Quattro millenni di civiltà equestre in mostra (parte 2)

Rarissime guardie in bronzo di un morso cinese antico,
risalente alla Dinastia Shang, circa 1.100 a.C.
Collezione Giannelli

di Giovanni Battista Tomassini

Guarnizioni d’oro di finimenti d’epoca ostrogota, morsi e staffe vichinghe, rari morsi e guardie cinesi antiche, sono tra i pezzi più straordinari esposti per la prima volta nella mostra Il Cavallo: 4.000 anni di storia, alla Pinacoteca Züst, vicino Lugano

È sicuramente la sezione archeologica, la parte più straordinaria della Collezione Giannelli di morsi antichi. Nella prima parte di questo articolo, abbiamo visto passato alcuni dei pezzi di maggior pregio esposti nella mostra alla Pinacoteca Züst per la prima volta, provenienti dall’Europa e dal vicino Oriente. La Collezione Giannelli comprende però anche alcuni preziosissimi reperti antichi provenienti dall’Estremo Oriente. A cominciare da due rarissime guardie in bronzo, risalenti alla dinastia Shang, databili intorno al 1.100 a.C.

Morsi cinese in bronzo con cannone a tortiglione
Periodo Han 206 a.C. – 220 d.C.
Collezione Giannelli

Di questa sezione della collezione fanno parte diversi morsi, alcuni con i cannoni elegantemente incisi a tortiglione e due squisite teste di cavallo in terracotta, esattamente datate con il metodo della termoluminesceza tra il 206 e il 220 a.C.

Teste di cavallo in terracotta
Periodo Han, 206 a.C. – 220 d.C.
Collezione Giannelli

Nella mostra erano poi esposti una notevole varietà di morsi d’epoca romana. Particolarmente rari visto che si tratta di esemplari in ferro, molto più deperibili dei più antichi morsi in bronzo. Sorprende l’uso di cannoni costituiti da rondelle girevoli irte di punti e incuriosisce la forma di alcuni morsi, che sembrano prefigurare le briglie moderne con guardie lunghe, ma ancora privi di barbozzale. Si tratta di morsi dall’aspetto molto severo (al limite della tortura) e la cui funzionalità è ancora piuttosto misteriosa.

Morso romano
Collezione Giannelli

Davvero splendido un frontale d’epoca romana, con “psalion” (museruola metallica), che nella mostra è esposto assieme a due paraocchi, sempre in bronzo, per dare l’idea della magnificenza di una bardatura romana da parata.

Frontale in bronzo con “psalion”
Epoca Romana
Collezione Giannelli

Altrettanto, se non più, sfarzose erano le bardature in uso presso i popoli cosiddetti “barbari”. La collezione Giannelli presenta due rare parure di placchette decorative per finimenti in oro e granati, di epoca ostrogota (V-VII sec. d.C.). Una è completa di filetto in ferro, con guardie in bronzo, ed esposta montata su una testa di cavallo, per rendere il senso e la disposizione delle preziose decorazioni.

Rara parure in oro e granati di epoca ostrogota
Collezione Giannelli

Dettaglio delle decorazioni da finimenti di epoca ostrogota
Collezione Giannelli

Incuriosisce poi una vetrina che presenta morsi, speroni e staffe vichinghi. Oltre a essere dei formidabili navigatori, i Vichinghi erano infatti anche abili cavalieri. Trasportavano le loro cavalcature sulle navi, legate una accanto all’altra e probabilmente già sellate. Appena raggiunta la terra, le impiegavano per le loro temibili incursioni. Va notato che quelle presentate nella mostra sono le staffe più antiche documentate nella Collezione Giannelli.

Morsi, speroni e staffe Vichinghe
IX-XI secolo
Collezione Giannelli

E a proposito di staffe, la mostra espone degli esemplari davvero singolari e rari. Si tratta di strane staffe a forma di croce (“estribos de cruz”) in ferro, forgiato, inciso o traforato. Furono in uso in Messico tra il XVI e il XVIII, quando vennero infine bandite, perché considerate blasfeme, per la loro forma che evocava la croce. La Chiesa cattolica ne ordinò la distruzione, pena la scomunica. Proprio per questo gli esemplari rimasti sono estremamente rari. Una di quelle che fanno parte della Collezione Giannelli porta il marchio con il quale erano contrassegnate le armi di Pedro de Alvarado y Contreras (1485/1495 circa – 1541), condottiero spagnolo, che partecipò alla conquista di Cuba (1510-11) e a quella dell’Impero Azteco da parte di Hernán Cortés (1519-1521) e fu governatore del Guatemala. È tristemente noto per a crudeltà con la quale trattò le popolazioni native del Centro America.

Le rare “estribos de cruz” messicane
Collezione Giannelli

La mostra presenta poi la cospicua raccolta di morsi rinascimentali e barocchi che fanno parte della Collezione Giannelli (della quali abbiamo diffusamente parlato in occasione della Mostra di Travagliato e della pubblicazione del volume Equus Frenatus). Questa sezione si è recentemente ulteriormente arricchita di un magnifico frontale in ferro, risalente al XVI secolo, su cui campeggia lo stemma della famiglia Piccolomini.

Splendido frontale in ferro con lo stemma Piccolomini
XVI sec.
Collezione Giannelli

Molto bella anche una sella del tipo à piquer, in cuoio e velluto cremisi, risalente al XVIII secolo, perfettamente conservata. Colpiscono le dimensione della sella, che testimoniano di cavalieri probabilmente di corporatura relativamente minuta.

Sella “à piquer” del XVIII secolo
Collezione Giannelli

La mostra conferma insomma l’eccezionalità della collezione messa insieme con pazienza e competenza da Claudio Giannelli. Un patrimonio davvero unico, che meriterebbe un’esposizione permanente in museo che finalmente documenti in modo completo e scientificamente attendibile il plurimillenario rapporto tra l’uomo e il cavallo. Un museo che, purtroppo, da tempo si progetta di istituire in Italia e che, a dispetto del contributo fondamentale che in passato la cultura italiana ha dato alla civiltà del cavallo, a tutt’oggi non si è riuscito a realizzare per la scarsa considerazione in cui la cultura equestre viene attualmente tenuta nel nostro Paese.

Vari esemplari di morsi rinascimentali e barocchi
Collezione Giannelli

Quattro millenni di civiltà equestre in mostra (parte 1)

di Giovanni Battista Tomassini

Sono molti e importanti i pezzi della Collezione Giannelli di morsi antichi esposti per la prima volta nella mostra Il Cavallo: 4.000 anni di storia, in corso sino al 19 agosto 2018, nella Pinacoteca Züst vicino Lugano

In un’epoca che ha ridotto il mercato dell’arte a un tavolo da roulette, al quale ci si accosta con la spregiudicata fame di guadagni dei lupi di Wall Street, c’è qualcosa di eroico nella paziente e agguerrita ricerca che ha consentito a Claudio Giannelli di raccogliere, nell’arco di alcuni decenni, quella che è probabilmente la più importante e completa collezione di morsi antichi del mondo. Perché, diversamente dai miliardari che nelle aste d’arte fanno arrivare le loro offerte da un telefono, spesso senza sapere precisamente cosa acquistano, Giannelli ha rastrellato i pezzi più pregiati di questo specifico settore del mercato antiquario grazie alla sua eccezionale competenza, affinata attraverso anni di studio e corroborata dalla sua esperienza di cavaliere e di giudice della Federazione Equestre Internazionale.

Chi visita la splendida mostra Il Cavallo: 4.000 anni di storia, allestita, a due passi da Lugano, nella Pinacoteca Züst e curata dallo stesso Claudio Giannelli assieme ad Alessandra Brambilla, oltre agli oggetti rari, interessanti e spesso di abbagliante bellezza, non può fare a meno di ammirare la passione e la profonda cultura testimoniate dalla raccolta. Avevo già avuto modo di scrivere della collezione Giannelli: sia quando si è tenuta la mostra di Travagliato (BS) nel 2015, sia a proposito della pubblicazione dello splendido libro Equs Frenatus. La nuova mostra di Rancate (Mendrisio) mi dà però l’occasione di parlare di alcuni pezzi davvero straordinari che vi sono esposti per la prima volta. Le novità riguardano in particolare l’ambito archeologico e sono così significative e numerose da richiedermi di dividere questo articolo in due parti.

