Un’accademia equestre nella Sicilia rinascimentale: la Congregazione dei Cavalieri d’Armi

Le splendide tavole de Le guerre festive (Palermo, 1680), mostrano il lusso delle armi e delle bardature impiegate nelle giostre che si tenevano in Sicilia tra il XVI e il XVII secolo

Le splendide tavole de Le guerre festive (Palermo, 1680),
mostrano il lusso delle armi e delle bardature usate
in Sicilia tra il XVI e il XVII secolo

di Giovanni Battista Tomassini

All’alba di venerdì 18 maggio 1565, le sentinelle dei Cavalieri di Malta videro comparire sulla linea dell’orizzonte le vele della flotta turca agli ordini dell’ammiraglio Piyale Paşa. Quasi centosettanta tra galee, galeazze e galeotte, alle quali si sommavano otto grandi mahon da trasporto, più decine di barche più piccole, che portavano i rifornimenti e i cavalli. Il “Gran Turco” sferrava l’attacco alla roccaforte cristiana al centro del Mediterraneo con una delle più grandi armate che si fossero sino ad allora viste. La notizia dell’assedio gettò l’Europa nello sgomento e suscitò un vero e proprio moto di panico nella vicina Sicilia. L’assedio durò quasi quattro mesi ma, alla fine, la strenua resistenza dei cavalieri maltesi ebbe la meglio sulla potenza dell’esercito Ottomano, che venne ricacciato in mare, dopo aver subito pesantissime perdite.

Armatura da Giostra Museo di Capodimonte, Napoli

Armatura da Giostra
Museo di Capodimonte, Napoli

La vittoria non riuscì però a dissipare in Sicilia il diffuso sentimento di un’incombente minaccia. Appariva urgente formare una milizia pronta a respingere eventuali assalti delle coste e a tenere alto l’onore dei siciliani, rivaleggiando in valore con i dominatori spagnoli. Fu dunque con questo scopo che poco dopo l’assedio di Maltya, il viceré di Sicilia, García Álvarez de Toledo y Osorio (1514-1577) fondò a Palermo un’accademia equestre, in cui i nobili potessero esercitarsi nell’equitazione e nelle discipline militari, ma anche studiare la matematica, la geografia e la nautica. L’accademia prese il nome di Congregazione dei Cavalieri d’Armi e assunse San Sebastiano come proprio santo protettore e come emblema il ponte dell’Ammiraglio, un ponte a dodici arcate, di epoca normanna, posto allora ai confini orientali della città di Palermo (oggi è visibile dal Corso dei Mille) e il cui nome (“dell’Ammiraglio”) evocava una delle massime cariche militari dell’ordinamento normanno. Come motto venne scelto invece Et suos hic habet Oratios (“E qui ha i suoi Orazi”), riferendosi a Orazio Coclite, l’eroe romano che (nel 508 a.C.) difese il ponte Sublicio, sbarrando da solo la strada verso Roma agli Etruschi, guidati da Porsenna. Il motto stava a significare che, come Roma, “anche Palermo aveva i suoi Cocliti, virtuosi e coraggiosi uomini in armi capaci di difendere la città da qualsiasi pericolo» (BILE, 2011, p. 30).

Il Ponte dell'Ammriaglio a Palermo venne scelto come emblema della Congregazione

Il Ponte dell’Ammriaglio a Palermo venne scelto come emblema della Congregazione

L’istituzione della Congregazione venne sancita pubblicamente con una cerimonia tenutasi nel giorno di San Sebastiano, in cui alla benedizione dello stendardo dell’accademia seguì una cavalcata per le vie della città:

A 20 gennaio 1567 – Il giorno di San Sebastiano si benedisse il stendardo dei cavalieri dell’Accademia, e lo accompagnaro con torci la sera per tutta la città, essendo li cavalieri armati di armi bianche, essendo generale l’illustre marchese di Avola, consigliere il signor barone di Fiumesalato et Alfiere il signor Carlo di Marchisi. (PARUTA – PALMERINO, 1869, p. 27)

Quello stesso giorno i cavalieri diedero una prima pubblica dimostrazione della loro abilità in una giostra, organizzata al Piano della Marina (oggi piazza Marina, alla fine di corso Vittorio Emanuele, a Palermo). A quell’epoca, giostre e caroselli rappresentavano le principali occasioni in cui i nobili in armi potevano dimostrare la loro abilità negli esercizi marziali in tempo di pace. Giostre e cavalcate pubbliche svolgevano in questo senso un ruolo sociale e politico essenziale. Nella seconda metà del Cinquecento, la crescente importanza strategica delle armi da fuoco e della fanteria aveva infatti drasticamente ridotto il ruolo militare della cavalleria e alimentava nella nobiltà «la frustrazione che deriva da essere cavalieri di nome ma con scarse possibilità, se non i caroselli e i tornei, di dimostrare al mondo e a se stessi di esserlo nei fatti» (ANTONELLI, 1997, p. 194).

