Nuove notizie sulla vita di Cesare Fiaschi

di Giovanni Battista Tomassini

Nuovi dettagli interessanti e sinora sconosciuti della biografia di Cesare Fiaschi emergono dallo studio di alcune fonti antiche, che illuminano di una nuova luce una delle figure più interessanti della cultura equestre del Rinascimento e confutano molte leggende e inesattezze tramandate sul suo conto.

Un curioso destino accomuna gli autori dei primi trattati d’equitazione, pubblicati in Italia durante il Rinascimento. Poco considerati dagli storici di professione che, con qualche luminosa eccezione, li hanno ignorati, sono invece venerati come numi tutelari da un ristretto manipolo di appassionati di storia dell’equitazione, che però di loro non sanno molto più del nome stampato sul frontespizio dei loro libri. Non fa eccezione Cesare Fiaschi, autore di quel Trattato dell’imbrigliare, atteggiare e ferrare cavalli, pubblicato a Bologna nel 1556,  che è uno dei libri più affascinanti e originali mai dedicati all’arte equestre. Sulla vita di Cesare Fiaschi le informazioni di cui sinora disponevamo erano scarsissime e in gran parte del tutto errate. Basta fare una ricerca sul web per constatare come sul suo conto siano fiorite leggende senza alcun riscontro e spesso caratterizzate da evidenti anacronismi. Per esempio, molti sostengono che il ferrarese Fiaschi fu allievo di Federico Grisone e che i due collaborarono in una fantomatica accademia di Napoli, oppure che, come scrive André Monteilhet (MONTEILHET, 2009, p. 128), Fiaschi fondò un’altrettanto fantomatica accademia a Ferrara nel 1534 (va detto che gli appassionati di equitazione hanno una vera ossessione per le accademie!). Tutte notizie che non hanno però alcun riscontro nei documenti dell’epoca e che, come vedremo, in molti casi non possono essere avvenute per semplici ragioni cronologiche. Proverò quindi qui di seguito a riunire alcuni dati interessanti e sinora ignoti agli studiosi, riguardanti la vita di Cesare Fiaschi, che ho raccolto recentemente da alcune fonti antiche.

Frontespizio dell’opera di Alfonso Maresti

La prima di queste è l’opera monumentale del conte Alfonso Maresti, Teatro geneologico et istorico dell’antiche & illustri famiglie di Ferrara di cui, tra il 1678 e il 1708, vennero stampati i tre voluminosi tomi. Maresti dedica un’ampia trattazione alla storia della famiglia Fiaschi, dalla quale apprendiamo che fu una delle più eminenti famiglie ferraresi. Il padre di Cesare, Girolamo, fu scudiere del re di Francia Carlo IX, mentre sua madre Eleonora apparteneva alla famiglia Sacrati, considerata una delle più in vista e ricche di Ferrara. Cesare fu il decimo figlio della coppia e nacque nel 1523, insieme alla sorella gemella Lucrezia. Dal matrimonio di Girolamo con Eleonora Sacrati nacquero infatti: Alberto (1510), Margherita (1511), Alfonso (1512), Isabella (1514), Alessandro (1516), Margherita II (1518), Ludovico II (1520), Ercole (1522) e appunto Lucrezia e Cesare gemelli (MARESTI, 1708, p. 155).

Cesare sposò Barbara Romei, dalla quale non ebbe figli. Lo dimostra il fatto che, il 22 novembre 1567, fece testamento presso il notaio Renato Cati a beneficio dei nipoti Giacomo e Luigia, figli di suo fratello Alfonso. Maresti scrive inoltre che:

“Hebbe Privilegio Imperiale di Conte, e Cavaliero, di creare Notari, e legittimare Bastardi” (MARESTI, 1708, p. 156).

Da Maresti, apprendiamo che all’epoca della redazione del terzo testamento di suo padre Girolamo, il 24 ottobre 1570, dei cinque figli maschi che quello aveva avuto da sua moglie Eleonora, sopravvivevano solo Cesare e Alessandro.

Il trattato di Fiaschi è l’unico in cui per trasmettere esattamente ai lettori il ritmo con il quale eseguire
determinati esercizi l’autore ne accompagna il disegno
con uno spartito musicale

Per quanto riguarda i fratelli di Cesare, il primogenito Alberto, fu dottore in legge e si recò a Roma, dove ottenne la dignità ecclesiastica. Tornato a Ferrara, venne nominato Canonico della Cattedrale. Le due figure più eminenti furono però Alfonso e Alessandro. Alfonso, servì gli Este e fu inviato come ambasciatore presso la corte di Francia. Ebbe inoltre l’incarico di governatore dei possedimenti che il duca Ercole II aveva ottenuto oltralpe dopo il matrimonio (1528) con Renata e per i servigi che la Casa d’Este aveva reso alla Corona. Alfonso morì nella città di Caen e fu sepolto nella Chiesa dei Frati Minimi di San Francesco di Paola di quella città. Alessandro ebbe anche lui un ruolo di primo piano nella corte estense e fu ambasciatore in Francia, Spagna, a Roma e in Germania. Della sorella gemella di Cesare, Lucrezia, non ci sono invece rimaste notizie. Ercole morì in giovane età, Margherita quand’era ancora in fasce. La seconda Margherita entrò nel Monastero di Santa Maria di Mortara e fu due volte badessa. Anche Isabella prese l’abito religioso nel Monastero di San Vito, di cui fu due volte Madre Superiora.

Palazzo Fiaschi, a Ferrara,

I Fiaschi risiedevano nello storico Palazzo di famiglia, nella contrada Mucina, contiguo alla Chiesa di Santa Giustina, in quella che oggi si chiama Via Garibaldi. Lo avevano ereditato dal nonno di Cesare, Ludovico, che fu particolarmente beneficato dal duca Ercole I. Oltre a nominarlo Cavaliere e a presenziare alle sue nozze con Margherita Perondoli, nel 1478, il duca donò a Ludovico il palazzo che aveva confiscato al milanese Matteo dall’Erbe, dopo che questi si era schierato con Lionello d’Este nella congiura del 1476 (Frizzi, 1796; Aventi, 1838; Moroni, 1843). Il palazzo venne ristrutturato intorno al 1600, dal marchese Alessandro Fiaschi (Aventi, 1838). È stato purtroppo distrutto il 29 Dicembre 1943, nel corso del primo bombardamento di Ferrara (Piva 2017) e ora al suo posto sorge un condominio moderno. 

Palazzo Fiaschi ridotto in macerie, dopo il primo bombardamento di Ferrara il 29 dicembre del 1943

Di Fiaschi, Maresti scrive che

Cesare […] si dedicò tutto alle attioni Cavalleresche, e perciò fu sommamente celebrato in quei tempi (MARESTI, 1708, p. 156).

Notizie interessanti sulla vita di Cesare ci vengono anche da un’opera dell’abate Antonio Libanori. Nella terza parte  del suo libro Ferrara d’oro, “che contiene gl’elogij de’ più famosi, ed illustri scrittori di questa patria”, Libanori ci offre un ritratto di Cesare a dir la verità piuttosto convenzionale e generico:

Frontespizio dell’opera dell’abate Libanori

“Anco il Marchese [probabilmente Libanori si riferisce al titolo che i Fiaschi ottennero in seguito, mentre abbiamo visto che, secondo Maresti, Cesare era Conte] Cesare Fiaschi, Nobilissimo Cavaliere Ferrarese mirabilmente si dilettò di belli, e generosi Cavalli, e come che le sue ricchezze corrispondessero alla generosità del di lui animo, soleva egli fra l’altre magnifiche e splendide operazioni, Tenere in Stalla, un grosso numero di legiadri, e ben fatti Corsieri, di tutte le più rinomate razze, che poteva havere, non guardando a sorte alcuna di spesa per farne venire non solo dal Regno di Napoli, ma Oltremontani e di là dal Mare, sia per servizio delle Carrozze, come da Sella, per cavalcare armeggiare, per la Caccia, Tornei e giuochi cavallereschi. Per lo che n’haveva piene le Stalle e gli faceva poi molto ben governare, curare, et ammaestrare in ogni attegiamento. E non solo per lo più assisteva all’Operazioni, ma in oltre, come peritissimo in quella cavalleresca professione compose un bel Trattato d’imbrigliare, atteggiare e ferrare i Cavalli, diviso in tre Libri, ne quali sono delineate tutte le figure d’ogni sorte di Freno, Briglia, Sella, Ferri et altro che faccia proposito per questa nobile professione”. (LIBANORI, 1674, p.126)

Ben più interessante è la descrizione che Libanori fornisce dell’arme familiare, vale a dire dello stemma, della famiglia Fiaschi:

Arme familiare dei Fiaschi

“L’Arme di questo nobilissimo soggetto consiste in tre More nere, poste in triangolo con foglie verdi in Campo bianco; furono poi con Privilegio di Massimiliano secondo nel 1568 alli 6. Novembre accresciute alli Signori Marchesi Fiaschi le Aquile nere Imperiali in campo d’oro, sì che al presente li Signori Marchesi fanno l’Arma sua inquartata con l’Aquila nera Imperiale in Campo d’oro, e Fiasco bianco in campo rosso, nel mezzo a detti quattro Campi vi è uno scudetto con le tre more accennate, per essere questa l’Arma antica della sua nobilissima Casa” (LIBANORI, 1674, p. 284).