La prima sala, dedicata a libri e alle stampe di argomento equestre,
con al centro un cavallo a dondolo in legno del XVIII secolo

Prima però di addentrarci nel racconto dei pezzi più notevoli in esposizione, merita di essere apprezzato il raffinato allestimento della mostra, che è articolata su due piani. Il primo è una sorta di introduzione, con una prima sala dedicata a un affascinante caleidoscopio di libri e stampe antichi di argomento equestre. La stanza che è a loro dedicata è dominata da uno splendido cavallo a dondolo in legno, del XVIII secolo, che si fa particolarmente ammirare per la minuzia della rappresentazione dei particolari anatomici e dei finimenti dell’animale. Nelle vetrine, in uno scenografico e solo apparente disordine, sono esposti le edizioni di celebri trattati d’equitazione, come per esempio, una rara edizione tascabile (da portarsi forse in maneggio), degli Ordini di cavalcare di Federico Grisone,.

Georg Philipp Rugendas (1666 – 1742), scena di maneggio
Collezione Giannelli

Alle pareti le splendide tavole che illustravano celebri libri, dal trattato di Pluvinel, a quello del duca di Newcastle, alle stampe di Stefano De Bella e Giovanni Stradano, sino alle belle illustrazioni dedicate all’arte del maneggio dall’Encyclopédie di Diderot e d’Alembert. Spiccano in particolare due magnifici disegni a china di Georg Philipp Rugendas (1666 – 1742) e una bella scena di battaglia di Jacques Courtois, detto il Borgognone (1621 – 1676).

Jacques Courtois, detto il Borgognone (1621 – 1676), scena di battaglia
Collezione Giannelli

Nella sala adiacente, una ricca raccolta di quadri di soggetto equestre, testimonia l’evoluzione delle razze equine nel periodo compreso tra XVIII e XIX secolo, con il progressivo affermarsi del purosangue inglese. Tra questi quadri è soprattutto da notare, per la eccezionale vivacità del tratto e per la finezza con la quale è resa l’opalescenza del mantello di uno splendido grigio, un quadro di Claude Vernet (1758 – 1836), pittore francese che dipinse prevalentemente scene militari e di genere e si distinse proprio nella rappresentazione di cavalli.

Claude Vernet (1758 – 1836), Cavallo grigio
Collezione Giannelli

Il secondo piano è invece interamente dedicato alla raccolta di morsi antichi. Il primo pezzo a meritare una attenzione particolare è una rarissima collana da cavallo, in oro e turchesi, databile tra il VII e il V secolo a.C. Questo genere di collane facevano parte dei preziosi ed elaborati finimenti con i quali gli Sciti, che abitavano le steppe centro asiatiche a est del Mar Nero, bardavano i cavalli che poi sacrificavano in occasione della morte di personaggi di alto rango e seppellivano con loro nelle tipiche tombe a tumulo (kurgan). Ogni cavallo, poteva indossare sino a quattro collane, che venivano fermate e sostenute da una sorta di tirante applicato alla criniera. Quella che fa parte della collezione Giannelli è decorata con una serie di volti umani a sbalzo e da pendagli.

Collana da cavallo, in oro e turchesi VII-V sec. a C. Collezione Giannelli

Collana da cavallo, in oro e turchesi
VII-V sec. a C.
Collezione Giannelli

La collana è decorata da volti umani a sbalzo e pendagli. Collezione Giannelli

La collana è decorata da volti umani a sbalzo e pendagli.
Collezione Giannelli

Altro pezzo davvero unico è un frontale in metallo dorato e turchesi, completo di portapennacchio (che veniva collocato sulla nuca del cavallo), morso con guardie separate dall’imboccatura e da una serie di decorazioni per finimenti (testiera, redini, pettorale e groppiera). Si tratta, anche in questo caso, di un corredo scitico, risalente a un periodo compreso tra VII e V secolo a.C. e presumibilmente proveniente tutto dalla medesima sepoltura.

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Corredo scita composto da frontale in metallo dorato
con portapennacchio, morso con guardie geometriche
e decorazioni per finimenti
VII – V secolo a.C.
Collezione Giannelli

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Dettaglio del frontale, composto da lamine di metallo dorato,
snodate in modo da adattarsi al profilo del muso del cavallo.
In alto si riconosce il portapennacchio,
che veniva collocato sulla nuca dell’animale
Collezione Giannelli

Va notato che i primi morsi scitici (dei quali la mostra propone una grande varietà di esemplari) avevano le guardie separate dall’imboccatura, alla quale venivano fissate mediante strisce di cuoio che, essendo deperibili, non si sono conservate. Gli esemplari più antichi avevano le guardie in osso. Successivamente vennero realizzate in bronzo come le imboccature. Spesso erano decorate con motivi geometrici, oppure con figure (protomi) di animali.

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Morsi sciti. I più antichi avevano guardie in osso.
Successivamente vennero realizzate in bronzo
VII secolo a.C.
Collezione Giannelli

Alcune sono dei veri capolavori di stilizzazione, come nel caso delle guardie di un morso in bronzo, probabilmente proveniente dall’area delle steppe centro-asiatiche, o dall’antica Persia, e risalente a un’epoca compresa tra X e VII secolo a. C.. Rappresenta un cavallo stilizzato nella posizione del cosiddetto “galoppo volante”.

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Morso in bronzo risalente a un periodo compreso tra X e VII sec. a. C.,
con guardie che raffigurano un cavallo stilizzato nella posizione
del cosiddetto “galoppo volante”
Collezione Giannelli

Di enorme fascino sono poi gli esemplari di morsi del Luristan . Senza ombra di dubbio, quella di Giannelli è la più ricca e spettacolare collezione di questi morsi in bronzo, prodotti da una misteriosa civiltà fiorita in una regione a cavallo tra l’attuale Iraq e l’Iran nord-occidentale, tra il 1000 e il 650 a. C.. Si tratta di morsi con guardie straordinariamente elaborate. Vere e proprie opere opere d’arte che venivano inumate con i defunti e che forse avevano un ignoto significato rituale. Le più semplici erano decorate con motivi geometrici, oppure con animali, reali, o fantastici. Particolarmente suggestive sono quelle raffiguranti il cosiddetto “Signore degli animai” (“Maitre des Animaux”): una figura umana, oppure parte umana e parte animale, raffigurata mentre domina degli animali disposti simmetricamente ai suoi fianchi. Tra i tanti esposti nella mostra, i due forse più notevoli sono quello in cui una figura metà uomo e metà stambecco tiene due pantere.

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Morso in bronzo, raffigurante il cosiddetto
“Signore degli Animali”, qui rappresentato come
un essere metà stambecco, metà uomo
che domina due pantere ai suoi lati
Luristan, X-VI sec. a. C
Collezione Giannelli

E quello in cui una sorta di sfinge, con tre teste femminili, sormontate da vistosi copricapi, o da corna, con grandi orecchini e quattro gambe, incombe su due figure, una maschile e una femminile, che mostra il sesso.

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Morso in bronzo, con guardie decorate
da una sorta di sfinge a tre teste.
Si notino le due figurine antropomorfe
su cui la figura principale incombe.
Luristan, X-VI sec. a. C
Collezione Giannelli

Restando all’età del bronzo, tra i diversi greci antichi, spicca un particolare tipo di morso miceneo, che è tra i più antichi morsi in bronzo conosciuti e si ritiene possa risalire al XIV secolo a. C.

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Morso in bronzo, di tipo miceneo
XIV sec. a. C.
Collezione Giannelli

Davvero sorprendente e interessante è inoltre un morso etrusco, del cosiddetto periodo villanoviano (IX-VII secolo a. C.). Si tratta di un filetto snodato con guardie a forma di grande cavallo, ornato sui lati (sopra, sotto e davanti) da altri cavallini stilizzati). La peculiarità di questo morso è che è privo della tipica patina verde, dovuta all’ossidazione del bronzo. Possiamo così ammirare il colore che davvero avevano i morsi antichi, all’epoca in cui venivano usati.  Erano lucenti come se fossero dorati (e questo spiega perché molti autori antichi parlano di morsi d’oro, che però non sono mia stati trovati dagli archeologi). La particolare lucentezza di questo esemplare insolito è probabilmente dovuta all’abrasione della sabbia di un corso d’acqua, sul fondo del quale è rimasto per millenni.