4 - Museo di Capodimonte - Elmo del Conte Ruggero

Borgognotta raffigurante la giustizia di Traiano
Museo di Capodimonte, Napoli

In Sicilia, come d’altronde nel resto d’Europa, le giostre erano molto praticate e avevano finito per trasformarsi in veri e propri spettacoli popolari, tanto da indurre il Senato della città di Palermo a far costruire degli “aringo”, veri e propri anfiteatri effimeri in legno, capaci di contenere sino a venticinquemila persone e con palchi riservati alla corte vicereale e ai rappresentanti del Senato. «Ogni occasione era buona per organizzare questo coreografico spettacolo d’armi: le celebrazioni di una vittoria o di un matrimonio; una pace o un’alleanza per festeggiare un importante avvenimento politico, come la visita di un re o di un principe; ma, talvolta, anche per trovare marito alle donzelle o per consentire ai giovani cavalieri di sgranchire le membra dopo l’inerzia di un lungo inverno e tenersi così in costante esercizio e sempre pronti all’uso delle armi» (MANSELLA, 1972, p. 16). Questi cimenti cavallereschi ebbero il loro culmine nel Cinquecento, ma continuarono a essere praticati, con grande sfarzo, anche nel secolo successivo, come dimostrano le superbe stampe che illustrano questo articolo e che sono tratte dalla relazione dedicata da Pietro Maggio alle giostre tenutesi a Palermo in occasione dei festeggiamenti per le nozze del re di Spagna, Carlo II, con Maria Luisa di Borbone-Orléans, nel 1679. La relazione venne pubblicata nel 1680 con il titolo Le guerre festive (Palermo, per Giuseppe la Barbera e Tomaso Rummulo e Orlando).

Rotella da giostra Musoe di Capodimonte, Napoli

Rotella da giostra
Musoe di Capodimonte, Napoli

Il 10 ottobre del 1567, in una solenne cerimonia pubblica, la Congregazione prese possesso del Palazzo Ajutamicristo, posto ai confini delle mura di Palermo (oggi in Via Garibaldi), non distante dal ponte dell’Ammiraglio. Il corteo era guidato da Ottavio del Bosco, nominato generale della Congregazione, scortato da paggi armati a cavallo, ciascuno recante le insegne del proprio signore. Nel palazzo i cavalieri «riunivansi di mattina per le lezioni di matematiche, di giorno pel maneggio dei cavalli» (NARBONE, 1851, p. 101). Lo statuto della congregazione (di cui Maurizio Vesco ha recentemente pubblicato il frontespizio, in VESCO, 2016) regolava minuziosamente, oltre al comportamento che i cavalieri dovevano tenere in presenza del viceré, anche gli incarichi, le riunioni, le cerimonie e le devozioni e stabiliva i requisiti per gli aspiranti. Gli accademici si esercitavano quotidianamente per due ore nel maneggio, divisi in due classi. La ripresa dei più esperti era aperta al pubblico, mentre gli estranei non potevano assistere a quella dei cavalieri ancora debuttanti (cfr. MAYLANDER, 1926-30, vol. I, p. 523).

Nel 1620 la Congregazione cambiò sede e si vide assegnato un palazzo proprio di fronte al palazzo senatorio, per poter più efficacemente e tempestivamente difenderlo in caso di necessità. In occasione di eventuali allarmi, i cavalieri erano tenuti ad adunarsi, armati di tutto punto, presso il ponte dell’Ammiraglio, e ciascuno doveva condurre con sé un compagno armato allo stesso modo. L’accademia però fu soppressa nel 1636.

Dettaglio della rotella da giostra con Orazioo Coclite a cavallo Museo di Capodimonte, Napoli

Dettaglio della rotella da giostra con Orazio Coclite a cavallo
Museo di Capodimonte, Napoli

Subito dopo la costituzione della Congregazione, i cavalieri che ne facevano parte si rivolsero ad armaioli lombardi, all’epoca tra i migliori in Europa, per rifornirsi di armi da guerra e da parata. Qualche anno fa, l’allora vicedirettore del Museo di Capodimonte, Umberto Bile (scomparso nel 2013) scoprì che i pezzi più pregiati dell’armeria di Capodimonte non erano appartenuti ad Alessandro, o a Ottavio Farnese, come si era ritenuto per almeno due secoli, ma risalivano proprio ai cavalieri della Congregazione palermitana. Alcune tra le armi più pregiate appartenute alla Congregazione erano infatti confluite nella collezione dell’armeria di Canicattì, dove erano state conservate per circa due secoli ed erroneamente considerate risalenti all’epoca di Ruggero I il Normanno (1031 circa – 1101). Nel 1800 Giuseppe Bonnano e Branciforte, principe della Cattolica donò a Ferdinando di Borbone un elmo, uno scudo e una spada, considerate le armi appartenute al “Gran Conte” Ruggero I, conquistatore della Sicilia nel 1062. Bile ha dimostrato che si tratta, con tutta evidenza, di una borgognotta, di una rotella da giostra e di una spada di straordinaria fattura, che costituiscono i pezzi più pregiati e celebri dell’armeria di Capodimonte. Sulla rotella, cioè lo scudo da giostra, in ferro sbalzato, ageminato e dorato, è rappresentato Orazio Coclite che, a cavallo, affronta i nemici, mentre i soldati romani demoliscono il ponte Sublicio, per impedire loro di entrare a Roma. È lo stesso eroe romano evocato dal motto della Congregazione palermitana. La bellezza di quelle armi ci dà un’idea della magnifica eleganza dei cavalieri che si esercitarono nell’accademia siciliana.