Giacomo Attendolo Sforza (1369-1424), duca di Cotignola, in una miniatura del XV secolo

La presenza delle tre more richiama la storia della famiglia Fiaschi. Secondo Maresti, avrebbe origini orientali e sarebbe arrivata in Italia dalla Grecia, nel tredicesimo secolo. A quell’epoca non aveva assunto ancora il cognome che ora conosciamo, ma i suoi componenti sarebbero stati noti come “de’ Mori”. Se ne cominciano però ad avere attestazioni significative a partire dal secolo successivo, quando un tale Pietro Gerasio, si segnala al servizio di Giacomo Attendolo Sforza (1369-1424), duca di Cotignola capostipite della dinastia che da lì a poco si sarebbe impadronita del ducato di Milano. Attendolo assegnò Pietro Gerasio come compagno d’armi di suo figlio Francesco.

Antonio Pollaiolo, Studio per il monumento equestre a Francesco Sforza

Al seguito di Francesco, Pietro Gerasio partecipò alla guerra di successione del Regno di Napoli, opponendosi ad Alfonso V d’Aragona. Secondo quanto riporta Maresti, l’acquisizione del cognome Fiaschi sarebbe legata proprio a un episodio di questa guerra, in cui Francesco e Pietro Gerasio combatterono sotto le insegne della regina Giovanna II d’Angiò. Nelle alterne vicende del conflitto, a un certo punto la regina dovette fuggire per l’incalzare delle truppe nemiche e durante la fuga si ritrovò estremamente assetata, in un luogo dove non c’era acqua. In quel frangente Pietro Gerasio le sarebbe venuto in soccorso con un fiasco di vino, che aveva trovato in quel luogo. Da allora nell’esercito presero a chiamarlo “Pietro dal Fiasco” e questo soprannome passò a quello dei suoi familiari, sostituendo l’antico cognome “de Mori” con quello “dal Fiasco” o “de Fiaschi”. Sarebbe proprio in ricordo di questo episodio che Pietro Gerasio aggiunse il fiasco al suo stemma familiare, con le tre more. Sempre secondo Maresti, poco prima di conquistare definitivamente il ducato di Milano, nel 1448, Francesco Sforza investì Pietro Gerasio del titolo di conte e gli assegnò come feudo la contea del Castello di Tizzano, all’epoca nello Stato di Milano. A testimonianza dello stretto rapporto che lo univa al suo signore Pietro, fu uno dei dodici cavalieri ammesso alla mensa dello Sforza. Alla sua morte Pietro Gerasio fu sepolto nella Pieve di Tizzano, che era nei suoi possedimenti e che oggi è in provincia di Parma.

La pieve di Tizzano dove è spolto Pietro Gerasio, avo di Cesare Fiaschi

La prima attestazione certa del cognome Fiaschi a Ferrara risale al 4 aprile 1439, in un atto di acquisto in cui viene nominato come testimone un “egregio viro Bartolomeo alias cognominato Fiasco, famulo Illustrissimi Domini Marchionis Estensis, et filio quondam Iacobi Mattei de Moro” (MARESTI 1708, pp. 147-148). Di lui sappiamo che ricevette un feudo con titolo di Nobile ferrarese da Nicolò III d’Este nel 1428 e ottenne ulteriori benefici nel 1431. Bartolomeo ebbe tre figli, dei quali Ludovico, servì gli Estensi, ottenendo in cambio ampi benefici e possedimenti. È lui il nonno di Cesare, dal quale la famiglia ereditò il Palazzo in città.

È probabile che gli ultimi anni di vita di Cesare furono angustiati da una grave minaccia. L’Italia in cui visse il nostro nobile cavaliere era percorsa dai fermenti religiosi nati con la Riforma luterana e dalla conseguente reazione della Chiesa di Roma, che con il Concilio di Trento aveva deciso di reprimerli con ogni mezzo. Nel 1551 a Ferrara venne processato, condannato e impiccato un predicatore di origine siciliana, un monaco benedettino, Giorgio Rioli detto Giorgio Siculo, autore di opere giudicate eretiche, nelle quali annunciava straordinarie rivelazioni, che sosteneva gli fossero state comunicate direttamente da Cristo. Uomini potenti e umili, così come religiosi e laici, furono affascinati dalle sue dottrine, che venivano divulgate in forma segreta. La persecuzione dei suoi seguaci si protrasse per alcuni decenni dopo la sua morte.

Il 3 dicembre 1567 fu arrestato Francesco Severi, detto l’Argenta, famoso medico e professore dell’Università di Ferrara. Il processo si protrasse per diversi mesi e coinvolse altri ferraresi. La condanna arrivò ai primi di agosto del 1568, e sappiamo da una cronaca dell’epoca che fu letta pubblicamente a Ferrara il 29 dello stesso mese. Severi fu condannato alla galera perpetua, così come diversi altri adepti della setta. Tre vennero decapitati e poi bruciati. Tra le altre condanne figura anche quella a tale Cesare Fiaschi, gentiluomo ferrarese, a dieci anni di galera. La cronaca che riporta queste notizie avverte che, a parte i morti, a tutti i condannati “in progresso di tempo gli furono rimesse in parte tal condemnationi, a quali per intercessione d’amici, et ad altri per altri maneggi, ma principalmente per esser successo un inquisitore non tanto aspro come quello che li condennò” (cit. in PROSPERI, 2011, p. 280). Questo non accadde purtroppo a Francesco Severi, che il 13 luglio 1570 fu di nuovo giudicato colpevole e un mese dopo, decapitato e bruciato.

Gli ultimi anni della vita di Fiaschi potrebbero essere stati funestati
da una condanna per eresia

Se effettivamente il Cesare Fiaschi condannato come seguace della setta giorgiana è il nostro autore è probabile che le intercessioni di amici e familiari potenti non gli siano mancate e che non abbia finito i suoi giorni in una cella, o ai remi di una galera (le condanne all’epoca venivano infatti spesso scontate sulle navi da guerra, in condizioni che facevano rimpiangere le umide segrete del Castello di Ferrara).  Questa condanna per eresia, tutta ancora da verificare e da approfondire, potrebbe però spiegare una certa reticenza riguardo alla figura di Cesare da parte degli autori che si sono occupati della famiglia Fiaschi in epoche immediatamente successive ai fatti, quando forse la memoria degli avvenimenti era ancora viva. Di lui di solito si limitano a ricordare l’opera, senza altri dettagli. Maresti, che è quello che più si diffonde sulle vicende personali di Cesare, non fa menzione di alcuna condanna.

In ogni caso, il libro dell’abate Libanori ci offre un’ultima notizia estremamente interessante:, quando a proposito di Cesare Fiaschi scrive:

“il suddetto suggetto morì l’anno 1571, alli 12 d’Ottobre, e fu sepolto in S. Gio. Battista de Canonici Lateranensi” (LIBANORI, 1674, p. 284).

La Chiesa di San Giovanni Battista a Ferrara
(foto di Gino Perin)

Confesso che quando ho letto queste poche righe sono saltato sulla sedia! Non solo finalmente  sappiamo quando Fiaschi è morto, ma addirittura dove risposano le sue spoglie mortali. In realtà, però, mentre non ho ragione di dubitare di una data indicata con tanta sicurezza e precisione, ho invece più di qualche motivo per considerare dubbia l’indicazione del luogo della sepoltura. Non solo perché ho visitato la chiesa di San Giovanni Battista a Ferrara e non vi è alcuna traccia della tomba di Cesare Fiaschi, mentre sono conservate le epigrafi di diverse altre sepolture. A insospettirmi è soprattutto che nessun altro autore ( tra quelli che sono riuscito a consultare e che hanno descritto la chiesa) citi questa tomba, mentre diversi ne elencano puntualmente altre. C’è poi un ulteriore motivo di perplessità. Nel suo Compendio historico dell’origine, accrescimento, e prerogative delle Chiese, e luoghi pij della città, e diocesi di Ferrara, e delle memorie di que’ personaggi di pregio, che in esse son seppelliti, pubblicato nel 1621 (quindi in un’epoca più vicina a quella della morte di Fiaschi), Marcantonio Guarini scrive che la tomba della Famiglia Fiaschi si trovava nella Chiesa di Santa Maria dei Servi, accanto alla Cappella del Crocifisso. Qui, secondo Guarini, erano sepolti Ludovico, che fu caro al duca Ercole I d’Este, sua moglie Margheria Perondoli, e i loro discendenti. Fra questi Guarini cita anche

“Cesare soggetto di elevato ingegno, che scrisse un trattato utile dell’imbrigliare, atteggiare e ferrar Cavalli” (GUARINI, 1621, p. 49)

Chiesa di Santa Maria dei Servi a Ferrara

Se i Fiaschi avevano un tomba di famiglia, è in effetti probabile che anche Cesare vi fosse seppellito. La chiesa di Santa Maria dei Servi venne demolita nel 1635 e ricostruita alcuni decenni dopo. Dal libro che Cesare Barotti dedicò nella seconda metà del Settecento alle Pitture e Scolture che si trovano nelle Chiese della Citta di Ferrara, sappiamo però che la tomba venne traslata nel nuovo edificio, o che quanto meno nella nuova chiesa i Fiaschi continuavano ad avere la cappella di famiglia:

la Cappella della nobil Famiglia Fiaschi; dove il Quadro principale è S. Pellegrino Laziosi sanato della gamba dal Crocefisso; operazione di Giovanna Durandi Milanese Li quatro Quadri laterali dimostranti alcune azioni del detto Santo furono lavorati da Giuseppe Morganti Pistoiese (BAROTTI; 1770, p. 73).

