DUARTE The Royal Book of Jousting, Horsemanship and Knightly Combat. A translation into English of King’Dom Duarte’s 1438 Treatise Livro da Ensinança de Bem Cavalgar Toda Sela, by Antonio Franco Preto, ed. by S. Mulhberger, Higland Village, The  Chivalry Bookshelf,  2005.

PEREIRA, Carlos Henriques, Le traité du roi D. Duarte: l’équitation portugaise a l’aube de la Reinassance, in AA. VV. , Les Arts de l’équitation dans l’Europe de la Reinassance. VIIe colloque de l’Ecole nationale d’équitation au Chateau d’Oiron (4 et 5 octobre 2002), Arles, Actes Sud, 2009, pp. 140 – 150.

Edizioni moderne

Purtroppo non esiste una traduzione italiana del libro di Dom Duarte. I lettori interessati possono leggere la buona traduzione francese a cura di Anne-Marie Quint e Carlos Pereira, Le traité des équitations: Livre qui enseigne à bien pratiquer toute équitation (Actes Sud Editions, 216, € 29), oppure la recente traduzione in inglese di Jeffrey L. Forgeng, The Book of Horsemanship by Duarte I of Portugal (Boydell Press, 2016, € 30,12). Chi ha familiarità con il portoghese trova infine online l’edizione del 1854 seguendo questo link: Leal conselheiro, o qual fez Dom Duarte: seguido do Livro da ensinanca de bem cavalgar toda sella.

Tradizioni equestri del Carnevale romano durante il Rinascimento

Il gioco dell'anello era molto praticato sin dal Rinascimento Bartolomeo Pinelli, Costumi diversi inventati ed incisi da Bartolomeo Pinelli, 1822

Il gioco dell’anello era molto praticato sin dal Rinascimento
da Costumi diversi inventati ed incisi da Bartolomeo Pinelli, 1822

di Giovanni Battista Tomassini

Testo dell’intervento tenuto in occasione dell’History talk, che martedì 28 febbraio 2017, ha concluso la 9° edizione del Carnevale Romano. Ringrazio particolarmente l’Associazione Carnevale Romano per avermi ancora una volta invitato, nella splendida Biblioteca Angelica, per raccontare le storie di questo grande rito collettivo della città di Roma. Per informazioni: http://www.carnevaleromano.com/ e https://www.facebook.com/Carnevale-Romano-454618444667202/?fref=ts

Giovedì 24 febbraio 1536, a circa un anno e mezzo dall’elezione al soglio pontificio di papa Paolo III, a Roma si tornò a celebrare il Carnevale, dopo che per molti anni nella città sfregiata dal sacco del 1527 c’era stato ben poco da festeggiare. Quel giorno, in Campidoglio si radunarono tutte le autorità municipali: il Senatore del Popolo Romano, i Conservatori, i Caporioni e i Priori, i Sindaci, i Connestabili e i rappresentanti delle corporazioni. Tutti indossavano gli abiti delle grandi occasioni e portavano le armi della milizia cittadina. In quanto manifestazioni civica, la sfilata del Carnevale era infatti anche occasione per mostrare l’orgoglio militare della città ed era sfruttata dall’aristocrazia per ostentare i segni della propria ricchezza e del proprio potere. Proprio per questo, i cavalli e gli altri attributi del decoro cavalleresco, come per esempio le armi e gli abiti più lussuosi, vi svolgevano un ruolo di primissimo piano.

Cavaliere con costume e bardatura "alla romana" da parata. Libro dei disegni di Filippo Ursoni, 1554 Royal and Albert Hall Museum - Londra

Cavaliere con costume e bardatura
“alla romana” da parata
Libro dei disegni di Filippo Ursoni, 1554
Royal and Albert Hall Museum – Londra

Il corteo si mosse verso il Campo in Agone, cioè verso Piazza Navona, secondo un rigoroso ordine di precedenza. Dopo i rappresentanti dei Rioni sfilarono i cosiddetti Giocatori, vale a dire i campioni dei Rioni stessi, che quel giorno e nei successivi si sarebbero cimentati nelle prove cavalleresche. Erano otto per ciascun Rione ed erano accompagnati ciascuno da otto staffieri. Tra loro – leggiamo in un resoconto anonimo dell’epoca, indirizzato a Girolamo Orsini d’Aragona, duca di Bracciano:

almanco dua in bellissimi cavalli vestititi all’antica, con belle celate, et di molte, et in petto e in capo, gioie, perle, cattene ed altri ornamenti bellissimi, tra li quali uno vi fu particulare, del quale per non monstrar di lasciar adreto l’altri fu ditto portare meglio di trenta miglia scuti de valore tra oro e gioie” (FORCELLA, 1885, pp. 22-23).