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Morso villanoviano, che ha eccezionalmente conservato
la lucentezza originaria del bronzo
IX-VII sec. a.C.
Collezione Giannelli

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Cavalli che parevan fiamma!

Monumento equestre ad Alessandro Farnese, di Francesco Mochi, in Piazza dei Cavalli a Piacenza (1612)

Francesco Mochi, Monumento equestre ad Alessandro Farnese
Piazza dei Cavalli, Piacenza (1612)

di Giovanni Battista Tomassini

Nel 1565, a Lisbona si tenne una grande festa equestre per celebrare le nozze di Alessandro Farnese con Maria del Portogallo. Una cronaca dell’epoca testimonia le straordinarie qualità dei cavalli e dei cavalieri lusitani, che impressionarono profondamente i dignitari italiani presenti nella capitale portoghese

Sino al catastrofico terremoto e al conseguente tsunami che nel 1755 distrussero la città di Lisbona, nel luogo dove ora si apre la grande Praça do Comérçio – uno dei luoghi più noti e caratteristici della capitale portoghese – sorgeva il Paço da Ribeira, il palazzo reale. Tanto che, sebbene non rimanga nulla dell’edificio distrutto dal sisma, tuttora la piazza è nota familiarmente anche come Terriero do Paço, la piazza del palazzo. L’edificio era stato costruito intorno al 1500 e si stagliava perpendicolarmente al fiume. Si affacciava su una grande piazza, simile per dimensioni all’attuale, dove si tenevano i grandi eventi pubblici della città.  Il 28 maggio del 1565 quell’ampia spianata doveva offrire allo sguardo degli spettatori uno spettacolo magnifico. Per giorni, falegnami, tappezzieri e decoratori avevano lavorato senza sosta ad allestire i palchi lungo il lato della piazza aperto sul fiume Tago, che in quel punto è tanto largo da apparire già oceano. I carpentieri avevano costruito ampie e solide gradinate di legno, in parte coperte da baldacchini, che erano poi state tappezzate di stoffe pregiate e decorate con pitture allegoriche. Anche la facciata del palazzo era stata addobbata con sfarzo. Da ogni finestra pendeva un drappo dal colore squillante e i davanzali erano decorati da cuscini e nastri. Due settimane prima, nella cappella reale, l’ambasciatore spagnolo Alonso de Tovar aveva sposato Maria d’Aviz, nipote del re Manuel I, in nome e per conto di Alessandro Farnese, figlio del duca di Parma e Piacenza, Ottavio, e di Margherita d’Austria, sorellastra del re di Spagna, Filippo II, e governatrice dei Paesi Bassi. Dopo i festeggiamenti della prima ora a corte, adesso era venuto il momento della celebrazione pubblica di quelle nozze, che univano la principessa portoghese al rampollo di una delle prime famiglie d’Italia, legata dalla parentela, ma anche da una relazione fatta di paura e di sospetti, alla potentissima corona spagnola. E come in ogni festa pubblica, che celebrasse il potere dell’aristocrazia in quegli anni, i cavalli ebbero un ruolo da protagonisti in quella giornata memorabile.

Lisbona com’era nel Cinquecento Georg Braun e Franz Hogenber, Civitates orbis terrarum (1572-1612)

Lisbona com’era nel Cinquecento
Georg Braun e Franz Hogenber, Civitates orbis terrarum (1572-1612)

Conosciamo quegli avvenimenti grazie alla testimonianza diretta di Francesco De Marchi, singolare figura d’erudito e avventuriero, al servizio per oltre quarant’anni di Margherita d’Austria, che partecipò alla delegazione che si era recata in Portogallo per accompagnare la principessa a Bruxelles, dove l’attendeva il suo giovane sposo. All’indomani dei festeggiamenti per le nozze (svoltesi per procura in Portogallo e, mesi dopo, di persona, nella capitale belga), De Marchi compose una cronaca dettagliata intitolata Narratione particolare delle gran feste e trionfi fatti in Portogallo e Fiandra nello sposalitio dell’illustrissimo sig. Alessandro Farnese e donna Maria del Portogallo, stampata a Bologna nel 1566. Il suo resoconto ci offre un quadro assai vivido dell’abilità dei cavalieri portoghesi, del pregio straordinario dei loro cavalli e dello sfarzo e della raffinatezza dei finimenti con cui erano bardati.

Dettaglio del Palazzo Reale. di Lisbona. La piazza sulla quale si tenne la festa era quella sulla destra del palazzo

Dettaglio del Palazzo Reale di Lisbona.
La piazza sulla quale si tenne la festa era quella alla destra del palazzo

Come era tipico nella tradizione iberica, la festa cominciò con una grandiosa toirada, un combattimento con i tori. All’inizio gli animali vennero affrontati da gentiluomini a cavallo, che si dimostrarono cavalieri valentissimi. A colpire De Marchi furono però soprattutto le stupefacenti qualità dei cavalli, riccamente bardati e tanto perfettamente addestrati in quel tipo di lotta da sembrare animati da un intendimento quasi umano.

“Hor il principio della festa fu il combattimento di diciassette bravi tori, animali terribili, feroci, e il primo combattimento fu di uomini a cavallo, tutti Cavallieri e gentiluomini di conto, i quali combatterono sopra ginetti riccamente guarniti con una zagaglia per ciascuno in mano da due ferri e con tanta agilità e destrezza et attitudine gli ammazzavano che era una delle belle e degne cose che si potesse vedere, perché non ostante i cavallieri facessero molto bene, i cavalli anco erano così vivi e presti a schifare gli incontri de’ tori, che parevano fiamma e mostravano di avere un certo non so che di sentimento humano” (DE MARCHI, p. 3).

Jan Van de Straet, Venationes Ferarum (tauromachia) incisione di Phillips Galle, 1578 (o successivo) British Museum

Jan Van de Straet, Venationes Ferarum (tauromachia)
incisione di Phillips Galle, 1578 (o successivo)
British Museum – Londra

Eppure, nonostante la perizia dei cavalieri e la vivacità dei cavalli, due di loro furono feriti, anche se non gravemente. Ai combattimenti a cavallo fecero quindi seguito quelli a piedi, in cui i tori furono affrontati con spada e cappa. I giovani portoghesi si dimostrarono espertissimi anche in questo tipo di lotta:

perché venendo il toro alla volta loro gli buttano la cappa sopra alle corna e così, rimanendo quelle bestie accecate, le schifano facilmente e danno loro una gran coltellata, o su’l capo, o su’l naso, o su le gambe davanti, e perché le spade sono oltra modo taglienti si vede subito da circostanti il segno” (DE MARCHI, p. 3).

Pur con tutta la loro abilità, alcuni dei toreri furono però travolti e si salvarono solo perché i tori vennero immediatamente distratti dagli assistenti e i malcapitati furono tempestivamente soccorsi.