Purtroppo, oggi però nella chiesa non ne è rimasta traccia apparente. L’interno è stato più volte rimaneggiato e ora è alterato da una brutta decorazione probabilmente tardo ottocentesca. I quadri citati dal Barotti sono scomparsi ed è impossibile per il visitatore individuare quale delle nicchie scavate nelle pareti potesse ospitarli. La ricerca, insomma, può e deve continuare.

La tavola del secondo libro del trattato di Fiaschi, quella dedicata al “maneggio de Cavalli”

NOTA: Questo articolo sintetizza i contenuti della conferenza che ho tenuto al Circolo della Stampa di Ferrara, sabato 1 settembre 2018. Voglio qui esprimere tutta la mia amicizia e gratitudine ad Angelo Grasso, presidente dell’UAIPRE – Unione delle Associazioni Italiane del Cavallo di Pura Raza Española, per avermi invitato e avermi così stimolato ad approfondire i miei studi su Cesare Fiaschi. Il mio pensiero va poi al Circolo della Stampa di Ferrara, e in particolare alla vice presidente Simonetta Savino, al segretario Gino Perin e a tutto il Consiglio Direttivo, per avermi fatto il grande onore di accogliermi in qualità di socio onorario. L’amicizia, la considerazione e l’affetto degli amici ferraresi sono per me un dono davvero prezioso.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Bibliografia:

Francesco AVENTI, Il servitore di piazza, guida per Ferrara, Pomatelli Tipografo, 1838.

Cesare BAROTTI, Pitture e Scolture che si trovano nelle Chiese della Citta di Ferrara, Ferrara, appresso Giuseppe Rinaldi, 1770.

Antonio FRIZZI, Memorie per la storia di Ferrara, Ferrara, per Francesco Pomatelli, 1796, Tomo IV.

Marcantonio GUARINI, Compendio historico dell’origine, accrescimento, e prerogatiue delle Chiese, e luoghi pij della citta, e diocesi di Ferrara, e delle memorie di que’ personaggi di pregio, che in esse son sepelliti, Ferrara, presso gli heredi di Vittorio Baldini, 1621

Antonio LIBANORI, Ferrara d’oro. Parte terza. Che contiene gl’elogij de’ più famosi, ed illustri scrittori di questa patria, i quali anno alla stampa l’opere loro di sagra teologia, leggi, filosofia, … e d’ogn’altra più erudita, e varia lettione, Ferrara, nella Stampa Camerale, 1674.

Alfonso MARESTI, Teatro geneologico et istorico dell’antiche & illustri famiglie di Ferrara, Ferrara, Nella stampa Camerale Vol. III, 1708.

André MONTEILHET, Les Maîtres de l’oeuvre équestre, Arles, Actes Sud, 1979 (nuova ed. 2009).

Gaetano MORONI, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica da S. Pietro sino ai nostri giorni, Venezia, Tipografia Emiliana, 1843.

Florio PIVA, C’era una volta Palazzo Fiaschi, Un gioiello architettonico della vecchia via Garibaldi, Listone Magazine, 30 novembre 2017.

Adriano PROSPERI, L’eresia del Libro Grande. Storia di Giorgio Siculo e della sua setta, Milano, Feltrinelli, 2011.

Quattro millenni di civiltà equestre in mostra (parte 2)

Rarissime guardie in bronzo di un morso cinese antico,
risalente alla Dinastia Shang, circa 1.100 a.C.
Collezione Giannelli

di Giovanni Battista Tomassini

Guarnizioni d’oro di finimenti d’epoca ostrogota, morsi e staffe vichinghe, rari morsi e guardie cinesi antiche, sono tra i pezzi più straordinari esposti per la prima volta nella mostra Il Cavallo: 4.000 anni di storia, alla Pinacoteca Züst, vicino Lugano

È sicuramente la sezione archeologica, la parte più straordinaria della Collezione Giannelli di morsi antichi. Nella prima parte di questo articolo, abbiamo visto passato alcuni dei pezzi di maggior pregio esposti nella mostra alla Pinacoteca Züst per la prima volta, provenienti dall’Europa e dal vicino Oriente. La Collezione Giannelli comprende però anche alcuni preziosissimi reperti antichi provenienti dall’Estremo Oriente. A cominciare da due rarissime guardie in bronzo, risalenti alla dinastia Shang, databili intorno al 1.100 a.C.

Morsi cinese in bronzo con cannone a tortiglione
Periodo Han 206 a.C. – 220 d.C.
Collezione Giannelli

Di questa sezione della collezione fanno parte diversi morsi, alcuni con i cannoni elegantemente incisi a tortiglione e due squisite teste di cavallo in terracotta, esattamente datate con il metodo della termoluminesceza tra il 206 e il 220 a.C.

Teste di cavallo in terracotta
Periodo Han, 206 a.C. – 220 d.C.
Collezione Giannelli

Nella mostra erano poi esposti una notevole varietà di morsi d’epoca romana. Particolarmente rari visto che si tratta di esemplari in ferro, molto più deperibili dei più antichi morsi in bronzo. Sorprende l’uso di cannoni costituiti da rondelle girevoli irte di punti e incuriosisce la forma di alcuni morsi, che sembrano prefigurare le briglie moderne con guardie lunghe, ma ancora privi di barbozzale. Si tratta di morsi dall’aspetto molto severo (al limite della tortura) e la cui funzionalità è ancora piuttosto misteriosa.

Morso romano
Collezione Giannelli

Davvero splendido un frontale d’epoca romana, con “psalion” (museruola metallica), che nella mostra è esposto assieme a due paraocchi, sempre in bronzo, per dare l’idea della magnificenza di una bardatura romana da parata.

Frontale in bronzo con “psalion”
Epoca Romana
Collezione Giannelli

Altrettanto, se non più, sfarzose erano le bardature in uso presso i popoli cosiddetti “barbari”. La collezione Giannelli presenta due rare parure di placchette decorative per finimenti in oro e granati, di epoca ostrogota (V-VII sec. d.C.). Una è completa di filetto in ferro, con guardie in bronzo, ed esposta montata su una testa di cavallo, per rendere il senso e la disposizione delle preziose decorazioni.

Rara parure in oro e granati di epoca ostrogota
Collezione Giannelli

Dettaglio delle decorazioni da finimenti di epoca ostrogota
Collezione Giannelli

Incuriosisce poi una vetrina che presenta morsi, speroni e staffe vichinghi. Oltre a essere dei formidabili navigatori, i Vichinghi erano infatti anche abili cavalieri. Trasportavano le loro cavalcature sulle navi, legate una accanto all’altra e probabilmente già sellate. Appena raggiunta la terra, le impiegavano per le loro temibili incursioni. Va notato che quelle presentate nella mostra sono le staffe più antiche documentate nella Collezione Giannelli.

Morsi, speroni e staffe Vichinghe
IX-XI secolo
Collezione Giannelli

E a proposito di staffe, la mostra espone degli esemplari davvero singolari e rari. Si tratta di strane staffe a forma di croce (“estribos de cruz”) in ferro, forgiato, inciso o traforato. Furono in uso in Messico tra il XVI e il XVIII, quando vennero infine bandite, perché considerate blasfeme, per la loro forma che evocava la croce. La Chiesa cattolica ne ordinò la distruzione, pena la scomunica. Proprio per questo gli esemplari rimasti sono estremamente rari. Una di quelle che fanno parte della Collezione Giannelli porta il marchio con il quale erano contrassegnate le armi di Pedro de Alvarado y Contreras (1485/1495 circa – 1541), condottiero spagnolo, che partecipò alla conquista di Cuba (1510-11) e a quella dell’Impero Azteco da parte di Hernán Cortés (1519-1521) e fu governatore del Guatemala. È tristemente noto per a crudeltà con la quale trattò le popolazioni native del Centro America.

Le rare “estribos de cruz” messicane
Collezione Giannelli

La mostra presenta poi la cospicua raccolta di morsi rinascimentali e barocchi che fanno parte della Collezione Giannelli (della quali abbiamo diffusamente parlato in occasione della Mostra di Travagliato e della pubblicazione del volume Equus Frenatus). Questa sezione si è recentemente ulteriormente arricchita di un magnifico frontale in ferro, risalente al XVI secolo, su cui campeggia lo stemma della famiglia Piccolomini.