Già questa descrizione ci dà un’idea della magnificenza associata alla presenza dei cavalli nel corteo, che si manifestava sia nel pregio degli ornamenti (30 mila scudi solo di gioielli) sia degli animali stessi. Una parola va inoltre spesa sull’appartenenza sociale dei Giocatori, che gli Statuti del 1360-1363 caratterizzano proprio come appartenenti alla categoria dei cavallarocti, vale a dire di coloro che potevano contribuire alla milizia urbana con una cavalcatura e che quindi appartenevano alle arti maggiori e all’aristocrazia non baronale, cioè allo strato più ricco dei commerci e delle professioni.

Corsiero d'Italia con bardatura "alla leggera" Filippo Ursoni, 1554 Royal and Albert Hall Museum - Londra

Corsiero d’Italia con bardatura “alla leggera”
Libro dei disegni di Filippo Ursoni, 1554
Royal and Albert Hall Museum – Londra

La qualità dei cavalli che partecipano alla sfilata è sottolineata in modo più evidente nella successiva descrizione dei Caporioni, che erano montati

sopra a cavalli bellissimi alla legiera, a tre a tre, con i suoi paggi a tre a tre, a cavallo vestiti della loro livrea, con lance e targhe de doi Signori caporioni” (FORCELLA, 1885, p. 23).

In questo caso i cavalli erano bardati “alla leggera”, erano cioè privi di armatura e di altre protezioni tipiche dei cosiddetti “uomini d’arme”.

Cavallo armato e "uomo d'arme", entrambi protetti da armatura metallica. Pirro Antonio Ferraro, Cavallo frenato, 1602

Cavallo armato e “uomo d’arme”,
entrambi protetti da armatura metallica
Pirro Antonio Ferraro, Cavallo frenato, 1602

Questa prima parte del corteo era chiusa dal Priore dei Caporioni e dal Conservatore. Seguivano quindi tredici carri allegorici, uno per Rione, che celebravano la vittoria del console romano Paolo Emilio, vincitore nel II secolo dopo Cristo della terza guerra di Macedonia, la cui vicenda è narrata nelle Vite parallele di Plutarco e il cui nome era considerato allusivo a quello del pontefice. Il corteo era infine chiuso da altre autorità e personalità di alto rango, tutti su “bellissimi cavalli grossi bardati”. Per ultimo incedeva Giuliano Cesarini, Gonfaloniere di Roma, con abito splendido e montato su un “bellissimo cavallo”, come altrettanto bellissimi erano gli esemplari montati dal suo seguito.

Il corteo si snodò sino a Castel Sant’Angelo dove lo attendeva il Papa, al quale venne dedicato un concerto. Quindi tornò indietro sino a Piazza Navona, dove i partecipanti si disposero in bell’ordine. Si tennero quindi delle corse all’anello. Si trattava di un tipo di cimento cavalleresco in cui i cavalieri lanciati al galoppo dovevano infilare la punta della lancia, in un anello sospeso a mezz’aria con un nastro. All’epoca era molto diffuso e tuttora viene praticato in molte parti del mondo. Come per esempio durante il carnevale di Oristano, in cui cavalieri abbigliati con maschere suggestive, debbono cogliere una stella, con al centro un anello, con la punta della spada. Bartolomeo Pinelli ci ha tramandato in una sua stampa una variante praticata a Roma all’inizio dell’Ottocento. L’anello veniva infatti sospeso sotto un tino pieno d’acqua. In questo caso, se il cavaliere sbagliava a puntare la lancia e lo urtava, l’acqua si rovesciava su di lui e sul suo cavallo (si veda l’immagine all’inizio dell’articolo).