Francisco Goya, Carlos V affronta un toro nella piazza di Valladolid, durante le celebrazioni per la nascita di suo figlio Filippo II, 1814 - 1816 Museo del Prado

Francisco Goya, Carlo V affronta un toro nella piazza di Valladolid,
durante le celebrazioni per la nascita di suo figlio Filippo II (1814 – 1816)
Museo del Prado – Madrid

Dopo la corrida, la festa proseguì con il “gioco delle canne” e con una “giostra di caroselli”. Si trattava di due cimenti cavallereschi allora molto diffusi. Da tempo ormai i vecchi e brutali tornei, retaggio della cultura cavalleresca medievale, erano stati quasi ovunque sostituiti da giochi equestri meno cruenti, che richiedevano un’equitazione più sofisticata, e permettevano di far brillare le qualità dei cavalieri senza esporli a rischi mortali. Questa tendenza s’andava sempre più affermando dopo che, nel 1559, il re di Francia Enrico II era morto a seguito di un incidente nella giostra che si disputava durante i festeggiamenti del matrimonio di sua figlia Elisabetta con Filippo II di Spagna. Il gioco delle canne e quello dei caroselli erano molto popolari ed erano soprattutto diffusi nella penisola iberica e nei territori europei sotto il dominio spagnolo. In Portogallo, per esempio, questo tipo di giochi equestri continuarono a essere praticati sino a tutto il XVIII secolo, come dimostrano due splendide tavole, del monumentale trattato portoghese d’equitazione di Carlos de Andrade, Luz da Liberal e Nobre Arte da Cavallaria, del 1790. Spagnoli e portoghesi avevano probabilmente mutuato queste prove cavalleresche dai dominatori arabi, come testimoniava l’abitudine di praticarle indossando abiti “alla moresca”.

Il Gioco delle canne e quello dei caroselli continuarono a essere praticati in Portogallo sino alla fine del XVIII secolo Carlos de Andrade, Luz da Liberal e Nobre Arte da Cavalleria (1790)

Il Gioco delle canne e quello dei caroselli continuarono
a essere praticati in Portogallo sino alla fine del XVIII secolo
(Carlos de Andrade, Luz da Liberal e Nobre Arte da Cavalleria, 1790)

Nel gioco delle canne, le squadre si schieravano sui lati opposti del campo. Quindi un primo drappello di cavalieri galoppava sino a portarsi a distanza di tiro dagli avversari e scagliava contro di loro delle canne, come fossero giavellotti. Spesso, queste armi fittizie avevano la punta spalmata con una sostanza adesiva, perché restassero incollate alla corazza dell’avversario. A quel punto gli assaliti partivano al contrattacco, inseguendo gli altri, che ripiegavano verso la schiera amica. Quando, a loro volta, erano arrivati nel campo avverso, gli inseguitori scagliavano i loro dardi. La giostra dei caroselli aveva una dinamica simile, solo che i cavalieri si inseguivano scagliandosi dei proiettili di argilla, che gli avversari dovevano evitare con rapidi cambiamenti di direzione dei loro cavalli, oppure proteggendo se stessi e i propri animali con piccoli scudi, generalmente di cuoio.

Come di regola, le prove cavalleresche furono anche quel giorno introdotte da una solenne parata, cui presero parte oltre un migliaio di persone e centinaia di splendidi cavalli, riccamente bardati:

Entrarono in piazza quattro compagnie di cavallieri sopra cavalli ginetti bellissimi a sedici per compagnia, che sommano in tutto cavallieri sessantaquattro. [qui segue l’elenco dei capi di ciascuna compagnia] Gli altri quindici di ogni compagnia erano tutti gentilhuomini, vestiti di livrea gialla e negra di raso alla moresca; li fornimenti de’ cavalli erano alla ginetta d’argento e d’oro con le staffe dorate e bianche tutte lavorate alla damaschina, con gli sproni all’istessa foggia. I pettorali e le groppiere de’ cavalli erano piene di anella d’argento, con i colari di campanini d’argento e d’oro, con gran fiocchi di seta e d’oro, con le testiere e i morsi tutti dorati, con selle coperte e lavorate d’oro alla moresca, cosa tanto bella e rara che si poteva più disidierare. Ciascun de’ capi delle compagnie si faceva menare a  mano innanzi per pompa e grandezza sei grossi cavalli di Andalusia e di Granata, i quali oltra la grandezza e bellezza loro andavano ballando, che pareva davvero che non toccassero terra, con li giaizzi [vale a dire con le bardature, dal portoghese “jaez”], o fornimenti come si chiamano, così ricchi e belli che facevano stimare ogni cavallo un gran denaio; perché vi intraveniva oro e argento battuto e seta et or filato e ferro et argento lavorato alla damaschina con oro et argento commesso e i cuoi erano lavorati d’oro e seta; et certo è che questi cavalli erano così rari che niun pittore, per valente che fosse, gli potrebbe dipingere e ritrar di sua testa di quella beltà e adornezza” (DE MARCHI, pp. 3r-3v).

Il gioco delle canne era diffuso in Spagna e Portogallo, ma anche nei domini spagnoli in Italia Juan de La Corte, Fiesta en la Plaza Mayor de Madrid, Museo Municipal, Madrid, (1623)

Il gioco delle canne era diffuso in Spagna e Portogallo,
ma anche nei domini spagnoli in Italia
( Juan de La Corte, Fiesta en la Plaza Mayor de Madrid, Museo Municipal, Madrid, 1623)

Com’era tradizione, i cavalieri erano vestiti in abiti alla moresca, con il capo coperto da turbanti ornati di pietre preziose, e portavano targhe, cioè piccoli scudi, di cuoio. Ciascuno di loro era accompagnato da otto staffieri e otto paggi. Alla sfilata iniziale presero dunque parte mille e ventiquattro persone le quali, dopo aver percorso la piazza, si divisero in due schiere contrapposte. Quindi dai due fronti partirono dapprima due coppie di cavalieri, che

“si davano la carica tirandosi le canne con tanta feracità, che parevano dardi lanciati; ma per l’essercitio continuo de’ cavallieri, per l’agilità e destrezza de’ cavalli assuefatti al gioco, venendo il colpo si coprono in maniera leggiadramente sé et il cavallo con la targa di cuoio, che senza lesion trapassando come strali lo schifano e dando volta al cavallo, come se fossero sentati in una seggiuola, ritornano in un attimo indietro” (DE MARCHI, p. 3v).

Gioco dei caroselli Carlos de Andrade, Luz da Liberal e Nobre Arte da Cavallaria (1790)

Gioco dei caroselli
(Carlos de Andrade, Luz da Liberal e Nobre Arte da Cavallaria, 1790)

Dopo le prime due coppie, l’esercizio fu ripetuto prima da quattro cavalieri per parte, poi da sei, quindi da otto, dieci, sino a che non corsero tutti insieme gli uni incontro agli altri. Nel corso del gioco, cavalli e cavalieri si produssero in tali dimostrazioni di destrezza che l’autore annota di considerare difficile che si potessero emulare altrove, sia per la difficoltà di reperire cavalli così perfettamente addestrati, sia di trovare cavalieri così perfettamente esercitati:

“non credo che si possa così facilmente far per tutto per mancamento di cavalli e di fornimenti, senza che bisogna che gli huomini vi siano di gran tempo esercitati, altrimenti non haveria quella gratia e leggiadria che ha in quelle bande” (DE MARCHI, p. 4r).

Nel corso del combattimento simulato i cavalieri sfoggiavano la loro abilità, con prove di autentico virtuosismo:

“Vi erano alcun che, tirando una canna per l’aria innanzi velocissima come uno strale, l’accompagnavano correndo a tutta briglia col cavallo, con tanta prestezza, che avanti che ella cadesse in terra la ripigliavano. Altri con la medesima velocità correndo levava una canna di terra piana con la mano. Altri v’erano che la tiravano per l’aria al cielo, che pareva una saetta che trapassasse le nuvole” (DE MARCHI, p.4r).

De Marchoi nota le spericolate esibizioni di abilità dei cavalieri lusitani (Galvao de Andrade, Arte de Cavalaria de gineta e estardiota, 1678)

De Marchi nota le spericolate esibizioni di abilità dei cavalieri lusitani
(Galvao de Andrade, Arte de Cavalaria de gineta e estardiota, 1678)

Il successivo gioco dei caroselli si svolse con modalità simili al precedente delle canne, solo che i cavalieri si scagliavano contro dei proiettili d’argilla cruda, riempiti di carbone, della grandezza di una piccola arancia. Se i cavalieri venivano colpiti il proiettile andava in frantumi e il carbone di cui   era ripieno macchiava i loro vestiti. Accadeva però di rado, dice De Marchi, vista la maestria con la quale i partecipanti sapevano schivare i colpi. La giostra dei caroselli concluse i festeggiamenti che, con esagerazione tipicamente cortigiana, De Marchi giudica

“per gli addobbi, banchetti, balli, suoni, feracità de’ tori, agilità de’ cavalli e cavallieri e beltà de’ fornimenti e livree loro, per il bene combattere a piedi e a cavallo … le maggiori [feste] che già centinaia d’anni si sappiano essere state fatte in Portogallo” (DE MARCHI, p. 4r).