Splendido frontale in ferro con lo stemma Piccolomini
XVI sec.
Collezione Giannelli

Molto bella anche una sella del tipo à piquer, in cuoio e velluto cremisi, risalente al XVIII secolo, perfettamente conservata. Colpiscono le dimensione della sella, che testimoniano di cavalieri probabilmente di corporatura relativamente minuta.

Sella “à piquer” del XVIII secolo
Collezione Giannelli

La mostra conferma insomma l’eccezionalità della collezione messa insieme con pazienza e competenza da Claudio Giannelli. Un patrimonio davvero unico, che meriterebbe un’esposizione permanente in museo che finalmente documenti in modo completo e scientificamente attendibile il plurimillenario rapporto tra l’uomo e il cavallo. Un museo che, purtroppo, da tempo si progetta di istituire in Italia e che, a dispetto del contributo fondamentale che in passato la cultura italiana ha dato alla civiltà del cavallo, a tutt’oggi non si è riuscito a realizzare per la scarsa considerazione in cui la cultura equestre viene attualmente tenuta nel nostro Paese.

Vari esemplari di morsi rinascimentali e barocchi
Collezione Giannelli

Quattro millenni di civiltà equestre in mostra (parte 1)

di Giovanni Battista Tomassini

Sono molti e importanti i pezzi della Collezione Giannelli di morsi antichi esposti per la prima volta nella mostra Il Cavallo: 4.000 anni di storia, in corso sino al 19 agosto 2018, nella Pinacoteca Züst vicino Lugano

In un’epoca che ha ridotto il mercato dell’arte a un tavolo da roulette, al quale ci si accosta con la spregiudicata fame di guadagni dei lupi di Wall Street, c’è qualcosa di eroico nella paziente e agguerrita ricerca che ha consentito a Claudio Giannelli di raccogliere, nell’arco di alcuni decenni, quella che è probabilmente la più importante e completa collezione di morsi antichi del mondo. Perché, diversamente dai miliardari che nelle aste d’arte fanno arrivare le loro offerte da un telefono, spesso senza sapere precisamente cosa acquistano, Giannelli ha rastrellato i pezzi più pregiati di questo specifico settore del mercato antiquario grazie alla sua eccezionale competenza, affinata attraverso anni di studio e corroborata dalla sua esperienza di cavaliere e di giudice della Federazione Equestre Internazionale.

Chi visita la splendida mostra Il Cavallo: 4.000 anni di storia, allestita, a due passi da Lugano, nella Pinacoteca Züst e curata dallo stesso Claudio Giannelli assieme ad Alessandra Brambilla, oltre agli oggetti rari, interessanti e spesso di abbagliante bellezza, non può fare a meno di ammirare la passione e la profonda cultura testimoniate dalla raccolta. Avevo già avuto modo di scrivere della collezione Giannelli: sia quando si è tenuta la mostra di Travagliato (BS) nel 2015, sia a proposito della pubblicazione dello splendido libro Equs Frenatus. La nuova mostra di Rancate (Mendrisio) mi dà però l’occasione di parlare di alcuni pezzi davvero straordinari che vi sono esposti per la prima volta. Le novità riguardano in particolare l’ambito archeologico e sono così significative e numerose da richiedermi di dividere questo articolo in due parti.

La prima sala, dedicata a libri e alle stampe di argomento equestre,
con al centro un cavallo a dondolo in legno del XVIII secolo

Prima però di addentrarci nel racconto dei pezzi più notevoli in esposizione, merita di essere apprezzato il raffinato allestimento della mostra, che è articolata su due piani. Il primo è una sorta di introduzione, con una prima sala dedicata a un affascinante caleidoscopio di libri e stampe antichi di argomento equestre. La stanza che è a loro dedicata è dominata da uno splendido cavallo a dondolo in legno, del XVIII secolo, che si fa particolarmente ammirare per la minuzia della rappresentazione dei particolari anatomici e dei finimenti dell’animale. Nelle vetrine, in uno scenografico e solo apparente disordine, sono esposti le edizioni di celebri trattati d’equitazione, come per esempio, una rara edizione tascabile (da portarsi forse in maneggio), degli Ordini di cavalcare di Federico Grisone,.

Georg Philipp Rugendas (1666 – 1742), scena di maneggio
Collezione Giannelli

Alle pareti le splendide tavole che illustravano celebri libri, dal trattato di Pluvinel, a quello del duca di Newcastle, alle stampe di Stefano De Bella e Giovanni Stradano, sino alle belle illustrazioni dedicate all’arte del maneggio dall’Encyclopédie di Diderot e d’Alembert. Spiccano in particolare due magnifici disegni a china di Georg Philipp Rugendas (1666 – 1742) e una bella scena di battaglia di Jacques Courtois, detto il Borgognone (1621 – 1676).

Jacques Courtois, detto il Borgognone (1621 – 1676), scena di battaglia
Collezione Giannelli

Nella sala adiacente, una ricca raccolta di quadri di soggetto equestre, testimonia l’evoluzione delle razze equine nel periodo compreso tra XVIII e XIX secolo, con il progressivo affermarsi del purosangue inglese. Tra questi quadri è soprattutto da notare, per la eccezionale vivacità del tratto e per la finezza con la quale è resa l’opalescenza del mantello di uno splendido grigio, un quadro di Claude Vernet (1758 – 1836), pittore francese che dipinse prevalentemente scene militari e di genere e si distinse proprio nella rappresentazione di cavalli.

Claude Vernet (1758 – 1836), Cavallo grigio
Collezione Giannelli

Il secondo piano è invece interamente dedicato alla raccolta di morsi antichi. Il primo pezzo a meritare una attenzione particolare è una rarissima collana da cavallo, in oro e turchesi, databile tra il VII e il V secolo a.C. Questo genere di collane facevano parte dei preziosi ed elaborati finimenti con i quali gli Sciti, che abitavano le steppe centro asiatiche a est del Mar Nero, bardavano i cavalli che poi sacrificavano in occasione della morte di personaggi di alto rango e seppellivano con loro nelle tipiche tombe a tumulo (kurgan). Ogni cavallo, poteva indossare sino a quattro collane, che venivano fermate e sostenute da una sorta di tirante applicato alla criniera. Quella che fa parte della collezione Giannelli è decorata con una serie di volti umani a sbalzo e da pendagli.

Collana da cavallo, in oro e turchesi VII-V sec. a C. Collezione Giannelli

Collana da cavallo, in oro e turchesi
VII-V sec. a C.
Collezione Giannelli

La collana è decorata da volti umani a sbalzo e pendagli. Collezione Giannelli

La collana è decorata da volti umani a sbalzo e pendagli.
Collezione Giannelli

Altro pezzo davvero unico è un frontale in metallo dorato e turchesi, completo di portapennacchio (che veniva collocato sulla nuca del cavallo), morso con guardie separate dall’imboccatura e da una serie di decorazioni per finimenti (testiera, redini, pettorale e groppiera). Si tratta, anche in questo caso, di un corredo scitico, risalente a un periodo compreso tra VII e V secolo a.C. e presumibilmente proveniente tutto dalla medesima sepoltura.

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Corredo scita composto da frontale in metallo dorato
con portapennacchio, morso con guardie geometriche
e decorazioni per finimenti
VII – V secolo a.C.
Collezione Giannelli

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Dettaglio del frontale, composto da lamine di metallo dorato,
snodate in modo da adattarsi al profilo del muso del cavallo.
In alto si riconosce il portapennacchio,
che veniva collocato sulla nuca dell’animale
Collezione Giannelli

Va notato che i primi morsi scitici (dei quali la mostra propone una grande varietà di esemplari) avevano le guardie separate dall’imboccatura, alla quale venivano fissate mediante strisce di cuoio che, essendo deperibili, non si sono conservate. Gli esemplari più antichi avevano le guardie in osso. Successivamente vennero realizzate in bronzo come le imboccature. Spesso erano decorate con motivi geometrici, oppure con figure (protomi) di animali.

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Morsi sciti. I più antichi avevano guardie in osso.
Successivamente vennero realizzate in bronzo
VII secolo a.C.
Collezione Giannelli

Alcune sono dei veri capolavori di stilizzazione, come nel caso delle guardie di un morso in bronzo, probabilmente proveniente dall’area delle steppe centro-asiatiche, o dall’antica Persia, e risalente a un’epoca compresa tra X e VII secolo a. C.. Rappresenta un cavallo stilizzato nella posizione del cosiddetto “galoppo volante”.