La Corsa della Stella

La Sartiglia di Oristano
Foto tratta dal sito www.paradisola.it di Domenico Corraine

Il carattere marziale e cavalleresco di questi cortei è sottolineato nei Nuptiali, testo chiave per la memoria delle feste romane, scritto da Marco Antonio Altieri, nei primi due decenni del Cinquecento. In particolare, vengono esaltate le virtù profuse dall’aristocrazia romana sul campo di Agone, “nell’exercitarse in nelli principij virili” (ALTIERI, 1873, p. 26), cioè negli esercizi cavallereschi, ed è esaltata l’apparizione di “infiniti gentilhomeni et strenui alla guerra in cavalli lor bardati” (ALTIERI, 1873, p. 114) nei cortei che dal Campidoglio portavano a Piazza Navona, al giovedì grasso.

L’indomani, cioè il venerdì 25 febbraio 1536, a Roma si tenne un vero e proprio encierro, vale a dire che i Caporioni fecero condurre in città dai loro Connestabili, tredici tori feroci, uno per ciascun Rione. Il sabato questi animali vennero mostrati sulla piazza del Campidoglio. Questa pratica non deve sorprendere. La tauromachia, infatti, era allora ampiamente diffusa non solo a Roma, ma in molte zone d’Italia. Combattimenti con i tori sono ben documentati per esempio, a Napoli, dove furono particolarmente favoriti dal viceré spagnolo don Pedro de Toledo (1484-1553), che per le corride aveva una vera passione e vi partecipava in prima persona. Caccie di tori si tenevano anche in Toscana. Particolarmente memorabili, secondo Benedetto Croce, furono quelle tenutesi a Siena e a Firenze in occasione della visita del principe Vincenzo Gonzaga, erede al trono di Mantova, nel 1584. Il fatto che i tori venissero condotti imbrancati in città dai mandriani, attraverso le strade cittadine, era assolutamente normale vista la mancanza di mezzi di trasporto analoghi a quelli moderni. Fu per secoli la regola anche per gli animali condotti alla macellazione, come ben testimonia la stampa tratta dai Costumi diversi inventati ed incisi da Bartolomeo Pinelli, del 1822.

Buoi condotti dai mandriani attraverso le vie di Roma Bartolomeo Pinelli, Costumi diversi inventati ed incisi da Bartolomeo Pinelli, 1822

Buoi condotti dai mandriani attraverso le vie di Roma
da Costumi diversi inventati ed incisi da Bartolomeo Pinelli, 1822

La domenica 27 febbraio, infine tutti si ritrovarono al Campo di Testaccio. Qui i Giocatori precedettero i Caporioni:

vestiti et armati come il giovedì innanzi, et arrivati sulla piazza, ovvero Campo di Testazzo li Giuocatori cominciorno un bellissimo Torniamento correndo per la piazza a doi a doi, poi a quattro a quattro, che mai si stavano in riposo” (FORCELLA, 1885, p. 30).

Anche in questo caso il “torniamento” consisteva in corse all’anello. Durante la giostra, i Conservatori fecero approntare sei Carrozze coperte di panno rosso, su ciascuna delle quali era tenuto in gabbia un maiale vivo. Quindi vennero esposti tre palii, vale a dire tre pezze di stoffa pregiata: uno di broccato d’oro foderato d’ermellino, uno di velluto cremisino, foderato di taffetà verde, il terzo di damasco turchino. Si svolsero quindi tre corse di cavalli: quella dei barberi, quella dei giannetti e quello delle cavalle. Nei palii gareggiavano dei cavalli scossi, cioè senza fantino. I barberi erano i cavalli più leggieri e veloci, di sangue prevalentemente orientale, i giannetti erano invece i pregiati cavalli di Spagna, piccoli, agili e focosi.

Le tauromachie si svolgevano in un'area delimitata ai piedi del Monte di Testaccio Etienne Du Pérac, La festa di Testaccio del 1545, incisione. British Museum - Londra

Le tauromachie si svolgevano in un’area delimitata ai piedi del Monte di Testaccio
Etienne Du Pérac, La festa di Testaccio del 1545, incisione.