Recentemente, il duca Ottavio Farnese e Francesco De Marchi (alle sue spalle) sono stati identificati nelle due figure del Doppio ritratto maschile (1556), di Maso da San Friano, conservato nel Museo di Capodimonte, a Napoli

Recentemente, il duca Ottavio Farnese e Francesco De Marchi (alle sue spalle) sono stati identificati nelle due figure del Doppio ritratto maschile (1556), di Maso da San Friano, conservato nel Museo di Capodimonte, a Napoli

Prima di concludere il nostro articolo vale forse la pena spendere altre due parole su alcuni dei personaggi storici dei quali s’è fatta menzione. A cominciare da Margherita d’Austria (1522-1586) che fu quella “Madama” da cui prende il nome l’edificio che oggi è sede del Senato della Repubblica Italiana e che è appunto noto come Palazzo Madama. Margherita ereditò il palazzo dal primo marito, il duca Alessandro de’ Medici, che aveva sposato nel 1536, ma che venne ammazzato dal cugino Lorenzino, l’anno successivo. A Roma, la “Madama”, come confidenzialmente la chiamavano i romani, si trasferì nel 1538, per sposare, assai di controvoglia, Ottavio Farnese, nipote di papa Paolo III. Lei aveva diciassette anni, lui soltanto quindici. Ci volle un bel po’ perché i due potessero consumare il matrimonio e questo suscitò parecchie illazioni e dicerie. Dopo ben sette anni, il 27 agosto 1545, Margherita diede finalmente alla luce due gemelli, Carlo e Alessandro, che vennero battezzati solennemente nella basilica di Sant’Eustachio, a pochi passi dal palazzo materno. Carlo morì ancora infante, mentre Alessandro (1545-1592) crebbe e divenne uno dei più importanti condottieri e politici del suo tempo. Fu educato in Italia sino all’età di dieci anni, poi venne inviato alla corte del re di Spagna, Filippo II, che era il fratellastro di sua madre. Qui doveva proseguire la sua educazione, ma soprattutto garantire, in qualità di ostaggio, la fedeltà alla Spagna del padre, Ottavio, che aveva la tendenza a cambiare alleanze con una notevole disinvoltura. Quando si trattò di maritarlo, Filippo II negò il permesso al suo matrimonio con una delle figlie del duca di Urbino, per evitare un legame troppo stretto tra due famiglie italiane che avrebbero potuto creargli problemi nella penisola, e gli rifilò una principessa portoghese, considerando la parentela così acquisita assai meno pericolosa per gli interessi della corona spagnola. Infine l’autore del resoconto, Francesco De Marchi (1504-1576). Non solo, benché autodidatta, fu un erudito, architetto militare ed esperto d’artiglieria, ma anche cortigiano, maestro d’equitazione e di ballo, avventuriero scampato ai pirati al largo di Ponza, naufrago alla foce del Tevere. Nel 1535, protetto da un rudimentale scafandro, si immerse nel lago di Nemi, vicino Roma, alla ricerca delle navi di Caligola, che erano effettivamente presenti nelle acque del lago e che furono recuperate solo nel 1929-30, per andare poi distrutte in un incendio nel 1944. La sua ultima impresa la compì a sessantanove anni quando, nel 1573, scalò tra i primi la vetta del Gran Sasso.

(Questo è il testo della conferenza che ho tenuto il 9 settembre 2017, in occasione del Festival Italiano del Cavallo Puro Sangue Lusitano, presso la Tenuta Malaspina a Ornago -MB)

A sinistra: Ritratto di Alessandro Farnese, attribuito a Sofonisba Anguissola, circa 1560 (National Gallery of Ireland). A destra: Ritratto di Maria d’Aviz, scuola di Anthonis Mor, seconda metà del XVI secolo, Pinacoteca Stuard, Parma

A sinistra: Ritratto di Alessandro Farnese,
attribuito a Sofonisba Anguissola, circa 1560 (National Gallery of Ireland).
A destra: Ritratto di Maria d’Aviz,
scuola di Anthonis Mor, seconda metà del XVI secolo, Pinacoteca Stuard, Parma

Bibliografia:

Francesco DE MARCHI, Narratione particolare delle gran feste e trionfi fatti in Portogallo e Fiandra nello sposalitio dell’illustrissimo sig. Alessandro Farnese e donna Maria del Portogallo, Bologna, Appresso Alessandro Benacci, 1566.

Giuseppe BERTINI, Le nozze di Alessandro Farnese. Feste alle corti di Lisbona e di Bruxelles, Milano, Skira, 1997.

Frontespizio dell'opera di De Marchi

Frontespizio dell’opera di De Marchi

Il viaggio di Dom Duarte

Galvao de Andrade, Arte de Cavalaria de gineta e estardaiota, 1678

Galvao de Andrade, Arte de Cavalaria de gineta e estardaiota, 1678

di Giovanni Battista Tomassini

Quando nel 1820, José Xavier Dias da Silva scoprì che un grande volume in folio conservato nella Biblioteca Reale di Parigi conteneva due opere manoscritte, sino ad allora sconosciute, del re Edoardo I del Portogallo (1391-1438), non si rese subito conto d’aver portato alla luce un tesoro inestimabile della letteratura equestre mondiale. In quel codice, rilegato in marocchino, era infatti contenuto il più antico libro sull’equitazione pervenuto sino a noi, dopo quello di Senofonte. Fino a quel momento, il primato era attribuito a Gli ordini di cavalcare, il trattato che il gentiluomo napoletano Federico Grisone aveva fatto stampare a Napoli, nel 1550. La scoperta di da Silva dimostrava invece che più di un secolo prima l’undicesimo re del Portogallo e dell’Algarve e secondo signore di Ceuta, noto anche come Edoardo il filosofo, o l’eloquente, per la sua passione per le lettere, aveva scritto un’opera dedicata “all’arte di cavalcare con qualsiasi tipo di sella”, intitolata appunto Livro da ensinança de bem cavalgar toda sella. Nel manoscritto parigino, il trattato equestre era preceduto da un’altra opera di mano del sovrano: O leal Conselheiro, in cui il sovrano portoghese esponeva considerazioni di carattere filosofico e illustrava modelli di comportamento.

Un’opera originale

Non solo il libro di Dom Duarte (1391-1438) è il primo libro dedicato interamente all’equitazione scritto in epoca ormai moderna, ma è anche un’opera originalissima che, invece di incentrarsi sulla tecnica equestre, approfondisce la psicologia del cavaliere, offrendo allo stesso tempo una panoramica molto interessante sulle pratiche equestri in epoca tardo medievale. Una particolarità che fa di questo libro – nella bella definizione che ne dà lo studioso portoghese Carlos Henriques Pereira – «la prima pagina della storia della psicologia applicata agli sport equestri e verosimilmente della pedagogia dello sport in generale» (PEREIRA, 2009, p. 141).

Edoardo I del Portogallo nacque nel 1391 e morì di peste nel 1438 (Bernardo de Brito, Elogios dos Reis de Portugal com os mais verdadeiros retratos que se puderaõ achar, 1603)

Edoardo I del Portogallo nacque nel 1391
e morì di peste nel 1438
(Bernardo de Brito, Elogios dos Reis de Portugal
com os mais verdadeiros retratos
que se puderaõ achar, 1603)

Innanzitutto, l’autore elenca e analizza i vantaggi che all’epoca derivavano dall’essere un provetto cavaliere: se ne guadagna prestigio sociale, infonde coraggio, ricrea lo spirito, è utile in guerra e nella caccia. Inoltre, un buon cavaliere è sempre pronto a venire in soccorso del proprio sovrano e da ciò gli possono derivare molti benefici e onori.