Graziano Balli Barone di Galattuvo in Pietro Maggio, Le guerre festive, 1680

Graziano Balli Barone di Galattuvo
in Pietro Maggio, Le guerre festive, 1680

BIBLIOGRAFIA

ANTONELLI, Raoul, Giostre, tornei, accademie: formazione e rappresentazione del valore cavalleresco, in AA. VV., I Farnese. Corti, guerra e nobiltà in antico regime, a cura di P. Del Negro e C. Mozzarelli, Roma, Bulzoni, 1997, pp. 191-207.

HERNANDO SÁNCHEZ, Carlos José, La gloria del cavallo. Saber ecuestre y cultura caballeresca en el reino de Napóles durante el siglo XVI, in AA. VV. Actas del Congreso Internacional: Felipe II (1527-1598). Europa y la Monarquía Católica (UAM, 20-23 de abril de 1998), coord. J. Martínez Millán, Madrid, Parteluz, 1998, pp. 277-310.

MANSELLA; Giovanni Battista, Le giostre reali di Palermo, a cura di R. La Duca, Palermo, Sellerio, 1972.

MARINO, Salvatore Salomone, La Congregazione dei cavalieri d’armi e le pubbliche giostre in Palermo nel secolo 16°: notizie e documenti, Palermo : Tip. di P. Montaina e Comp. gia del Giornale di Sicilia, 1877.

MAYLANDER, Michele, Storia delle Accademie d’Italia, Bologna-Trieste, Cappelli, 1926-30 (rist. anastatica Bologna, Forni, 1976).

NARBONE, Alessio, Bibliografia sicola sistematica, o apparato metodico alla Storia litteraria della Sicilia, Palermo, stamp. di G. Pedone, 1851.

PARUTA, Filippo – PALMERINO, Niccolò, Diario della città di Palermo 1500-1613, in AA. VV. Diari della città di Palermo dal secolo XVI al XIX pubblicati sui manoscritti della Biblioteca Comunale, a cura di G. Di Marzo, Palermo, Luigi Pedone Lauriel editore, 1869.

VESCO, Maurizio, La Regia Razza di cavalli e le scuderie monumentali nella Sicilia degli Asburgo: il modello “negato” delle Cavallerizze dei Palazzi Reali di Palermo e Messina, in AA. VV., Las Caballerizas Reales y el mundo del caballo, Cordoba, Edicioneslitopress, 2016, pp. 391-428.

Palazzo Ajutamicristo a Palermo fu la prima sede dell'Accademia

Palazzo Ajutamicristo a Palermo fu la prima sede dell’Accademia

La Giostra del Saracino di Piazza Navona (seconda parte)

Filippo Gagliardi e Andrea Sacchi,  La Giostra del Saracino a Piazza Navona (1656-1659) Museo di Roma - Palazzo Braschi

Filippo Gagliardi e Andrea Sacchi,
La Giostra del Saracino a Piazza Navona (1656-1659)
Museo di Roma – Palazzo Braschi

di Giovanni Battista Tomassini

Nella prima parte di questo articolo abbiamo visto quali fossero le regole della Giostra del Saracino nel XVII secolo. Scopriamo ora la complessa drammaturgia di questo genere di feste equestri.

A partire dal Rinascimento, giostre e tornei assunsero un carattere eminentemente teatrale. Il loro svolgimento seguiva cioè un canovaccio letterario, che prevedeva un prologo e un epilogo che costituivano la cornice spettacolare e narrativa all’interno della quale erano collocate le prove cavalleresche vere e proprie. Nei giorni che precedevano la gara, un cavaliere, il cosiddetto “Mantenitore”, presentava il proprio cartello di sfida. Di solito questo avveniva nel corso di uno spettacolo in cui venivano recitati sonetti ed eseguite musiche e danze e, generalmente, il Mantenitore si presentava impersonando un personaggio fiabesco, di origine esotica. Nel caso della giostra di Piazza Navona, questo ruolo venne attribuito al marchese Cornelio Bentivoglio, che era considerato un grande esperto di questioni cavalleresche ed era nipote del cardinale Guido, che fu cronista della giostra. Proprio il puntuale resoconto della giostra, redatto dallo stesso cardinale Bentivoglio e soprattutto i bellissimi disegni di Andrea Sacchi che ne arricchiscono l’edizione del 1635, ci offrono la possibilità di scoprire e “vedere” la complessa e interessantissima drammaturgia di questo genere di feste equestri di epoca barocca.

Il primo atto si tenne il sabato grasso del 1634 in casa di Orazio Magalotti, dove era radunata la nobiltà romana. Nel corso della serata, comparve un carro trainato da un’aquila, sul quale un cantante impersonava la Fama. Dopo che questi ebbe cantato dei versi, fece il proprio ingresso un araldo e lesse il cartello di sfida, che era stato redatto dal poeta Fulvio Testi, autore anche dei versi cantati dal musico del cardinale Barberini, Marc’Antonio Pasqualini.  Il Mantenitore si presentava come un misterioso cavaliere egiziano, Tiamo di Menfi, e sfidava i suoi avversari a dimostrare falsa con le armi l’affermazione

che la segretezza in amore è un abuso superstizioso, il quale suppone o scarsezza di meriti alla Dama, o povertà di spirito nel Cavaliere. (BENTIVOGLIO, 1654, p. 201)

Andrea Sacchi, Il Carro della Fama,  in BENTIVOGLIO, 1635. Incisione di Fançois Collignon.