Sul campo era stata circoscritta un’area ai piedi della discesa del Monte di Testaccio – legando tra di loro dei carri, alle spalle dei quali erano allestiti anche dei palchi e delle tribune – creando una sorta di grande arena. Dal Monte vennero quindi lanciate per la discesa le carrette con i maiali e furono liberati i tori. Allora cominciò la caccia: rito crudele a metà tra corrida de toros e venatio da Colosseo. Anche in questa fase, i cavalli giocavano un ruolo essenziale, poiché la lotta con i tori si combatteva principalmente a cavallo.

Le caccie dei tori erano tanto apprezzate che nel 1500, durante il papato di Alessandro VI (1431-1503), il figlio del papa, Cesare Borgia, nel giorno della festa di San Giovanni affrontò i tori in un’arena costruita addirittura sulla Piazza San Pietro. Lo stesso accade due anni dopo quando, in occasione delle feste per il matrimonio tra Lucrezia Borgia e Alfonso d’Este, il 31 dicembre 1502 in piazza San Pietro si tennero palii e caccie. L’abitudine di tenere corride in Vaticano proseguì anche con il pontificato di Giulio II (1443-1513). Il martedì grasso del 1510, ad esempio, si tennero delle corse di cavalli e, nel cortile del Belvedere, una caccia di tori. L’uso di tenere corride in Vaticano era però avvertito da molti contemporanei come un eccesso di mondanità nel cuore della cristianità e suscitò l’indignazione di Erasmo da Rotterdam.

I tori venivano liberati sul Monte Testaccio e irrompevano nell'arena correndo lungo la discesa Hendrick Van Cleve III, Mons Testaceus, , Festa a Testaccio, incisione di Philipp Galle, 1557-1612 (c.).

I tori venivano liberati sul Monte Testaccio e irrompevano nell’arena correndo lungo la discesa
Hendrick Van Cleve III, Mons Testaceus, incisione Philipp Galle, 1557-1612 (c.).

I ludi di Testaccio finirono con il pontificato di Paolo III, con un’ultima ecatombe nel 1545. Successivamente l’asse del Carnevale Romano, tornò nell’area di Via Lata, l’attuale Via del Corso, dove già lo aveva spostato Paolo II nel 1465. Il 1 novembre 1567 il Papa Pio V (1504-172) pubblicò la costituzione apostolica De salute, con la quale proibì la tauromachia e condannò i maltrattamenti sugli animali da parte dell’uomo, che purtroppo però non ebbe alcun effetto.

Mi fermo qui. Da questi pochi accenni si coglie comunque il ruolo centrale che aveva la dimensione cavalleresca nel contesto del Carnevale Romano. Un’impronta che il Carnevale mantenne anche nei secoli successivi, quando a caratterizzarlo, nel bene come nel male, fu la celebre corsa dei barberi, che da Piazza del Popolo arrivava a Palazzo Venezia.

A bullfight in front of the Palazzo Farnese, Hendrick Van Cleve III, engraving by Philipp Galle, 1557-1612

Caccia di tori a Piazza Farnese, a Roma
Hendrick Van Cleve III, incisione di Philipp Galle, 1557-1612

BIBLIOGRAFIA

ALTIERI, Marco Antonio, Li nuptiali, pubblicati da Enrico Narducci, Roma Tip. C. Bartoli, 1873.

CROCE, Benedetto, La Spagna nella vita italiana durante la Rinascenza, 2a ed. riveduta, Bari, Laterza, 1922.

FORCELLA, Vincenzo, Tornei e giostre, ingressi trionfali e feste carnevalesche in Roma sotto Paolo III, Roma, Tip. Artigianelli, 1885.

GUARINO, Raimondo, Carnevale e festa civica nei Ludi di Testaccio, “Roma moderna e contemporanea”, XX, 2012, 2, pp. 475-497.