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Morso in bronzo risalente a un periodo compreso tra X e VII sec. a. C.,
con guardie che raffigurano un cavallo stilizzato nella posizione
del cosiddetto “galoppo volante”
Collezione Giannelli

Di enorme fascino sono poi gli esemplari di morsi del Luristan . Senza ombra di dubbio, quella di Giannelli è la più ricca e spettacolare collezione di questi morsi in bronzo, prodotti da una misteriosa civiltà fiorita in una regione a cavallo tra l’attuale Iraq e l’Iran nord-occidentale, tra il 1000 e il 650 a. C.. Si tratta di morsi con guardie straordinariamente elaborate. Vere e proprie opere opere d’arte che venivano inumate con i defunti e che forse avevano un ignoto significato rituale. Le più semplici erano decorate con motivi geometrici, oppure con animali, reali, o fantastici. Particolarmente suggestive sono quelle raffiguranti il cosiddetto “Signore degli animai” (“Maitre des Animaux”): una figura umana, oppure parte umana e parte animale, raffigurata mentre domina degli animali disposti simmetricamente ai suoi fianchi. Tra i tanti esposti nella mostra, i due forse più notevoli sono quello in cui una figura metà uomo e metà stambecco tiene due pantere.

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Morso in bronzo, raffigurante il cosiddetto
“Signore degli Animali”, qui rappresentato come
un essere metà stambecco, metà uomo
che domina due pantere ai suoi lati
Luristan, X-VI sec. a. C
Collezione Giannelli

E quello in cui una sorta di sfinge, con tre teste femminili, sormontate da vistosi copricapi, o da corna, con grandi orecchini e quattro gambe, incombe su due figure, una maschile e una femminile, che mostra il sesso.

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Morso in bronzo, con guardie decorate
da una sorta di sfinge a tre teste.
Si notino le due figurine antropomorfe
su cui la figura principale incombe.
Luristan, X-VI sec. a. C
Collezione Giannelli

Restando all’età del bronzo, tra i diversi greci antichi, spicca un particolare tipo di morso miceneo, che è tra i più antichi morsi in bronzo conosciuti e si ritiene possa risalire al XIV secolo a. C.

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Morso in bronzo, di tipo miceneo
XIV sec. a. C.
Collezione Giannelli

Davvero sorprendente e interessante è inoltre un morso etrusco, del cosiddetto periodo villanoviano (IX-VII secolo a. C.). Si tratta di un filetto snodato con guardie a forma di grande cavallo, ornato sui lati (sopra, sotto e davanti) da altri cavallini stilizzati). La peculiarità di questo morso è che è privo della tipica patina verde, dovuta all’ossidazione del bronzo. Possiamo così ammirare il colore che davvero avevano i morsi antichi, all’epoca in cui venivano usati.  Erano lucenti come se fossero dorati (e questo spiega perché molti autori antichi parlano di morsi d’oro, che però non sono mia stati trovati dagli archeologi). La particolare lucentezza di questo esemplare insolito è probabilmente dovuta all’abrasione della sabbia di un corso d’acqua, sul fondo del quale è rimasto per millenni.

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Morso villanoviano, che ha eccezionalmente conservato
la lucentezza originaria del bronzo
IX-VII sec. a.C.
Collezione Giannelli

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Cavalli che parevan fiamma!

Monumento equestre ad Alessandro Farnese, di Francesco Mochi, in Piazza dei Cavalli a Piacenza (1612)

Francesco Mochi, Monumento equestre ad Alessandro Farnese
Piazza dei Cavalli, Piacenza (1612)

di Giovanni Battista Tomassini

Nel 1565, a Lisbona si tenne una grande festa equestre per celebrare le nozze di Alessandro Farnese con Maria del Portogallo. Una cronaca dell’epoca testimonia le straordinarie qualità dei cavalli e dei cavalieri lusitani, che impressionarono profondamente i dignitari italiani presenti nella capitale portoghese

Sino al catastrofico terremoto e al conseguente tsunami che nel 1755 distrussero la città di Lisbona, nel luogo dove ora si apre la grande Praça do Comérçio – uno dei luoghi più noti e caratteristici della capitale portoghese – sorgeva il Paço da Ribeira, il palazzo reale. Tanto che, sebbene non rimanga nulla dell’edificio distrutto dal sisma, tuttora la piazza è nota familiarmente anche come Terriero do Paço, la piazza del palazzo. L’edificio era stato costruito intorno al 1500 e si stagliava perpendicolarmente al fiume. Si affacciava su una grande piazza, simile per dimensioni all’attuale, dove si tenevano i grandi eventi pubblici della città.  Il 28 maggio del 1565 quell’ampia spianata doveva offrire allo sguardo degli spettatori uno spettacolo magnifico. Per giorni, falegnami, tappezzieri e decoratori avevano lavorato senza sosta ad allestire i palchi lungo il lato della piazza aperto sul fiume Tago, che in quel punto è tanto largo da apparire già oceano. I carpentieri avevano costruito ampie e solide gradinate di legno, in parte coperte da baldacchini, che erano poi state tappezzate di stoffe pregiate e decorate con pitture allegoriche. Anche la facciata del palazzo era stata addobbata con sfarzo. Da ogni finestra pendeva un drappo dal colore squillante e i davanzali erano decorati da cuscini e nastri. Due settimane prima, nella cappella reale, l’ambasciatore spagnolo Alonso de Tovar aveva sposato Maria d’Aviz, nipote del re Manuel I, in nome e per conto di Alessandro Farnese, figlio del duca di Parma e Piacenza, Ottavio, e di Margherita d’Austria, sorellastra del re di Spagna, Filippo II, e governatrice dei Paesi Bassi. Dopo i festeggiamenti della prima ora a corte, adesso era venuto il momento della celebrazione pubblica di quelle nozze, che univano la principessa portoghese al rampollo di una delle prime famiglie d’Italia, legata dalla parentela, ma anche da una relazione fatta di paura e di sospetti, alla potentissima corona spagnola. E come in ogni festa pubblica, che celebrasse il potere dell’aristocrazia in quegli anni, i cavalli ebbero un ruolo da protagonisti in quella giornata memorabile.

Lisbona com’era nel Cinquecento Georg Braun e Franz Hogenber, Civitates orbis terrarum (1572-1612)

Lisbona com’era nel Cinquecento
Georg Braun e Franz Hogenber, Civitates orbis terrarum (1572-1612)

Conosciamo quegli avvenimenti grazie alla testimonianza diretta di Francesco De Marchi, singolare figura d’erudito e avventuriero, al servizio per oltre quarant’anni di Margherita d’Austria, che partecipò alla delegazione che si era recata in Portogallo per accompagnare la principessa a Bruxelles, dove l’attendeva il suo giovane sposo. All’indomani dei festeggiamenti per le nozze (svoltesi per procura in Portogallo e, mesi dopo, di persona, nella capitale belga), De Marchi compose una cronaca dettagliata intitolata Narratione particolare delle gran feste e trionfi fatti in Portogallo e Fiandra nello sposalitio dell’illustrissimo sig. Alessandro Farnese e donna Maria del Portogallo, stampata a Bologna nel 1566. Il suo resoconto ci offre un quadro assai vivido dell’abilità dei cavalieri portoghesi, del pregio straordinario dei loro cavalli e dello sfarzo e della raffinatezza dei finimenti con cui erano bardati.

Dettaglio del Palazzo Reale. di Lisbona. La piazza sulla quale si tenne la festa era quella sulla destra del palazzo

Dettaglio del Palazzo Reale di Lisbona.
La piazza sulla quale si tenne la festa era quella alla destra del palazzo

Come era tipico nella tradizione iberica, la festa cominciò con una grandiosa toirada, un combattimento con i tori. All’inizio gli animali vennero affrontati da gentiluomini a cavallo, che si dimostrarono cavalieri valentissimi. A colpire De Marchi furono però soprattutto le stupefacenti qualità dei cavalli, riccamente bardati e tanto perfettamente addestrati in quel tipo di lotta da sembrare animati da un intendimento quasi umano.

“Hor il principio della festa fu il combattimento di diciassette bravi tori, animali terribili, feroci, e il primo combattimento fu di uomini a cavallo, tutti Cavallieri e gentiluomini di conto, i quali combatterono sopra ginetti riccamente guarniti con una zagaglia per ciascuno in mano da due ferri e con tanta agilità e destrezza et attitudine gli ammazzavano che era una delle belle e degne cose che si potesse vedere, perché non ostante i cavallieri facessero molto bene, i cavalli anco erano così vivi e presti a schifare gli incontri de’ tori, che parevano fiamma e mostravano di avere un certo non so che di sentimento humano” (DE MARCHI, p. 3).

Jan Van de Straet, Venationes Ferarum (tauromachia) incisione di Phillips Galle, 1578 (o successivo) British Museum

Jan Van de Straet, Venationes Ferarum (tauromachia)
incisione di Phillips Galle, 1578 (o successivo)
British Museum – Londra

Eppure, nonostante la perizia dei cavalieri e la vivacità dei cavalli, due di loro furono feriti, anche se non gravemente. Ai combattimenti a cavallo fecero quindi seguito quelli a piedi, in cui i tori furono affrontati con spada e cappa. I giovani portoghesi si dimostrarono espertissimi anche in questo tipo di lotta:

perché venendo il toro alla volta loro gli buttano la cappa sopra alle corna e così, rimanendo quelle bestie accecate, le schifano facilmente e danno loro una gran coltellata, o su’l capo, o su’l naso, o su le gambe davanti, e perché le spade sono oltra modo taglienti si vede subito da circostanti il segno” (DE MARCHI, p. 3).