Andrea Sacchi, Il Carro della Fama
(impersonata da Marc’Antonio Pasqualini, musico del cardinale Barberini),
in BENTIVOGLIO, 1635.

La presentazione del misterioso personaggio e la sfida da lui lanciata rappresentavano quindi la premessa favolosa della giostra e la collocavano all’interno di  un ricco tessuto di rimandi simbolici, alla cultura nobiliare e cortese e all’immaginario cavalleresco.

Perché la giostra risultasse uno spettacolo grandioso, vennero designati a parteciparvi ben ventiquattro cavalieri, suddivisi in sei squadre differenti. Questi rappresentavano i cosiddetti “venturieri”, vale a dire coloro che raccoglievano la sfida del Mantenitore ed erano pronti a dimostrare con le armi in pugno che la sua affermazione era falsa. A raccogliere la sfida del Mantenitore fu in prima battuta la squadriglia del Cardinale Barberini. Anche in questo caso i partecipanti impersonavano personaggi di fantasia e di origine esotica. Nella finzione scenica si presentavano infatti come quattro re, prigionieri dei Romani: Aristobolo, Re della Palestina; Tigrane, Infante d’Armenia; Artaferne Principe della Bitinia e Ossatre, signore di Cappadocia. La loro replica venne resa pubblica in occasione di un’altra festa, tenutasi in casa Falconieri pochi giorni dopo la presentazione della sfida. Nel corso della serata, dopo aver assistito a un balletto, gli ospiti si spostarono in una sala dove le sedie erano state disposte come in un teatro. Fecero quindi la loro comparsa due attrici in vesti di Ninfe, che conducevano con sé alcuni pastori e un araldo. Questi lesse la risposta dei quattro cavalieri, che si dissero pronti a dimostrare

la necessità della segretezza in amore più adeguatamente colla lancia che colla penna. (BENTIVOGLIO, 1654, p.206)

Andrea Sacchi, Balletto di Ninfe e Pastori in casa Falconieri,  in BENTIVOGLIO, 1635. Incisione di Fançois Collignon

Andrea Sacchi, Il balletto di Ninfe e Pastori in casa Falconieri
(nel corso della serata in cui si tenne la replica dei venturieri alla sfida del Mantenitore)
in BENTIVOGLIO, 1635

Nei giorni successivi, a Piazza Navona venne allestito lo steccato per la giostra, circondato da un recinto di palchi. Occupava circa i due terzi della piazza, che sorge sui resti dello stadio di Diocleziano e ne conserva in parte la forma. I palchi e le gradinate per il pubblico erano collocate in alto, in modo che al di sotto potessero collocarsi cavalli e personale di servizio, senza disturbare gli spettatori. Proprio di fronte al Saracino venne allestito il Palco per le Dame, al quale si accedeva direttamente dal Palazzo Mellini (successivamente inglobato nel Palazzo Pamphilj, che tuttora si affaccia sulla piazza). Il palco, coperto e riccamente addobbato con stoffe pregiate, era destinato innanzitutto a Anna Colonna, moglie di Taddeo Barberini, fratello del cardinal Antonio, e a Costanza Barberini, madre dello stesso cardinale. Accanto a loro sedevano, in un ordine di precedenza rigorosamente stabilito in base al rango, la moglie dell’ambasciatore di Spagna e le altre dame della nobiltà romana. Sul lato opposto dello steccato, all’interno del campo di gara, era invece collocato il palco dei giudici. Tutta l’arena era circondata di gradinate per il pubblico. Il campo di gara aveva forma ottagonale. La carriera era costituita da un doppio steccato, diviso dalla lizza, ed era pavimentata di mattoni. Infine, sul campo, alla destra dell’ingresso meridionale del teatro, era stato rizzato il padiglione del mantenitore: una ricca tenda da campo, da dove lo sfidante osservava lo svolgersi della gara, circondato dal suo seguito.

Andrea Sacchi, Veduta della Piazza Navona durante la Giostra del 25 febbraio 1634,  in BENTIVOGLIO, 1635. Incisione di Fançois Collignon

Andrea Sacchi, Veduta della Piazza Navona durante la Giostra del 25 febbraio 1634
(sulla destra, contrassegnato con la lettere N, il palco di donna Anna Colonna; a sinistra, contrassegnato dalla M, quello dei giudici)
in BENTIVOGLIO, 1635

La mattina del sabato 25 febbraio 1634 i palchi si riempirono di pubblico. Molti personaggi altolocati assistevano affacciati alle finestre dei palazzi, mentre la servitù e il popolo minuto si accalcava persino sui tetti. Quando le dame e i giudici presero posto nei rispettivi palchi, la festa ebbe inizio. Le squadre dei cavalieri, accompagnate dai rispettivi padrini e scortate da un folto seguito di paggi, staffieri e trombetti, fecero il loro ingresso in campo, seguendo un rigoroso ordine di successione. Il colpo d’occhio era magnifico. Si consideri che, tra cavalieri, paggi e staffieri, alla giostra presero parte trecentosessanta persone e centotrentotto cavalli.