L’History talk alla Biblioteca Angelica nelle immagini di Barbara Roppo e Robbi Huner

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Un’accademia equestre nella Sicilia rinascimentale: la Congregazione dei Cavalieri d’Armi

Le splendide tavole de Le guerre festive (Palermo, 1680), mostrano il lusso delle armi e delle bardature impiegate nelle giostre che si tenevano in Sicilia tra il XVI e il XVII secolo

Le splendide tavole de Le guerre festive (Palermo, 1680),
mostrano il lusso delle armi e delle bardature usate
in Sicilia tra il XVI e il XVII secolo

di Giovanni Battista Tomassini

All’alba di venerdì 18 maggio 1565, le sentinelle dei Cavalieri di Malta videro comparire sulla linea dell’orizzonte le vele della flotta turca agli ordini dell’ammiraglio Piyale Paşa. Quasi centosettanta tra galee, galeazze e galeotte, alle quali si sommavano otto grandi mahon da trasporto, più decine di barche più piccole, che portavano i rifornimenti e i cavalli. Il “Gran Turco” sferrava l’attacco alla roccaforte cristiana al centro del Mediterraneo con una delle più grandi armate che si fossero sino ad allora viste. La notizia dell’assedio gettò l’Europa nello sgomento e suscitò un vero e proprio moto di panico nella vicina Sicilia. L’assedio durò quasi quattro mesi ma, alla fine, la strenua resistenza dei cavalieri maltesi ebbe la meglio sulla potenza dell’esercito Ottomano, che venne ricacciato in mare, dopo aver subito pesantissime perdite.

Armatura da Giostra Museo di Capodimonte, Napoli

Armatura da Giostra
Museo di Capodimonte, Napoli

La vittoria non riuscì però a dissipare in Sicilia il diffuso sentimento di un’incombente minaccia. Appariva urgente formare una milizia pronta a respingere eventuali assalti delle coste e a tenere alto l’onore dei siciliani, rivaleggiando in valore con i dominatori spagnoli. Fu dunque con questo scopo che poco dopo l’assedio di Maltya, il viceré di Sicilia, García Álvarez de Toledo y Osorio (1514-1577) fondò a Palermo un’accademia equestre, in cui i nobili potessero esercitarsi nell’equitazione e nelle discipline militari, ma anche studiare la matematica, la geografia e la nautica. L’accademia prese il nome di Congregazione dei Cavalieri d’Armi e assunse San Sebastiano come proprio santo protettore e come emblema il ponte dell’Ammiraglio, un ponte a dodici arcate, di epoca normanna, posto allora ai confini orientali della città di Palermo (oggi è visibile dal Corso dei Mille) e il cui nome (“dell’Ammiraglio”) evocava una delle massime cariche militari dell’ordinamento normanno. Come motto venne scelto invece Et suos hic habet Oratios (“E qui ha i suoi Orazi”), riferendosi a Orazio Coclite, l’eroe romano che (nel 508 a.C.) difese il ponte Sublicio, sbarrando da solo la strada verso Roma agli Etruschi, guidati da Porsenna. Il motto stava a significare che, come Roma, “anche Palermo aveva i suoi Cocliti, virtuosi e coraggiosi uomini in armi capaci di difendere la città da qualsiasi pericolo» (BILE, 2011, p. 30).

Il Ponte dell'Ammriaglio a Palermo venne scelto come emblema della Congregazione

Il Ponte dell’Ammriaglio a Palermo venne scelto come emblema della Congregazione

L’istituzione della Congregazione venne sancita pubblicamente con una cerimonia tenutasi nel giorno di San Sebastiano, in cui alla benedizione dello stendardo dell’accademia seguì una cavalcata per le vie della città:

A 20 gennaio 1567 – Il giorno di San Sebastiano si benedisse il stendardo dei cavalieri dell’Accademia, e lo accompagnaro con torci la sera per tutta la città, essendo li cavalieri armati di armi bianche, essendo generale l’illustre marchese di Avola, consigliere il signor barone di Fiumesalato et Alfiere il signor Carlo di Marchisi. (PARUTA – PALMERINO, 1869, p. 27)

Quello stesso giorno i cavalieri diedero una prima pubblica dimostrazione della loro abilità in una giostra, organizzata al Piano della Marina (oggi piazza Marina, alla fine di corso Vittorio Emanuele, a Palermo). A quell’epoca, giostre e caroselli rappresentavano le principali occasioni in cui i nobili in armi potevano dimostrare la loro abilità negli esercizi marziali in tempo di pace. Giostre e cavalcate pubbliche svolgevano in questo senso un ruolo sociale e politico essenziale. Nella seconda metà del Cinquecento, la crescente importanza strategica delle armi da fuoco e della fanteria aveva infatti drasticamente ridotto il ruolo militare della cavalleria e alimentava nella nobiltà «la frustrazione che deriva da essere cavalieri di nome ma con scarse possibilità, se non i caroselli e i tornei, di dimostrare al mondo e a se stessi di esserlo nei fatti» (ANTONELLI, 1997, p. 194).