Pur con tutta la loro abilità, alcuni dei toreri furono però travolti e si salvarono solo perché i tori vennero immediatamente distratti dagli assistenti e i malcapitati furono tempestivamente soccorsi.

Francisco Goya, Carlos V affronta un toro nella piazza di Valladolid, durante le celebrazioni per la nascita di suo figlio Filippo II, 1814 - 1816 Museo del Prado

Francisco Goya, Carlo V affronta un toro nella piazza di Valladolid,
durante le celebrazioni per la nascita di suo figlio Filippo II (1814 – 1816)
Museo del Prado – Madrid

Dopo la corrida, la festa proseguì con il “gioco delle canne” e con una “giostra di caroselli”. Si trattava di due cimenti cavallereschi allora molto diffusi. Da tempo ormai i vecchi e brutali tornei, retaggio della cultura cavalleresca medievale, erano stati quasi ovunque sostituiti da giochi equestri meno cruenti, che richiedevano un’equitazione più sofisticata, e permettevano di far brillare le qualità dei cavalieri senza esporli a rischi mortali. Questa tendenza s’andava sempre più affermando dopo che, nel 1559, il re di Francia Enrico II era morto a seguito di un incidente nella giostra che si disputava durante i festeggiamenti del matrimonio di sua figlia Elisabetta con Filippo II di Spagna. Il gioco delle canne e quello dei caroselli erano molto popolari ed erano soprattutto diffusi nella penisola iberica e nei territori europei sotto il dominio spagnolo. In Portogallo, per esempio, questo tipo di giochi equestri continuarono a essere praticati sino a tutto il XVIII secolo, come dimostrano due splendide tavole, del monumentale trattato portoghese d’equitazione di Carlos de Andrade, Luz da Liberal e Nobre Arte da Cavallaria, del 1790. Spagnoli e portoghesi avevano probabilmente mutuato queste prove cavalleresche dai dominatori arabi, come testimoniava l’abitudine di praticarle indossando abiti “alla moresca”.

Il Gioco delle canne e quello dei caroselli continuarono a essere praticati in Portogallo sino alla fine del XVIII secolo Carlos de Andrade, Luz da Liberal e Nobre Arte da Cavalleria (1790)

Il Gioco delle canne e quello dei caroselli continuarono
a essere praticati in Portogallo sino alla fine del XVIII secolo
(Carlos de Andrade, Luz da Liberal e Nobre Arte da Cavalleria, 1790)

Nel gioco delle canne, le squadre si schieravano sui lati opposti del campo. Quindi un primo drappello di cavalieri galoppava sino a portarsi a distanza di tiro dagli avversari e scagliava contro di loro delle canne, come fossero giavellotti. Spesso, queste armi fittizie avevano la punta spalmata con una sostanza adesiva, perché restassero incollate alla corazza dell’avversario. A quel punto gli assaliti partivano al contrattacco, inseguendo gli altri, che ripiegavano verso la schiera amica. Quando, a loro volta, erano arrivati nel campo avverso, gli inseguitori scagliavano i loro dardi. La giostra dei caroselli aveva una dinamica simile, solo che i cavalieri si inseguivano scagliandosi dei proiettili di argilla, che gli avversari dovevano evitare con rapidi cambiamenti di direzione dei loro cavalli, oppure proteggendo se stessi e i propri animali con piccoli scudi, generalmente di cuoio.

Come di regola, le prove cavalleresche furono anche quel giorno introdotte da una solenne parata, cui presero parte oltre un migliaio di persone e centinaia di splendidi cavalli, riccamente bardati:

Entrarono in piazza quattro compagnie di cavallieri sopra cavalli ginetti bellissimi a sedici per compagnia, che sommano in tutto cavallieri sessantaquattro. [qui segue l’elenco dei capi di ciascuna compagnia] Gli altri quindici di ogni compagnia erano tutti gentilhuomini, vestiti di livrea gialla e negra di raso alla moresca; li fornimenti de’ cavalli erano alla ginetta d’argento e d’oro con le staffe dorate e bianche tutte lavorate alla damaschina, con gli sproni all’istessa foggia. I pettorali e le groppiere de’ cavalli erano piene di anella d’argento, con i colari di campanini d’argento e d’oro, con gran fiocchi di seta e d’oro, con le testiere e i morsi tutti dorati, con selle coperte e lavorate d’oro alla moresca, cosa tanto bella e rara che si poteva più disidierare. Ciascun de’ capi delle compagnie si faceva menare a  mano innanzi per pompa e grandezza sei grossi cavalli di Andalusia e di Granata, i quali oltra la grandezza e bellezza loro andavano ballando, che pareva davvero che non toccassero terra, con li giaizzi [vale a dire con le bardature, dal portoghese “jaez”], o fornimenti come si chiamano, così ricchi e belli che facevano stimare ogni cavallo un gran denaio; perché vi intraveniva oro e argento battuto e seta et or filato e ferro et argento lavorato alla damaschina con oro et argento commesso e i cuoi erano lavorati d’oro e seta; et certo è che questi cavalli erano così rari che niun pittore, per valente che fosse, gli potrebbe dipingere e ritrar di sua testa di quella beltà e adornezza” (DE MARCHI, pp. 3r-3v).

Il gioco delle canne era diffuso in Spagna e Portogallo, ma anche nei domini spagnoli in Italia Juan de La Corte, Fiesta en la Plaza Mayor de Madrid, Museo Municipal, Madrid, (1623)

Il gioco delle canne era diffuso in Spagna e Portogallo,
ma anche nei domini spagnoli in Italia
( Juan de La Corte, Fiesta en la Plaza Mayor de Madrid, Museo Municipal, Madrid, 1623)

Com’era tradizione, i cavalieri erano vestiti in abiti alla moresca, con il capo coperto da turbanti ornati di pietre preziose, e portavano targhe, cioè piccoli scudi, di cuoio. Ciascuno di loro era accompagnato da otto staffieri e otto paggi. Alla sfilata iniziale presero dunque parte mille e ventiquattro persone le quali, dopo aver percorso la piazza, si divisero in due schiere contrapposte. Quindi dai due fronti partirono dapprima due coppie di cavalieri, che

“si davano la carica tirandosi le canne con tanta feracità, che parevano dardi lanciati; ma per l’essercitio continuo de’ cavallieri, per l’agilità e destrezza de’ cavalli assuefatti al gioco, venendo il colpo si coprono in maniera leggiadramente sé et il cavallo con la targa di cuoio, che senza lesion trapassando come strali lo schifano e dando volta al cavallo, come se fossero sentati in una seggiuola, ritornano in un attimo indietro” (DE MARCHI, p. 3v).

Gioco dei caroselli Carlos de Andrade, Luz da Liberal e Nobre Arte da Cavallaria (1790)

Gioco dei caroselli
(Carlos de Andrade, Luz da Liberal e Nobre Arte da Cavallaria, 1790)

Dopo le prime due coppie, l’esercizio fu ripetuto prima da quattro cavalieri per parte, poi da sei, quindi da otto, dieci, sino a che non corsero tutti insieme gli uni incontro agli altri. Nel corso del gioco, cavalli e cavalieri si produssero in tali dimostrazioni di destrezza che l’autore annota di considerare difficile che si potessero emulare altrove, sia per la difficoltà di reperire cavalli così perfettamente addestrati, sia di trovare cavalieri così perfettamente esercitati:

“non credo che si possa così facilmente far per tutto per mancamento di cavalli e di fornimenti, senza che bisogna che gli huomini vi siano di gran tempo esercitati, altrimenti non haveria quella gratia e leggiadria che ha in quelle bande” (DE MARCHI, p. 4r).

Nel corso del combattimento simulato i cavalieri sfoggiavano la loro abilità, con prove di autentico virtuosismo:

“Vi erano alcun che, tirando una canna per l’aria innanzi velocissima come uno strale, l’accompagnavano correndo a tutta briglia col cavallo, con tanta prestezza, che avanti che ella cadesse in terra la ripigliavano. Altri con la medesima velocità correndo levava una canna di terra piana con la mano. Altri v’erano che la tiravano per l’aria al cielo, che pareva una saetta che trapassasse le nuvole” (DE MARCHI, p.4r).