Il primo a essere accolto dal Maestro di Campo fu il Mantenitore, vestito con un sontuoso abito di seta verde, ricamato in oro e decorato con numerose perle e pietre preziose. In testa portava un gigantesco copricapo di piume, al centro del quale era un sole e il motto “Non latet quod lucet” (non è nascosto ciò che riluce). Il cavallo aveva una bardatura altrettanto ricca ed esotica. Lo precedeva un corteo composto da quattro trombetti, sei cavalli condotti a mano, ventotto staffieri a piedi e quattro paggi che recavano ceste dalle quali distribuivano al pubblico copie a stampa del cartello di sfida e vari sonetti. Seguivano poi i Padrini, don Prospero Colonna e il conte di Castel Villano, infine un paggio che portava la lancia e lo scudo del Mantenitore.

Andrea Sacchi, L'ingresso in  campo del Mantenitore,  in BENTIVOGLIO, 1635

Andrea Sacchi, L’ingresso in campo del Mantenitore,
in BENTIVOGLIO, 1635

Lo sfarzo dei vestiti e delle ricchissime bardature dei cavalli aveva un rilievo tutto particolare in questo genere di spettacoli. Lo dimostra il fatto che, almeno a partire dal Rinascimento, la dettagliatissima descrizione della qualità delle stoffe e la foggia degli abiti dei cavalieri e del loro seguito occupa pagine e pagine delle cronache di giostre e tornei e ne costituisce addirittura la parte più consistente. Queste sfilate rappresentavano infatti un’occasione di pubblica rappresentazione del potere dell’aristocrazia, che doveva abbagliare il popolo con abiti vistosi e sgargianti, realizzati con stoffe rare e preziose. D’altra parte, l’ostentazione della ricchezza da parte dei nobili non era rivolta solo al popolo, ma anche ai propri pari, in una competizione per la quale erano pronti a spendere cifre enormi, in alcuni casi sino a indebitarsi e a dissestare le proprie finanze. Non sempre però era oro quello che riluceva. In alcuni casi, le vistose bardature di paggi e staffieri erano realizzate, come veri e propri costumi teatrali, con materiali più poveri, come la cartapaesta e lo stucco.

Andrea Sacchi, La squadra dei Re prigionieri dei Romani (il corteo è aperto dal nano del Cardinale Barberini, in groppa a un piccolo toro) in BENTIVOGLIO, 1635

Andrea Sacchi, La squadra dei Re prigionieri dei Romani
(il corteo è aperto dal nano del Cardinale Barberini, in groppa a un piccolo toro)
in BENTIVOGLIO, 1635

La prima squadra di venturieri a fare il proprio ingresso in campo, dopo il Mantenitore, fu ovviamente quella del cardinale Barberini. Il corteo era aperto dal nano del cardinale che cavalcava un toro, anche lui di piccole dimensioni, coperto d’una vistosa gualdrappa. All’epoca quasi tutti i nobili tenevano nani al proprio servizio, come giullari, o semplicemente per compagnia. Lo accompagnava un analogo seguito di padrini, trombettieri, paggi, staffieri e cavalli di ricambio. Anche in questo caso, i cavalieri avevano abiti stravaganti e diademi di piume sulla testa e tenevano un dardo nella mano destra. Va notato che di questa squadriglia faceva parte anche Domenico Cinquini, che fu uno dei più noti cavallerizzi romani dell’epoca. Di lui, Francesco Liberati scrisse nella seconda edizione del suo libro La perfettione del cavallo (1669):

di tanto valore et esperienza nelle cose Cavalleresche, che senz’ombra alcuna d’ ingrandimento si può di lui affermare, che nel nostro secolo sia egli stato l’Apollo di questa nobilissima professione; poiché non se gli è presentato cavallo così feroce, et indomito che sotto di lui non habbia fatto ad un tratto acquisto d’una maravigliosa mansuetudine et ubidienza; né si è trovato professore così nell’arte provetto, che volontariamente non habbia ceduto et amirato insieme la leggiadria e il garbo con cui a cavallo si reggeva, havendolo io veduto tal volta cavalcare con tanta saldezza che se tra la staffa e il piede, o pure tra lo stivale, o la sella frapposta se li fosse qualsivoglia sottilissima cosa non si sarebbe punto veduto muovere. (LIBERATI, 1669, p. 78)

Andrea Sacchi, La squadra dei cavalieri Sdegnati in BENTIVOGLIO 1634

Andrea Sacchi, La squadra dei cavalieri Sdegnati
in BENTIVOGLIO 1634

Dopo aver fatto il proprio ingresso e aver sfilato davanti al pubblico, i cavalieri della prima squadra affrontarono subito la prova del Saracino. Subito dopo fece ingresso la squadra successiva e così di seguito. Tutte le squadre erano composte da cavalieri che impersonavano personaggi favolosi. C’era quella dei cavalieri Romani, quella dei Provenzali, quella dei cosiddetti Pertinaci, quella intitolata alla Dea Iside, quella degli Sdegnati. Con modalità analoghe a quelle seguite dalle squadre precedenti, ciascuna “passeggiò il campo”, eseguì cioè una sfilata davanti ai palchi, mentre i paggi distribuivano sonetti e repliche alla sfida del Mantenitore. Quindi prendeva il posto di quella che l’aveva preceduta e i cavalieri si cimentavano nella corsa contro il fantoccio. In questo modo le squadre venivano mantenute in continuo movimento,

onde il Theatro poté con ogni commodità per tutti i versi vagheggiare gli habiti, e le livree di ciascuna Squadriglia. (BENTIVOGLIO, 1635, p. 115)