4 - Museo di Capodimonte - Elmo del Conte Ruggero

Borgognotta raffigurante la giustizia di Traiano
Museo di Capodimonte, Napoli

In Sicilia, come d’altronde nel resto d’Europa, le giostre erano molto praticate e avevano finito per trasformarsi in veri e propri spettacoli popolari, tanto da indurre il Senato della città di Palermo a far costruire degli “aringo”, veri e propri anfiteatri effimeri in legno, capaci di contenere sino a venticinquemila persone e con palchi riservati alla corte vicereale e ai rappresentanti del Senato. «Ogni occasione era buona per organizzare questo coreografico spettacolo d’armi: le celebrazioni di una vittoria o di un matrimonio; una pace o un’alleanza per festeggiare un importante avvenimento politico, come la visita di un re o di un principe; ma, talvolta, anche per trovare marito alle donzelle o per consentire ai giovani cavalieri di sgranchire le membra dopo l’inerzia di un lungo inverno e tenersi così in costante esercizio e sempre pronti all’uso delle armi» (MANSELLA, 1972, p. 16). Questi cimenti cavallereschi ebbero il loro culmine nel Cinquecento, ma continuarono a essere praticati, con grande sfarzo, anche nel secolo successivo, come dimostrano le superbe stampe che illustrano questo articolo e che sono tratte dalla relazione dedicata da Pietro Maggio alle giostre tenutesi a Palermo in occasione dei festeggiamenti per le nozze del re di Spagna, Carlo II, con Maria Luisa di Borbone-Orléans, nel 1679. La relazione venne pubblicata nel 1680 con il titolo Le guerre festive (Palermo, per Giuseppe la Barbera e Tomaso Rummulo e Orlando).

Rotella da giostra Musoe di Capodimonte, Napoli

Rotella da giostra
Musoe di Capodimonte, Napoli

Il 10 ottobre del 1567, in una solenne cerimonia pubblica, la Congregazione prese possesso del Palazzo Ajutamicristo, posto ai confini delle mura di Palermo (oggi in Via Garibaldi), non distante dal ponte dell’Ammiraglio. Il corteo era guidato da Ottavio del Bosco, nominato generale della Congregazione, scortato da paggi armati a cavallo, ciascuno recante le insegne del proprio signore. Nel palazzo i cavalieri «riunivansi di mattina per le lezioni di matematiche, di giorno pel maneggio dei cavalli» (NARBONE, 1851, p. 101). Lo statuto della congregazione (di cui Maurizio Vesco ha recentemente pubblicato il frontespizio, in VESCO, 2016) regolava minuziosamente, oltre al comportamento che i cavalieri dovevano tenere in presenza del viceré, anche gli incarichi, le riunioni, le cerimonie e le devozioni e stabiliva i requisiti per gli aspiranti. Gli accademici si esercitavano quotidianamente per due ore nel maneggio, divisi in due classi. La ripresa dei più esperti era aperta al pubblico, mentre gli estranei non potevano assistere a quella dei cavalieri ancora debuttanti (cfr. MAYLANDER, 1926-30, vol. I, p. 523).

Nel 1620 la Congregazione cambiò sede e si vide assegnato un palazzo proprio di fronte al palazzo senatorio, per poter più efficacemente e tempestivamente difenderlo in caso di necessità. In occasione di eventuali allarmi, i cavalieri erano tenuti ad adunarsi, armati di tutto punto, presso il ponte dell’Ammiraglio, e ciascuno doveva condurre con sé un compagno armato allo stesso modo. L’accademia però fu soppressa nel 1636.