De Marchoi nota le spericolate esibizioni di abilità dei cavalieri lusitani (Galvao de Andrade, Arte de Cavalaria de gineta e estardiota, 1678)

De Marchi nota le spericolate esibizioni di abilità dei cavalieri lusitani
(Galvao de Andrade, Arte de Cavalaria de gineta e estardiota, 1678)

Il successivo gioco dei caroselli si svolse con modalità simili al precedente delle canne, solo che i cavalieri si scagliavano contro dei proiettili d’argilla cruda, riempiti di carbone, della grandezza di una piccola arancia. Se i cavalieri venivano colpiti il proiettile andava in frantumi e il carbone di cui   era ripieno macchiava i loro vestiti. Accadeva però di rado, dice De Marchi, vista la maestria con la quale i partecipanti sapevano schivare i colpi. La giostra dei caroselli concluse i festeggiamenti che, con esagerazione tipicamente cortigiana, De Marchi giudica

“per gli addobbi, banchetti, balli, suoni, feracità de’ tori, agilità de’ cavalli e cavallieri e beltà de’ fornimenti e livree loro, per il bene combattere a piedi e a cavallo … le maggiori [feste] che già centinaia d’anni si sappiano essere state fatte in Portogallo” (DE MARCHI, p. 4r).

Recentemente, il duca Ottavio Farnese e Francesco De Marchi (alle sue spalle) sono stati identificati nelle due figure del Doppio ritratto maschile (1556), di Maso da San Friano, conservato nel Museo di Capodimonte, a Napoli

Recentemente, il duca Ottavio Farnese e Francesco De Marchi (alle sue spalle) sono stati identificati nelle due figure del Doppio ritratto maschile (1556), di Maso da San Friano, conservato nel Museo di Capodimonte, a Napoli

Prima di concludere il nostro articolo vale forse la pena spendere altre due parole su alcuni dei personaggi storici dei quali s’è fatta menzione. A cominciare da Margherita d’Austria (1522-1586) che fu quella “Madama” da cui prende il nome l’edificio che oggi è sede del Senato della Repubblica Italiana e che è appunto noto come Palazzo Madama. Margherita ereditò il palazzo dal primo marito, il duca Alessandro de’ Medici, che aveva sposato nel 1536, ma che venne ammazzato dal cugino Lorenzino, l’anno successivo. A Roma, la “Madama”, come confidenzialmente la chiamavano i romani, si trasferì nel 1538, per sposare, assai di controvoglia, Ottavio Farnese, nipote di papa Paolo III. Lei aveva diciassette anni, lui soltanto quindici. Ci volle un bel po’ perché i due potessero consumare il matrimonio e questo suscitò parecchie illazioni e dicerie. Dopo ben sette anni, il 27 agosto 1545, Margherita diede finalmente alla luce due gemelli, Carlo e Alessandro, che vennero battezzati solennemente nella basilica di Sant’Eustachio, a pochi passi dal palazzo materno. Carlo morì ancora infante, mentre Alessandro (1545-1592) crebbe e divenne uno dei più importanti condottieri e politici del suo tempo. Fu educato in Italia sino all’età di dieci anni, poi venne inviato alla corte del re di Spagna, Filippo II, che era il fratellastro di sua madre. Qui doveva proseguire la sua educazione, ma soprattutto garantire, in qualità di ostaggio, la fedeltà alla Spagna del padre, Ottavio, che aveva la tendenza a cambiare alleanze con una notevole disinvoltura. Quando si trattò di maritarlo, Filippo II negò il permesso al suo matrimonio con una delle figlie del duca di Urbino, per evitare un legame troppo stretto tra due famiglie italiane che avrebbero potuto creargli problemi nella penisola, e gli rifilò una principessa portoghese, considerando la parentela così acquisita assai meno pericolosa per gli interessi della corona spagnola. Infine l’autore del resoconto, Francesco De Marchi (1504-1576). Non solo, benché autodidatta, fu un erudito, architetto militare ed esperto d’artiglieria, ma anche cortigiano, maestro d’equitazione e di ballo, avventuriero scampato ai pirati al largo di Ponza, naufrago alla foce del Tevere. Nel 1535, protetto da un rudimentale scafandro, si immerse nel lago di Nemi, vicino Roma, alla ricerca delle navi di Caligola, che erano effettivamente presenti nelle acque del lago e che furono recuperate solo nel 1929-30, per andare poi distrutte in un incendio nel 1944. La sua ultima impresa la compì a sessantanove anni quando, nel 1573, scalò tra i primi la vetta del Gran Sasso.

(Questo è il testo della conferenza che ho tenuto il 9 settembre 2017, in occasione del Festival Italiano del Cavallo Puro Sangue Lusitano, presso la Tenuta Malaspina a Ornago -MB)

A sinistra: Ritratto di Alessandro Farnese, attribuito a Sofonisba Anguissola, circa 1560 (National Gallery of Ireland). A destra: Ritratto di Maria d’Aviz, scuola di Anthonis Mor, seconda metà del XVI secolo, Pinacoteca Stuard, Parma

A sinistra: Ritratto di Alessandro Farnese,
attribuito a Sofonisba Anguissola, circa 1560 (National Gallery of Ireland).
A destra: Ritratto di Maria d’Aviz,
scuola di Anthonis Mor, seconda metà del XVI secolo, Pinacoteca Stuard, Parma

Bibliografia:

Francesco DE MARCHI, Narratione particolare delle gran feste e trionfi fatti in Portogallo e Fiandra nello sposalitio dell’illustrissimo sig. Alessandro Farnese e donna Maria del Portogallo, Bologna, Appresso Alessandro Benacci, 1566.

Giuseppe BERTINI, Le nozze di Alessandro Farnese. Feste alle corti di Lisbona e di Bruxelles, Milano, Skira, 1997.

Frontespizio dell'opera di De Marchi

Frontespizio dell’opera di De Marchi

Il viaggio di Dom Duarte

Galvao de Andrade, Arte de Cavalaria de gineta e estardaiota, 1678

Galvao de Andrade, Arte de Cavalaria de gineta e estardaiota, 1678

di Giovanni Battista Tomassini

Quando nel 1820, José Xavier Dias da Silva scoprì che un grande volume in folio conservato nella Biblioteca Reale di Parigi conteneva due opere manoscritte, sino ad allora sconosciute, del re Edoardo I del Portogallo (1391-1438), non si rese subito conto d’aver portato alla luce un tesoro inestimabile della letteratura equestre mondiale. In quel codice, rilegato in marocchino, era infatti contenuto il più antico libro sull’equitazione pervenuto sino a noi, dopo quello di Senofonte. Fino a quel momento, il primato era attribuito a Gli ordini di cavalcare, il trattato che il gentiluomo napoletano Federico Grisone aveva fatto stampare a Napoli, nel 1550. La scoperta di da Silva dimostrava invece che più di un secolo prima l’undicesimo re del Portogallo e dell’Algarve e secondo signore di Ceuta, noto anche come Edoardo il filosofo, o l’eloquente, per la sua passione per le lettere, aveva scritto un’opera dedicata “all’arte di cavalcare con qualsiasi tipo di sella”, intitolata appunto Livro da ensinança de bem cavalgar toda sella. Nel manoscritto parigino, il trattato equestre era preceduto da un’altra opera di mano del sovrano: O leal Conselheiro, in cui il sovrano portoghese esponeva considerazioni di carattere filosofico e illustrava modelli di comportamento.

Un’opera originale

Non solo il libro di Dom Duarte (1391-1438) è il primo libro dedicato interamente all’equitazione scritto in epoca ormai moderna, ma è anche un’opera originalissima che, invece di incentrarsi sulla tecnica equestre, approfondisce la psicologia del cavaliere, offrendo allo stesso tempo una panoramica molto interessante sulle pratiche equestri in epoca tardo medievale. Una particolarità che fa di questo libro – nella bella definizione che ne dà lo studioso portoghese Carlos Henriques Pereira – «la prima pagina della storia della psicologia applicata agli sport equestri e verosimilmente della pedagogia dello sport in generale» (PEREIRA, 2009, p. 141).

Edoardo I del Portogallo nacque nel 1391 e morì di peste nel 1438 (Bernardo de Brito, Elogios dos Reis de Portugal com os mais verdadeiros retratos que se puderaõ achar, 1603)

Edoardo I del Portogallo nacque nel 1391
e morì di peste nel 1438
(Bernardo de Brito, Elogios dos Reis de Portugal
com os mais verdadeiros retratos
que se puderaõ achar, 1603)

Innanzitutto, l’autore elenca e analizza i vantaggi che all’epoca derivavano dall’essere un provetto cavaliere: se ne guadagna prestigio sociale, infonde coraggio, ricrea lo spirito, è utile in guerra e nella caccia. Inoltre, un buon cavaliere è sempre pronto a venire in soccorso del proprio sovrano e da ciò gli possono derivare molti benefici e onori.

Sono sicuro – scrive Dom Duarte – che tutti i cavalieri e gli scudieri debbano voler eccellere nell’arte di cavalcare, poiché saranno molto stimati da tutti per tale abilità (DOM DUARTE, p. 6).

Tre sono i requisiti che il cavaliere deve avere per eccellere: per prima cosa la volontà, quindi i mezzi economici, per acquistare buoni cavalli e poi prendersene adeguatamente cura, infine la conoscenza, che permette di scegliere gli animali migliori e di valorizzarne i pregi e correggerne i difetti.