Sono sicuro – scrive Dom Duarte – che tutti i cavalieri e gli scudieri debbano voler eccellere nell’arte di cavalcare, poiché saranno molto stimati da tutti per tale abilità (DOM DUARTE, p. 6).

Tre sono i requisiti che il cavaliere deve avere per eccellere: per prima cosa la volontà, quindi i mezzi economici, per acquistare buoni cavalli e poi prendersene adeguatamente cura, infine la conoscenza, che permette di scegliere gli animali migliori e di valorizzarne i pregi e correggerne i difetti.

Per Dom Duarte, la prima virtù di un cavaliere  è sapersi mantenere solido in sella in qualsiasi circostanza (Galvao de Andrade, Arte de Cavalaria de gineta e estardiota, 1678)

Per Dom Duarte, la prima virtù di un cavaliere
è sapersi mantenere solido in sella in qualsiasi circostanza
(Galvao de Andrade, Arte de Cavalaria de gineta e estardiota, 1678)

La più importante qualità che distingue un buon cavaliere è, secondo Dom Duarte, la capacità di tenersi ben solido in sella, in qualsiasi circostanza. Subito dopo però viene il non aver paura di cadere, mantenendo un’adeguata fiducia in se stesso e nell’animale, su qualsiasi terreno cavalchi. Questa sicurezza può e deve essere acquisita attraverso un processo di maturazione spirituale del cavaliere: infatti,

sebbene comunemente si ritenga che noi non possiamo cambiare la nostra natura, io credo che gli uomini possano migliorarsi enormemente, sotto la guida di Dio, correggendo le proprie debolezze e aumentando le proprie virtù (DOM DUARTE, p. 45).

Il primo modo per vincere la paura, dice Duarte, è la conoscenza:

nel cavalcare, come in ogni cosa che vogliamo fare, se la paura ci rende incapaci di eccellere, noi dobbiamo innanzitutto imparare come fare bene; e se impariamo come comportarci, acquisiremo la sicurezza necessaria per vincere la paura (DOM DUARTE, p. 45).

Dom Duarte è il primo che illustra la tecnica dell’equitazione “a la gineta” (Pirro Antonio Ferraro, Cavallo frenato, 1602)

Dom Duarte è il primo che illustra
la tecnica dell’equitazione “a la gineta”
(Pirro Antonio Ferraro, Cavallo frenato, 1602)

Equitazione “a la brida” e “a la gineta”

Quanto alla tecnica equestre, Dom Duarte indica diversi modi di cavalcare, sostanzialmente contrapponendo le diverse tecniche della cosiddetta equitazione “a la brida”, in cui il cavaliere montava mantenendo le gambe distese, e la tecnica cosiddetta “a la gineta”, caratterizzata invece dal fatto che il cavaliere montava con le staffe più corte e le gambe piegate.

L’equitazione “a la brida” era la tecnica tipica della cavalleria pesante, caratterizzata dalla staffatura lunga. Dom Duarte distingueva due modi differenti: il primo consisteva nel ben inforcarsi sulla sella, portando i piedi in avanti; il secondo, invece, nel montare in piedi sulle staffe, senza mai sedersi. Per facilitare questa seconda modalità le staffe venivano allacciate l’una all’altra con una correggia, sotto il ventre del cavallo, perché non si divaricassero. L’uso di montare in piedi era secondo Dom Duarte più antico e prescriveva al cavaliere di tenere le gambe perfettamente dritte sotto di sé. Entrambe queste tecniche servivano a facilitare il cavaliere nel maneggiare la lancia. 

L’altra tecnica descritta da Dom Duarte e la cosiddetta equitazione “a la brida” (Pierre de la Noue, La Cavalerie Française et Italienne, 1620)

L’altra tecnica descritta da Dom Duarte
è la cosiddetta equitazione “a la brida”
(Pierre de la Noue, La Cavalerie Française
et Italienne, 1620)

Nell’equitazione “a la gineta” invece le staffe venivano portate più corte, consentendo al cavaliere un contatto più immediato e preciso degli “aiuti inferiori” con i fianchi del cavallo. Secondo Dom Duarte, questo stile prescriveva al cavaliere di sedere “nel mezzo della sella”, quindi senza avvalersi del sostegno degli arcioni e di portare i piedi saldamente appoggiati sulle staffe, con i talloni leggermente bassi. I morsi impiegati in questo tipo di equitazione erano identici a quelli tutt’ora usati in Nord Africa, mentre le selle, anche quelle di chiara derivazione araba, ricordavano la “silla vaquera” ancora oggi in uso in Spagna. L’equitazione “a la gineta” era inoltre (ed è tuttora) la tecnica di base della corrida a cavallo. La staffatura più corta consente infatti arresti e partenze rapidi e repentini cambi di direzione, essenziali nella lotta con il toro.

Il libro di Dom Duarte e l’Italia

Dopo la sua scoperta, gli studiosi hanno continuato a interrogarsi su quale percorso il manoscritto di Dom Duarte abbia seguito per approdare infine alla Biblioteca Reale (oggi Nazionale) di Parigi. Le più antiche attestazioni del volume in Francia, lo collocano alla metà del Cinquecento nella Biblioteca di Blois, di proprietà dei duchi di Orléans. Nel 1544, questa raccolta di libri confluì nella Biblioteca Reale costituita da Francesco I (1494-1547) a Fontainbleau, poi trasferita a Parigi, alla fine del regno di Carlo IX (1560-1574).

Il miglior modo per vincere la paura di cadere, dice Dom Duarte, è la conoscenza (Galvao de Andrade, Arte de Cavalaria de gineta e estardiota, 1678)

Il miglior modo per vincere la paura di cadere, dice Dom Duarte, è la conoscenza
(Galvao de Andrade, Arte de Cavalaria de gineta e estardiota, 1678)

Gli studiosi considerano ormai praticamente certo che dell’opera del re portoghese esistesse una sola copia. Probabilmente venne portata in Spagna dalla vedova di Duarte, Eleonora d’Aragona (1400/2-1445), quando lasciò il regno del Portogallo nel 1440. L’ipotesi ormai più accreditata è che il manoscritto entrò successivamente in possesso dei fratelli di donna Leonor, gli infanti d’Aragona, Henrique e Joao, o perché lei glielo vendette (cosa probabile, vista la sua situazione economica), oppure perché lo ereditarono alla sua morte. Appartenendo ormai alla corte aragonese, il manoscritto passò quindi alla Biblioteca dei Re Aragonesi a Napoli. Lo dimostra la presenza nell’angolo destro in basso dell’ultimo foglio scritto del testo di una sigla presente su altri manoscritti sicuramente appartenuti alla biblioteca aragonese di Napoli. La collezione di libri napoletana – che raccoglieva il prezioso fondo creato da Alfonso I (1435-1458) e Ferdinando I (1458-1494), entrambi appassionati bibliofili – passò quindi a Blois probabilmente dopo l’effimera conquista di Napoli da parte di Carlo VIII (febbraio 1495), o forse dopo la vendita fatta a Luigi XII (1462-1515) da Isabella, vedova dell’ultimo re aragonese di Napoli, Federico I, che morì esule in Francia nel 1504. Sta di fatto, che il primo trattato d’equitazione scritto in epoca moderna, passò dal Portogallo alla Spagna, quindi sostò a Napoli, per proseguire poi verso la Francia, unendo in un percorso ideale, oltre che materiale, alcune delle nazioni che maggiormente hanno contribuito allo sviluppo della cultura equestre europea, tra il XV e il XVIII secolo.

(Questo articolo è apparso sul primo numero Lusitano Magazine, rivista dall’AICL, Associazione Italiana del Cavallo Lusitano)

Il morso “a la gineta” era identico ai morsi tuttora in uso in Nord Africa (Pedro Fernandez de Andrade, Libro de la Gineta de Espana, 1599)

Il morso “a la gineta” era identico
ai morsi tuttora in uso in Nord Africa
(Pedro Fernandez de Andrade, Libro de la Gineta
de Espana, 1599)

Bibliografia

CASTRO, Maria H. L., “Leal Conselheiro”: itinerário do manuscrito, “Penélope”, Lisboa, n. 16, 1995. p. 109-124.