Andrea Sacchi, La squadriglia dei cavalieri Provenzali (al termine della giostra, questa squadra vinse lo spareggio per l’assegnazione del premio del Masgalano) in Bentivoglio, 1635

Andrea Sacchi, La squadriglia dei cavalieri Provenzali
(al termine della giostra, questa squadra vinse lo spareggio
per l’assegnazione del premio del Masgalano)
in Bentivoglio, 1635

Quando tutti i cavalieri ebbero corso contro il Saracino, il Maestro di Campo fece di nuovo sfilare il Mantenitore e tutte le squadre. Infine, lo squillo delle trombe annunciò la corsa della “lancia della Dama”, una sorta di premio speciale, che consisteva in un gioiello tempestato di diamanti, collocato al centro di un mazzo di rose rosse e offerto da Anna Colonna. Furono dodici i cavalieri che, durante questa prova, colpirono il fantoccio in fronte e si ritrovarono quindi ex-aequo. I giudici decisero quindi di estrarre a sorte il vincitore. Terminate le prove, i cavalieri continuarono però a dar spettacolo, cimentandosi in varie prove di abilità. In particolare, il Mantenitore imbracciò una lancia per braccio e, guidando il cavallo con le redini tra i denti, caricò e colpì il fantoccio con entrambe. Quindi, fece legare tre lance assieme e con quelle caricò e colpì di nuovo il bersaglio, quasi staccandogli la testa. La sua superiorità sugli avversari nelle prove cavalleresche fu schiacciante, tanto che vinse ben sedici premi. Si trattava di gioielli che, in segno di galanteria, il cavaliere regalò alle dame più in vista.

Andrea Sacchi, La squadra dei cavalieri della Dea Iside in BENTIVOGLIO 1634

Andrea Sacchi, La squadra dei cavalieri della Dea Iside
in BENTIVOGLIO 1634

Oltre ai premi assegnati per le prove cavalleresche, ogni giostra prevedeva anche un riconoscimento alla squadriglia che veniva giudicata più elegante e di miglior portamento. Si trattava del cosiddetto Premio del Masgalano (dallo spagnolo “mas galante”, più galante). Questo riconoscimento sopravvive tutt’oggi nel Palio di Siena, dove viene assegnato alla contrada la cui “comparsa” (cioè, la cui squadra) viene giudicata la più “elegante”, nel corso del corteo storico che precede la corsa. Nella giostra di Piazza Navona il premio, offerto dal cardinale Barberini, consisteva in una splendida spada d’argento e in un cappello di castoro, con guanti e altre guarnizioni. A giudicare erano le Dame, che decretarono un ex-aequo tra i cavalieri della prima squadriglia (quella dei quattro Re) e quella dei cavalieri Provenzali. Si decise quindi di eleggere un campione per ciascuna squadra, che avrebbe dovuto correre tre lance contro il Saracino tre volte, per stabilire il verdetto. La vittoria arrise dal conte Ambrogio di Carpegna, per la squadriglia dei Provenzali.

08 - Nave di Bacco

Andrea Sacchi, La nave di Bacco
(lungo la fiancata si riconoscono gli emblemi di quelle che all’epoca erano le due famiglie più potenti di Roma: le api dei Barberini e la colonna dei Colonna)
in BENTIVOGLIO, 1635

L’intero spettacolo durò oltre cinque ore. Quando ormai cominciava a imbrunire, s’udirono alcuni colpi di cannone e nello steccato fecero ingresso due carri: il primo a forma di nave, il secondo di barca. Il primo era riccamente decorato con gli emblemi dei Barberini e dei Colonna (all’epoca le principali famiglie nobiliari a Roma). La nave era armata di cannoni e fuochi artificiali e trasportava attori che impersonavano il dio Bacco, accompagnato dal Riso, da baccanti, satiri pastori e artiglieri che sparavano a salve con i cannoni. La barca aveva a bordo diversi musicisti, che tennero un concerto sotto il palco di Anna Colonna e della Marchesa di Castel Rodrigo, ambasciatrice di Spagna. Lo spettacolo della Nave di Bacco destò tale meraviglia che il popolo reclamò che venisse esposta al pubblico, perché anche chi non aveva assistito alla giostra potesse venire ad ammirarla. E così fu fatto, mentre le dame e i cavalieri trascorsero la serata al ricevimento offerto dal Cardinale Barberini, nel Palazzo Mellini, che si affacciava sulla piazza.

Andrea Sacchi, La barca dei musici (dopo aver percorso il campo, la barca si fermò sotto il palco delle Dame e tenne un concerto) in BENTIVOGLIO ,1635

Andrea Sacchi, La barca dei musici
(dopo aver percorso il campo, tennero un concerto sotto il palco delle Dame)
in BENTIVOGLIO ,1635

BIBLIOGRAFIA

ADEMOLLO, Alessandro, Il Carnevale del 1634 in Piazza Navona, in Il carnevale di Roma nei secoli XVII e XVIII : appunti storici con note e documenti, Roma, A. Sommaruga, 1883, pp. 23-58.