Per Dom Duarte, la prima virtù di un cavaliere  è sapersi mantenere solido in sella in qualsiasi circostanza (Galvao de Andrade, Arte de Cavalaria de gineta e estardiota, 1678)

Per Dom Duarte, la prima virtù di un cavaliere
è sapersi mantenere solido in sella in qualsiasi circostanza
(Galvao de Andrade, Arte de Cavalaria de gineta e estardiota, 1678)

La più importante qualità che distingue un buon cavaliere è, secondo Dom Duarte, la capacità di tenersi ben solido in sella, in qualsiasi circostanza. Subito dopo però viene il non aver paura di cadere, mantenendo un’adeguata fiducia in se stesso e nell’animale, su qualsiasi terreno cavalchi. Questa sicurezza può e deve essere acquisita attraverso un processo di maturazione spirituale del cavaliere: infatti,

sebbene comunemente si ritenga che noi non possiamo cambiare la nostra natura, io credo che gli uomini possano migliorarsi enormemente, sotto la guida di Dio, correggendo le proprie debolezze e aumentando le proprie virtù (DOM DUARTE, p. 45).

Il primo modo per vincere la paura, dice Duarte, è la conoscenza:

nel cavalcare, come in ogni cosa che vogliamo fare, se la paura ci rende incapaci di eccellere, noi dobbiamo innanzitutto imparare come fare bene; e se impariamo come comportarci, acquisiremo la sicurezza necessaria per vincere la paura (DOM DUARTE, p. 45).

Dom Duarte è il primo che illustra la tecnica dell’equitazione “a la gineta” (Pirro Antonio Ferraro, Cavallo frenato, 1602)

Dom Duarte è il primo che illustra
la tecnica dell’equitazione “a la gineta”
(Pirro Antonio Ferraro, Cavallo frenato, 1602)

Equitazione “a la brida” e “a la gineta”

Quanto alla tecnica equestre, Dom Duarte indica diversi modi di cavalcare, sostanzialmente contrapponendo le diverse tecniche della cosiddetta equitazione “a la brida”, in cui il cavaliere montava mantenendo le gambe distese, e la tecnica cosiddetta “a la gineta”, caratterizzata invece dal fatto che il cavaliere montava con le staffe più corte e le gambe piegate.

L’equitazione “a la brida” era la tecnica tipica della cavalleria pesante, caratterizzata dalla staffatura lunga. Dom Duarte distingueva due modi differenti: il primo consisteva nel ben inforcarsi sulla sella, portando i piedi in avanti; il secondo, invece, nel montare in piedi sulle staffe, senza mai sedersi. Per facilitare questa seconda modalità le staffe venivano allacciate l’una all’altra con una correggia, sotto il ventre del cavallo, perché non si divaricassero. L’uso di montare in piedi era secondo Dom Duarte più antico e prescriveva al cavaliere di tenere le gambe perfettamente dritte sotto di sé. Entrambe queste tecniche servivano a facilitare il cavaliere nel maneggiare la lancia. 

L’altra tecnica descritta da Dom Duarte e la cosiddetta equitazione “a la brida” (Pierre de la Noue, La Cavalerie Française et Italienne, 1620)

L’altra tecnica descritta da Dom Duarte
è la cosiddetta equitazione “a la brida”
(Pierre de la Noue, La Cavalerie Française
et Italienne, 1620)

Nell’equitazione “a la gineta” invece le staffe venivano portate più corte, consentendo al cavaliere un contatto più immediato e preciso degli “aiuti inferiori” con i fianchi del cavallo. Secondo Dom Duarte, questo stile prescriveva al cavaliere di sedere “nel mezzo della sella”, quindi senza avvalersi del sostegno degli arcioni e di portare i piedi saldamente appoggiati sulle staffe, con i talloni leggermente bassi. I morsi impiegati in questo tipo di equitazione erano identici a quelli tutt’ora usati in Nord Africa, mentre le selle, anche quelle di chiara derivazione araba, ricordavano la “silla vaquera” ancora oggi in uso in Spagna. L’equitazione “a la gineta” era inoltre (ed è tuttora) la tecnica di base della corrida a cavallo. La staffatura più corta consente infatti arresti e partenze rapidi e repentini cambi di direzione, essenziali nella lotta con il toro.

Il libro di Dom Duarte e l’Italia

Dopo la sua scoperta, gli studiosi hanno continuato a interrogarsi su quale percorso il manoscritto di Dom Duarte abbia seguito per approdare infine alla Biblioteca Reale (oggi Nazionale) di Parigi. Le più antiche attestazioni del volume in Francia, lo collocano alla metà del Cinquecento nella Biblioteca di Blois, di proprietà dei duchi di Orléans. Nel 1544, questa raccolta di libri confluì nella Biblioteca Reale costituita da Francesco I (1494-1547) a Fontainbleau, poi trasferita a Parigi, alla fine del regno di Carlo IX (1560-1574).

Il miglior modo per vincere la paura di cadere, dice Dom Duarte, è la conoscenza (Galvao de Andrade, Arte de Cavalaria de gineta e estardiota, 1678)

Il miglior modo per vincere la paura di cadere, dice Dom Duarte, è la conoscenza
(Galvao de Andrade, Arte de Cavalaria de gineta e estardiota, 1678)

Gli studiosi considerano ormai praticamente certo che dell’opera del re portoghese esistesse una sola copia. Probabilmente venne portata in Spagna dalla vedova di Duarte, Eleonora d’Aragona (1400/2-1445), quando lasciò il regno del Portogallo nel 1440. L’ipotesi ormai più accreditata è che il manoscritto entrò successivamente in possesso dei fratelli di donna Leonor, gli infanti d’Aragona, Henrique e Joao, o perché lei glielo vendette (cosa probabile, vista la sua situazione economica), oppure perché lo ereditarono alla sua morte. Appartenendo ormai alla corte aragonese, il manoscritto passò quindi alla Biblioteca dei Re Aragonesi a Napoli. Lo dimostra la presenza nell’angolo destro in basso dell’ultimo foglio scritto del testo di una sigla presente su altri manoscritti sicuramente appartenuti alla biblioteca aragonese di Napoli. La collezione di libri napoletana – che raccoglieva il prezioso fondo creato da Alfonso I (1435-1458) e Ferdinando I (1458-1494), entrambi appassionati bibliofili – passò quindi a Blois probabilmente dopo l’effimera conquista di Napoli da parte di Carlo VIII (febbraio 1495), o forse dopo la vendita fatta a Luigi XII (1462-1515) da Isabella, vedova dell’ultimo re aragonese di Napoli, Federico I, che morì esule in Francia nel 1504. Sta di fatto, che il primo trattato d’equitazione scritto in epoca moderna, passò dal Portogallo alla Spagna, quindi sostò a Napoli, per proseguire poi verso la Francia, unendo in un percorso ideale, oltre che materiale, alcune delle nazioni che maggiormente hanno contribuito allo sviluppo della cultura equestre europea, tra il XV e il XVIII secolo.

(Questo articolo è apparso sul primo numero Lusitano Magazine, rivista dall’AICL, Associazione Italiana del Cavallo Lusitano)

Il morso “a la gineta” era identico ai morsi tuttora in uso in Nord Africa (Pedro Fernandez de Andrade, Libro de la Gineta de Espana, 1599)

Il morso “a la gineta” era identico
ai morsi tuttora in uso in Nord Africa
(Pedro Fernandez de Andrade, Libro de la Gineta
de Espana, 1599)

Bibliografia

CASTRO, Maria H. L., “Leal Conselheiro”: itinerário do manuscrito, “Penélope”, Lisboa, n. 16, 1995. p. 109-124.

DOM DUARTE The Royal Book of Jousting, Horsemanship and Knightly Combat. A translation into English of King’Dom Duarte’s 1438 Treatise Livro da Ensinança de Bem Cavalgar Toda Sela, by Antonio Franco Preto, ed. by S. Mulhberger, Higland Village, The  Chivalry Bookshelf,  2005.

PEREIRA, Carlos Henriques, Le traité du roi D. Duarte: l’équitation portugaise a l’aube de la Reinassance, in AA. VV. , Les Arts de l’équitation dans l’Europe de la Reinassance. VIIe colloque de l’Ecole nationale d’équitation au Chateau d’Oiron (4 et 5 octobre 2002), Arles, Actes Sud, 2009, pp. 140 – 150.

Edizioni moderne

Purtroppo non esiste una traduzione italiana del libro di Dom Duarte. I lettori interessati possono leggere la buona traduzione francese a cura di Anne-Marie Quint e Carlos Pereira, Le traité des équitations: Livre qui enseigne à bien pratiquer toute équitation (Actes Sud Editions, 216, € 29), oppure la recente traduzione in inglese di Jeffrey L. Forgeng, The Book of Horsemanship by Duarte I of Portugal (Boydell Press, 2016, € 30,12). Chi ha familiarità con il portoghese trova infine online l’edizione del 1854 seguendo questo link: Leal conselheiro, o qual fez Dom Duarte: seguido do Livro da ensinanca de bem cavalgar toda sella.