DOM DUARTE The Royal Book of Jousting, Horsemanship and Knightly Combat. A translation into English of King’Dom Duarte’s 1438 Treatise Livro da Ensinança de Bem Cavalgar Toda Sela, by Antonio Franco Preto, ed. by S. Mulhberger, Higland Village, The  Chivalry Bookshelf,  2005.

PEREIRA, Carlos Henriques, Le traité du roi D. Duarte: l’équitation portugaise a l’aube de la Reinassance, in AA. VV. , Les Arts de l’équitation dans l’Europe de la Reinassance. VIIe colloque de l’Ecole nationale d’équitation au Chateau d’Oiron (4 et 5 octobre 2002), Arles, Actes Sud, 2009, pp. 140 – 150.

Edizioni moderne

Purtroppo non esiste una traduzione italiana del libro di Dom Duarte. I lettori interessati possono leggere la buona traduzione francese a cura di Anne-Marie Quint e Carlos Pereira, Le traité des équitations: Livre qui enseigne à bien pratiquer toute équitation (Actes Sud Editions, 216, € 29), oppure la recente traduzione in inglese di Jeffrey L. Forgeng, The Book of Horsemanship by Duarte I of Portugal (Boydell Press, 2016, € 30,12). Chi ha familiarità con il portoghese trova infine online l’edizione del 1854 seguendo questo link: Leal conselheiro, o qual fez Dom Duarte: seguido do Livro da ensinanca de bem cavalgar toda sella.

Tradizioni equestri del Carnevale romano durante il Rinascimento

Il gioco dell'anello era molto praticato sin dal Rinascimento Bartolomeo Pinelli, Costumi diversi inventati ed incisi da Bartolomeo Pinelli, 1822

Il gioco dell’anello era molto praticato sin dal Rinascimento
da Costumi diversi inventati ed incisi da Bartolomeo Pinelli, 1822

di Giovanni Battista Tomassini

Testo dell’intervento tenuto in occasione dell’History talk, che martedì 28 febbraio 2017, ha concluso la 9° edizione del Carnevale Romano. Ringrazio particolarmente l’Associazione Carnevale Romano per avermi ancora una volta invitato, nella splendida Biblioteca Angelica, per raccontare le storie di questo grande rito collettivo della città di Roma. Per informazioni: http://www.carnevaleromano.com/ e https://www.facebook.com/Carnevale-Romano-454618444667202/?fref=ts

Giovedì 24 febbraio 1536, a circa un anno e mezzo dall’elezione al soglio pontificio di papa Paolo III, a Roma si tornò a celebrare il Carnevale, dopo che per molti anni nella città sfregiata dal sacco del 1527 c’era stato ben poco da festeggiare. Quel giorno, in Campidoglio si radunarono tutte le autorità municipali: il Senatore del Popolo Romano, i Conservatori, i Caporioni e i Priori, i Sindaci, i Connestabili e i rappresentanti delle corporazioni. Tutti indossavano gli abiti delle grandi occasioni e portavano le armi della milizia cittadina. In quanto manifestazioni civica, la sfilata del Carnevale era infatti anche occasione per mostrare l’orgoglio militare della città ed era sfruttata dall’aristocrazia per ostentare i segni della propria ricchezza e del proprio potere. Proprio per questo, i cavalli e gli altri attributi del decoro cavalleresco, come per esempio le armi e gli abiti più lussuosi, vi svolgevano un ruolo di primissimo piano.

Cavaliere con costume e bardatura "alla romana" da parata. Libro dei disegni di Filippo Ursoni, 1554 Royal and Albert Hall Museum - Londra

Cavaliere con costume e bardatura
“alla romana” da parata
Libro dei disegni di Filippo Ursoni, 1554
Royal and Albert Hall Museum – Londra

Il corteo si mosse verso il Campo in Agone, cioè verso Piazza Navona, secondo un rigoroso ordine di precedenza. Dopo i rappresentanti dei Rioni sfilarono i cosiddetti Giocatori, vale a dire i campioni dei Rioni stessi, che quel giorno e nei successivi si sarebbero cimentati nelle prove cavalleresche. Erano otto per ciascun Rione ed erano accompagnati ciascuno da otto staffieri. Tra loro – leggiamo in un resoconto anonimo dell’epoca, indirizzato a Girolamo Orsini d’Aragona, duca di Bracciano:

almanco dua in bellissimi cavalli vestititi all’antica, con belle celate, et di molte, et in petto e in capo, gioie, perle, cattene ed altri ornamenti bellissimi, tra li quali uno vi fu particulare, del quale per non monstrar di lasciar adreto l’altri fu ditto portare meglio di trenta miglia scuti de valore tra oro e gioie” (FORCELLA, 1885, pp. 22-23).

Già questa descrizione ci dà un’idea della magnificenza associata alla presenza dei cavalli nel corteo, che si manifestava sia nel pregio degli ornamenti (30 mila scudi solo di gioielli) sia degli animali stessi. Una parola va inoltre spesa sull’appartenenza sociale dei Giocatori, che gli Statuti del 1360-1363 caratterizzano proprio come appartenenti alla categoria dei cavallarocti, vale a dire di coloro che potevano contribuire alla milizia urbana con una cavalcatura e che quindi appartenevano alle arti maggiori e all’aristocrazia non baronale, cioè allo strato più ricco dei commerci e delle professioni.

Corsiero d'Italia con bardatura "alla leggera" Filippo Ursoni, 1554 Royal and Albert Hall Museum - Londra

Corsiero d’Italia con bardatura “alla leggera”
Libro dei disegni di Filippo Ursoni, 1554
Royal and Albert Hall Museum – Londra

La qualità dei cavalli che partecipano alla sfilata è sottolineata in modo più evidente nella successiva descrizione dei Caporioni, che erano montati

sopra a cavalli bellissimi alla legiera, a tre a tre, con i suoi paggi a tre a tre, a cavallo vestiti della loro livrea, con lance e targhe de doi Signori caporioni” (FORCELLA, 1885, p. 23).

In questo caso i cavalli erano bardati “alla leggera”, erano cioè privi di armatura e di altre protezioni tipiche dei cosiddetti “uomini d’arme”.

Cavallo armato e "uomo d'arme", entrambi protetti da armatura metallica. Pirro Antonio Ferraro, Cavallo frenato, 1602

Cavallo armato e “uomo d’arme”,
entrambi protetti da armatura metallica
Pirro Antonio Ferraro, Cavallo frenato, 1602

Questa prima parte del corteo era chiusa dal Priore dei Caporioni e dal Conservatore. Seguivano quindi tredici carri allegorici, uno per Rione, che celebravano la vittoria del console romano Paolo Emilio, vincitore nel II secolo dopo Cristo della terza guerra di Macedonia, la cui vicenda è narrata nelle Vite parallele di Plutarco e il cui nome era considerato allusivo a quello del pontefice. Il corteo era infine chiuso da altre autorità e personalità di alto rango, tutti su “bellissimi cavalli grossi bardati”. Per ultimo incedeva Giuliano Cesarini, Gonfaloniere di Roma, con abito splendido e montato su un “bellissimo cavallo”, come altrettanto bellissimi erano gli esemplari montati dal suo seguito.

Il corteo si snodò sino a Castel Sant’Angelo dove lo attendeva il Papa, al quale venne dedicato un concerto. Quindi tornò indietro sino a Piazza Navona, dove i partecipanti si disposero in bell’ordine. Si tennero quindi delle corse all’anello. Si trattava di un tipo di cimento cavalleresco in cui i cavalieri lanciati al galoppo dovevano infilare la punta della lancia, in un anello sospeso a mezz’aria con un nastro. All’epoca era molto diffuso e tuttora viene praticato in molte parti del mondo. Come per esempio durante il carnevale di Oristano, in cui cavalieri abbigliati con maschere suggestive, debbono cogliere una stella, con al centro un anello, con la punta della spada. Bartolomeo Pinelli ci ha tramandato in una sua stampa una variante praticata a Roma all’inizio dell’Ottocento. L’anello veniva infatti sospeso sotto un tino pieno d’acqua. In questo caso, se il cavaliere sbagliava a puntare la lancia e lo urtava, l’acqua si rovesciava su di lui e sul suo cavallo (si veda l’immagine all’inizio dell’articolo).