BENTIVOGLIO, Guido, Festa fatta in Roma alli 25. di febraio MDCXXXIV, in Roma, data in luce da Vitale Mascardi, 1635.

LIBERATI, Francesco, La Perfettione del cavallo, Roma, per Michele Hercole, 1639 (2° ed. Roma, 1669).

LINK:
Hati Trust Digital Library

La Giostra del Saracino a Piazza Navona (prima parte)

Giovanni Ferri, Giostra del Saracino a piazza Navona del 25 febbraio 1634 (XVII sec ) Museo di Roma - Palazzo Braschi

Giovanni Ferri, Giostra del Saracino a piazza Navona del 25 febbraio 1634 (XVII sec )
Museo di Roma – Palazzo Braschi

di Giovanni Battista Tomassini

Con la disinvoltura tipica dei Papi di quei tempi, nel 1628 Urbano VIII ordinò cardinale suo nipote, che all’epoca aveva appena vent’anni. In poco tempo, Antonio Barberini guadagnò una posizione di rilievo nella Curia romana, dove anche suo fratello Francesco e suo zio Antonio seniore sedevano nel collegio cardinalizio. Per celebrare il proprio ruolo e il potere della sua famiglia, enormemente accresciutosi grazie alla protezione del Papa, all’inizio del 1634 Antonio decise di finanziare, con la favolosa somma di 60.000 scudi, una grande Giostra del Saracino in onore del principe Alessandro Carlo Wasa di Polonia, in quel periodo in visita a Roma. Nelle sue intenzioni quello doveva essere l’evento culminante del Carnevale di quell’anno e restare nella memoria anche dei posteri. Come teatro scelse Piazza Navona, dove già da alcuni secoli si tenevano giostre e altri cimenti cavallereschi in occasione del Carnevale. L’ideazione letteraria della giostra venne affidata prevalentemente al poeta Fulvio Testi, residente del Duca di Modena, e l’allestimento all’architetto e scenografo Francesco Guitti, ferrarese.

Di questa formidabile festa in armi ci sono rimaste diverse testimonianze. A cominciare da due bei quadri, conservati nel Museo di Roma di Palazzo Braschi: uno di Filippo Gagliardi e Andrea Sacchi, che offre una visione d’insieme della piazza e l’altro attribuito a Giovanni Ferri, che adotta invece un punto di vista più ravvicinato. Dell’evento resta poi una dettagliata relazione del cardinale Guido Bentivoglio, pubblicata nel 1635 ed arricchita da splendidi disegni dello stesso Andrea Sacchi.

Carlo Maratta, Ritratto del cardinal Antonio Barberini (1670) Galleria Nazionale d’Arte Antica di Palazzo Barberini - Roma

Carlo Maratta, Ritratto
del cardinal Antonio Barberini (1670)
Galleria Nazionale d’Arte Antica
di Palazzo Barberini – Roma

La Giostra del Saracino è un particolare tipo di cimento cavalleresco che consiste nel caricare al galoppo e colpire con la lancia un fantoccio girevole, collocato in cima a un palo. Di solito il fantoccio ha il braccio destro armato da una mazza, o da una sferza, e imbraccia uno scudo col sinistro. Secondo alcuni, questo esercizio sarebbe ispirato a quello del palus, descritto nell’Epitoma rei militaris, di Vegezio (IV-V secolo d.C.), con cui i soldati romani venivano addestrati  a colpire con la spada. La Giostra del Saracino era anche chiamata Quintana e prevedeva la variante in cui anziché colpire il fantoccio, il cavaliere doveva infilare la punta della lancia in un anello sospeso al braccio del manichino. Si dice “del Saracino” perché tipicamente il manichino girevole aveva le fattezze e l’abbigliamento di un Moro, cioè appunto di un “saraceno”, vale a dire di un musulmano, come i pirati che razziavano le coste italiane, provenendo dal Nord Africa.

Contrariamente a quanto si vede oggi in molte rievocazioni di questo tipo di Giostra (per esempio ad Arezzo, o  ad Ascoli Piceno), originariamente il cavaliere non doveva colpire lo scudo imbracciato dal Saracino, ma la testa. Anzi, se colpiva lo scudo il cavaliere veniva penalizzato. Lo spiegano esplicitamente i “capitoli da osservarsi nella Festa”, vale a dire il regolamento della giostra tenutasi a Piazza Navona nel 1634.