Dettaglio della rotella da giostra con Orazioo Coclite a cavallo Museo di Capodimonte, Napoli

Dettaglio della rotella da giostra con Orazio Coclite a cavallo
Museo di Capodimonte, Napoli

Subito dopo la costituzione della Congregazione, i cavalieri che ne facevano parte si rivolsero ad armaioli lombardi, all’epoca tra i migliori in Europa, per rifornirsi di armi da guerra e da parata. Qualche anno fa, l’allora vicedirettore del Museo di Capodimonte, Umberto Bile (scomparso nel 2013) scoprì che i pezzi più pregiati dell’armeria di Capodimonte non erano appartenuti ad Alessandro, o a Ottavio Farnese, come si era ritenuto per almeno due secoli, ma risalivano proprio ai cavalieri della Congregazione palermitana. Alcune tra le armi più pregiate appartenute alla Congregazione erano infatti confluite nella collezione dell’armeria di Canicattì, dove erano state conservate per circa due secoli ed erroneamente considerate risalenti all’epoca di Ruggero I il Normanno (1031 circa – 1101). Nel 1800 Giuseppe Bonnano e Branciforte, principe della Cattolica donò a Ferdinando di Borbone un elmo, uno scudo e una spada, considerate le armi appartenute al “Gran Conte” Ruggero I, conquistatore della Sicilia nel 1062. Bile ha dimostrato che si tratta, con tutta evidenza, di una borgognotta, di una rotella da giostra e di una spada di straordinaria fattura, che costituiscono i pezzi più pregiati e celebri dell’armeria di Capodimonte. Sulla rotella, cioè lo scudo da giostra, in ferro sbalzato, ageminato e dorato, è rappresentato Orazio Coclite che, a cavallo, affronta i nemici, mentre i soldati romani demoliscono il ponte Sublicio, per impedire loro di entrare a Roma. È lo stesso eroe romano evocato dal motto della Congregazione palermitana. La bellezza di quelle armi ci dà un’idea della magnifica eleganza dei cavalieri che si esercitarono nell’accademia siciliana.

Graziano Balli Barone di Galattuvo in Pietro Maggio, Le guerre festive, 1680

Graziano Balli Barone di Galattuvo
in Pietro Maggio, Le guerre festive, 1680

BIBLIOGRAFIA

ANTONELLI, Raoul, Giostre, tornei, accademie: formazione e rappresentazione del valore cavalleresco, in AA. VV., I Farnese. Corti, guerra e nobiltà in antico regime, a cura di P. Del Negro e C. Mozzarelli, Roma, Bulzoni, 1997, pp. 191-207.

HERNANDO SÁNCHEZ, Carlos José, La gloria del cavallo. Saber ecuestre y cultura caballeresca en el reino de Napóles durante el siglo XVI, in AA. VV. Actas del Congreso Internacional: Felipe II (1527-1598). Europa y la Monarquía Católica (UAM, 20-23 de abril de 1998), coord. J. Martínez Millán, Madrid, Parteluz, 1998, pp. 277-310.

MANSELLA; Giovanni Battista, Le giostre reali di Palermo, a cura di R. La Duca, Palermo, Sellerio, 1972.

MARINO, Salvatore Salomone, La Congregazione dei cavalieri d’armi e le pubbliche giostre in Palermo nel secolo 16°: notizie e documenti, Palermo : Tip. di P. Montaina e Comp. gia del Giornale di Sicilia, 1877.

MAYLANDER, Michele, Storia delle Accademie d’Italia, Bologna-Trieste, Cappelli, 1926-30 (rist. anastatica Bologna, Forni, 1976).

NARBONE, Alessio, Bibliografia sicola sistematica, o apparato metodico alla Storia litteraria della Sicilia, Palermo, stamp. di G. Pedone, 1851.

PARUTA, Filippo – PALMERINO, Niccolò, Diario della città di Palermo 1500-1613, in AA. VV. Diari della città di Palermo dal secolo XVI al XIX pubblicati sui manoscritti della Biblioteca Comunale, a cura di G. Di Marzo, Palermo, Luigi Pedone Lauriel editore, 1869.

VESCO, Maurizio, La Regia Razza di cavalli e le scuderie monumentali nella Sicilia degli Asburgo: il modello “negato” delle Cavallerizze dei Palazzi Reali di Palermo e Messina, in AA. VV., Las Caballerizas Reales y el mundo del caballo, Cordoba, Edicioneslitopress, 2016, pp. 391-428.

Palazzo Ajutamicristo a Palermo fu la prima sede dell'Accademia

Palazzo Ajutamicristo a Palermo fu la prima sede dell’Accademia