La Corsa della Stella

La Sartiglia di Oristano
Foto tratta dal sito www.paradisola.it di Domenico Corraine

Il carattere marziale e cavalleresco di questi cortei è sottolineato nei Nuptiali, testo chiave per la memoria delle feste romane, scritto da Marco Antonio Altieri, nei primi due decenni del Cinquecento. In particolare, vengono esaltate le virtù profuse dall’aristocrazia romana sul campo di Agone, “nell’exercitarse in nelli principij virili” (ALTIERI, 1873, p. 26), cioè negli esercizi cavallereschi, ed è esaltata l’apparizione di “infiniti gentilhomeni et strenui alla guerra in cavalli lor bardati” (ALTIERI, 1873, p. 114) nei cortei che dal Campidoglio portavano a Piazza Navona, al giovedì grasso.

L’indomani, cioè il venerdì 25 febbraio 1536, a Roma si tenne un vero e proprio encierro, vale a dire che i Caporioni fecero condurre in città dai loro Connestabili, tredici tori feroci, uno per ciascun Rione. Il sabato questi animali vennero mostrati sulla piazza del Campidoglio. Questa pratica non deve sorprendere. La tauromachia, infatti, era allora ampiamente diffusa non solo a Roma, ma in molte zone d’Italia. Combattimenti con i tori sono ben documentati per esempio, a Napoli, dove furono particolarmente favoriti dal viceré spagnolo don Pedro de Toledo (1484-1553), che per le corride aveva una vera passione e vi partecipava in prima persona. Caccie di tori si tenevano anche in Toscana. Particolarmente memorabili, secondo Benedetto Croce, furono quelle tenutesi a Siena e a Firenze in occasione della visita del principe Vincenzo Gonzaga, erede al trono di Mantova, nel 1584. Il fatto che i tori venissero condotti imbrancati in città dai mandriani, attraverso le strade cittadine, era assolutamente normale vista la mancanza di mezzi di trasporto analoghi a quelli moderni. Fu per secoli la regola anche per gli animali condotti alla macellazione, come ben testimonia la stampa tratta dai Costumi diversi inventati ed incisi da Bartolomeo Pinelli, del 1822.

Buoi condotti dai mandriani attraverso le vie di Roma Bartolomeo Pinelli, Costumi diversi inventati ed incisi da Bartolomeo Pinelli, 1822

Buoi condotti dai mandriani attraverso le vie di Roma
da Costumi diversi inventati ed incisi da Bartolomeo Pinelli, 1822

La domenica 27 febbraio, infine tutti si ritrovarono al Campo di Testaccio. Qui i Giocatori precedettero i Caporioni:

vestiti et armati come il giovedì innanzi, et arrivati sulla piazza, ovvero Campo di Testazzo li Giuocatori cominciorno un bellissimo Torniamento correndo per la piazza a doi a doi, poi a quattro a quattro, che mai si stavano in riposo” (FORCELLA, 1885, p. 30).

Anche in questo caso il “torniamento” consisteva in corse all’anello. Durante la giostra, i Conservatori fecero approntare sei Carrozze coperte di panno rosso, su ciascuna delle quali era tenuto in gabbia un maiale vivo. Quindi vennero esposti tre palii, vale a dire tre pezze di stoffa pregiata: uno di broccato d’oro foderato d’ermellino, uno di velluto cremisino, foderato di taffetà verde, il terzo di damasco turchino. Si svolsero quindi tre corse di cavalli: quella dei barberi, quella dei giannetti e quello delle cavalle. Nei palii gareggiavano dei cavalli scossi, cioè senza fantino. I barberi erano i cavalli più leggieri e veloci, di sangue prevalentemente orientale, i giannetti erano invece i pregiati cavalli di Spagna, piccoli, agili e focosi.

Le tauromachie si svolgevano in un'area delimitata ai piedi del Monte di Testaccio Etienne Du Pérac, La festa di Testaccio del 1545, incisione. British Museum - Londra

Le tauromachie si svolgevano in un’area delimitata ai piedi del Monte di Testaccio
Etienne Du Pérac, La festa di Testaccio del 1545, incisione.

Sul campo era stata circoscritta un’area ai piedi della discesa del Monte di Testaccio – legando tra di loro dei carri, alle spalle dei quali erano allestiti anche dei palchi e delle tribune – creando una sorta di grande arena. Dal Monte vennero quindi lanciate per la discesa le carrette con i maiali e furono liberati i tori. Allora cominciò la caccia: rito crudele a metà tra corrida de toros e venatio da Colosseo. Anche in questa fase, i cavalli giocavano un ruolo essenziale, poiché la lotta con i tori si combatteva principalmente a cavallo.

Le caccie dei tori erano tanto apprezzate che nel 1500, durante il papato di Alessandro VI (1431-1503), il figlio del papa, Cesare Borgia, nel giorno della festa di San Giovanni affrontò i tori in un’arena costruita addirittura sulla Piazza San Pietro. Lo stesso accade due anni dopo quando, in occasione delle feste per il matrimonio tra Lucrezia Borgia e Alfonso d’Este, il 31 dicembre 1502 in piazza San Pietro si tennero palii e caccie. L’abitudine di tenere corride in Vaticano proseguì anche con il pontificato di Giulio II (1443-1513). Il martedì grasso del 1510, ad esempio, si tennero delle corse di cavalli e, nel cortile del Belvedere, una caccia di tori. L’uso di tenere corride in Vaticano era però avvertito da molti contemporanei come un eccesso di mondanità nel cuore della cristianità e suscitò l’indignazione di Erasmo da Rotterdam.

I tori venivano liberati sul Monte Testaccio e irrompevano nell'arena correndo lungo la discesa Hendrick Van Cleve III, Mons Testaceus, , Festa a Testaccio, incisione di Philipp Galle, 1557-1612 (c.).

I tori venivano liberati sul Monte Testaccio e irrompevano nell’arena correndo lungo la discesa
Hendrick Van Cleve III, Mons Testaceus, incisione Philipp Galle, 1557-1612 (c.).

I ludi di Testaccio finirono con il pontificato di Paolo III, con un’ultima ecatombe nel 1545. Successivamente l’asse del Carnevale Romano, tornò nell’area di Via Lata, l’attuale Via del Corso, dove già lo aveva spostato Paolo II nel 1465. Il 1 novembre 1567 il Papa Pio V (1504-172) pubblicò la costituzione apostolica De salute, con la quale proibì la tauromachia e condannò i maltrattamenti sugli animali da parte dell’uomo, che purtroppo però non ebbe alcun effetto.

Mi fermo qui. Da questi pochi accenni si coglie comunque il ruolo centrale che aveva la dimensione cavalleresca nel contesto del Carnevale Romano. Un’impronta che il Carnevale mantenne anche nei secoli successivi, quando a caratterizzarlo, nel bene come nel male, fu la celebre corsa dei barberi, che da Piazza del Popolo arrivava a Palazzo Venezia.

A bullfight in front of the Palazzo Farnese, Hendrick Van Cleve III, engraving by Philipp Galle, 1557-1612

Caccia di tori a Piazza Farnese, a Roma
Hendrick Van Cleve III, incisione di Philipp Galle, 1557-1612

BIBLIOGRAFIA

ALTIERI, Marco Antonio, Li nuptiali, pubblicati da Enrico Narducci, Roma Tip. C. Bartoli, 1873.

CROCE, Benedetto, La Spagna nella vita italiana durante la Rinascenza, 2a ed. riveduta, Bari, Laterza, 1922.

FORCELLA, Vincenzo, Tornei e giostre, ingressi trionfali e feste carnevalesche in Roma sotto Paolo III, Roma, Tip. Artigianelli, 1885.

GUARINO, Raimondo, Carnevale e festa civica nei Ludi di Testaccio, “Roma moderna e contemporanea”, XX, 2012, 2, pp. 475-497.

L’History talk alla Biblioteca Angelica nelle immagini di Barbara Roppo e Robbi Huner

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