Chi colpirà dalle Ciglia in su, e nel segno a tal effetto aggiustato rompendo guadagnerà tre botte. Dalle Ciglia alla Bocca, due, e dalla Bocca al Mento una con la distinzione del delineamento a tal effetto apparente. Non rompendo, s’intenderà sempre che non habbia colpito, né fatta botta. Rompendo dal Mento, e dalla Gola in giù non acquista botta alcuna. Cascando la groppella, senza rompere, e staccarsi legno da legno non si intende rotto, e toccando il colpo qualche delineamento s’inten­da la botta immediata inferiore. […]
Chi colpirà nello scudo, ò altro luogo del corpo del Saracino rompendo, ò non rompendo perderà una botta dell’acquistato, o d’acquistarsi.
Chi perderà nella carriera Lancia, Cappello, Spada, Briglia, ò Staffa perderà la Carriera.  (BENTIVOGLIO, 1635, p. 20)

Andrea Sacchi, La squadra dei cavalieri Romani in BENTIVOGLIO 1634

Andrea Sacchi, La squadra dei cavalieri Romani
in BENTIVOGLIO 1634

Il punteggio veniva quindi assegnato come segue: tre punti (“botte”) al cavaliere che colpiva il fantoccio sulla fronte (“dalle Ciglia in su”), dove era collocato un apposito bersaglio (“nel segno a tal effetto aggiustato”). Due punti venivano assegnati se si colpiva il volto (“dalle Ciglia alla Bocca”), uno se si colpiva il mento (“dalla Bocca al Mento”). Queste aree erano delimitate da linee tracciate sulla testa del fantoccio (“la distinzione del delineamento a tal effetto apparente”). Per essere valido il colpo doveva produrre la rottura della punta della lancia, che a questo scopo era fatta di un legno più tenero di quello usato nelle lance da guerra. Nel caso in cui nell’urto si fosse staccata solo la punta della lancia (“groppella”), ma senza la rottura dell’asta di legno, il colpo veniva considerato nullo, mentre qualora la lancia avesse colpito una delle linee che dividevano il bersaglio, cioè la testa del Saracino, veniva assegnato il punteggio associato all’area inferiore, quindi quello più basso. Se invece il cavaliere colpiva lo scudo, oppure un altro punto del corpo del fantoccio, sia che si rompesse o meno la punta della lancia, veniva comunque penalizzato di un punto. Qualora infine, durante la carica avesse perso la lancia, la spada, il cappello, oppure gli fosse sfuggita una staffa o la briglia, perdeva la “carriera”, vale a dire non gli veniva assegnato alcun punto.

Crispin de Passe il giovane, Quintana, in PLUVINEL, 1625, Tav. 47.

Crispin de Passe il giovane, Quintana, in PLUVINEL, 1625, Tav. 47

Troviamo conferma di queste regole nel trattato, di poco precedente, del francese Antoine de Pluvinel, L’instruction du Roi en l’exercice de monter à Cheval (1625), a riprova che non solo erano in uso da tempo, ma erano largamente diffuse anche al di fuori dell’Italia. Il trattato è scritto in forma di dialogo tra l’autore e il re di Francia, Luigi XIII, che fu suo allievo nelle discipline cavalleresche:

SIRE, a volte i cavalieri si stancano di fare sempre la stessa cosa e trovano troppo faticoso, e a volte doloroso, ripetere spesso l’esercizio di affrontarsi in lizza gli uni contro gli altri; si divertono invece nella corsa all’anello, della quale raramente si stancano. Non considerando però questo esercizio abbastanza Marziale, i più inventivi hanno trovato un esercizio intermedio, che consiste nel collocare una figura d’uomo nella stessa posizione e alla stessa altezza di un avversario che li affronti in lizza. Armati di tutto punto, rompono le loro lance contro questa sagoma, che chiamano Quintana, , affrontandola come farebbero con un uomo vero; in questo modo eseguono un esercizio che è a metà strada tra la furia di affrontarsi in lizza gli uni contro gli altri e la gentilezza della corsa all’anello: il punto in cui rompere [la lancia] è nella testa, i migliori colpi sono quelli al di sopra degli occhi nella fronte, i meno buoni sono quelli al di sotto. E se qualche cattivo uomo d’arme colpisce lo scudo che la Quintana porta sul braccio sinistro, questa si gira su un perno e rischia di colpire colui che si è servito così male della lancia, il quale perde così la carriera a causa della sua malagrazia. (PLUVINEL, 1625, pp. 138-139).

Le parole dell’autore sono rese esplicite da una delle splendide tavole di Crispine de Passe il giovane, che ornano il libro di Pluvinel e ne fanno uno dei più bei libri dedicati all’equitazione. Nella tavola 47 si vede il re nell’atto di colpire la Quintana (che ha le sembianze di un imperatore romano, armato di spada e scudo e con il capo cinto d’alloro). Il sovrano porta il colpo su un bersaglio posto al centro della fronte del manichino. Sullo sfondo, alcuni cortigiani montati a cavallo assistono compiaciuti assieme all’autore, mentre un paggio segue da presso il cavaliere, portando una nuova lancia.

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Andrea Sacchi, La squadra dei cavalieri Pertinaci in BENTIVOGLIO 1634

Andrea Sacchi, La squadra dei cavalieri Pertinaci
in BENTIVOGLIO 1634

BIBLIOGRAFIA:

BENTIVOGLIO, Guido, Festa fatta in Roma alli 25. di febraio MDCXXXIV, in Roma, data in luce da Vitale Mascardi, 1635.

PLUVINEL, Antoine de, L’instruction du Roy en l ’exercice de monter à cheval, desseignées & gravées par Crispian de Pas le jeune, Paris, M. Nivelle, 1625.

LINK:

Museo di Roma – Palazzo Braschi: http://www.museodiroma.it/

Galleria Nazionale d’Arte Antica – Palazzo Barberini:
http://galleriabarberini.beniculturali.it/