“Maneggi e salti” . Gli esercizi di base dell’equitazione rinascimentale (2a parte)

Benozzo Gozzoli, Cappella dei Magi, dettaglio della parete est, Palazzo Medici- Ricciardi, Firenze, 1459

Benozzo Gozzoli, Cappella dei Magi, dettaglio della parete est,
Palazzo Medici- Ricciardi, Firenze, 1459

di Giovanni Battista Tomassini

All’inizio della seconda parte del suo Trattato dell’imbrigliare, atteggiare e ferrare cavalli (1556), Cesare Fiaschi dichiarava esplicitamente di voler codificare l’arte equestre della sua epoca, stabilendo la norma di corretta esecuzione dei diversi “maneggi”. Una regola che, nell’intenzione dell’autore, serviva anche a mettere al riparo chi vi si adeguava dalle critiche dei troppi che, a suo giudizio, a quei tempi praticavano l’equitazione senza il dovuto rigore.

Mi par in questa seconda parte del trattato non solo dar norma col dir mio del maneggio di cavalli, ma porre ancho in disegno alcuni atti di cavalieri a cavallo e ferri d’esso, e il tempo in Musica d’alcuni maneggi, acciò che non possa essere ripreso alcuno ogni volta che secondo tali raccordi li maneggerà poi. L’haver io veduto molti, sì pe’l passato come per adesso, che non mirano di far fare al cavallo interamente quel che dovrebbero, mi [h]a fatto prender questa fatica, e ancho perché so che al dì d’hoggi alcuni, per non essere avertiti, incorrono in molti errori […], però niuno si dee sdegnare accettare il mio parere atteso, che se procederà del modo che in questo trattato si intenderà e vederasi ancho in disegno e Musica, potrà farsi honore senza tema d’essere riputato insciente, perché con le vive ragioni in mano chiuderà la bocca a quelli ch’ardissero contradirli. (FIASCHI, 1556, II, 1, pp. 87-88)

La parte del trattato di Fiaschi espressamente dedicata all’equitazione può insomma essere intesa come un vero e proprio canone dei diversi esercizi di scuola, eseguiti con un cavallo perfettamente addestrato. Su come però gli animali venissero preparati a quelle raffinate evoluzioni, l’autore ferrarese dice ben poco.

Le opere di Grisone e Corte vennero più volte ristampate nel corso del XVI e XVII secolo
Frontespizi dell’edizione del 1551 degli “Ordini” e dell’edizione lionese del 1573 de “Il cavallarizzo”

Più interessanti dal punto di vista dell’addestramento del cavallo in epoca Rinascimentale risultano altri due testi fondamentali del XVI secolo. Vale a dire Gli ordini di cavalcare (1550) di Federico Grisone, sorta di vero e proprio manuale per l’addestramento del cavallo “all’uso della guerra”, e Il cavallarizzo (1562) di Claudio Corte, opera tra le più raffinate e innovative tra quelle dedicate all’arte equestre nel Cinquecento.

Secondo Grisone, il cavallo doveva essere domato dopo il compimento dei tre anni d’età. La prima fase dell’addestramento era piuttosto sbrigativa e durava in media dai quattro ai sei mesi. Grisone consigliava di montare all’inizio su un terreno arato, sul quale altri cavalli avessero battuto una pista. In questo modo, secondo l’autore, il cavallo veniva indotto a seguire una traiettoria corretta, per sottrarsi alla fatica di camminare sul terreno più pesante. Con il procedere dell’addestramento si poteva ricorrere a un basso fossato, scavato in modo da obbligarlo a seguire una traiettoria ancora più rigorosa.

Grisone suggeriva di utilizzare un fossato per indurre
il cavallo a seguire una traiettoria rigorosa nella passade.
Pierre de la Noue, La Cavalerie françoise et italienne, 1620

Fondamentali per preparare il cavallo ai “maneggi” erano, secondo l’autore napoletano, i cosiddetti “torni”. Si trattava di fare due cerchi (“volte”) alla mano destra e poi altri due cerchi alla mano sinistra, per poi percorrere un rettilineo (repolone) al termine del quale il cavallo doveva arrestarsi eseguendo alcune “posate”. Quindi, quando il cavallo era “quieto e giusto” gli si dovevano far eseguire due volte strette alla mano destra , quindi altre due alla mano sinistra, sino a portarlo, con il progredire dell’addestramento, a eseguire una o due piroette (che Fiaschi e Grisone chiamano “raddoppio”, o “volta raddoppiata”). Infine, il cavallo veniva riportato sul rettilineo e “usciva” così dai “torni”. L’esercizio veniva eseguito inizialmente al trotto e poi, in una fase più avanzata dell’addestramento, al galoppo.

Questa è la forma de i torni offerti da me, con alcune parole scritte, che si per esse, e si per quello che avanti vi dissi, facilmente saranno ben intesi, et del modo che vi sono dipinti conoscerete quanto sieno differenti da i giri antichi, i quali giri, ancor pochi anni a dietro si usavano fra gli alberi, e nella campagna, e erano più larghi, e in quelli con niuna misura ne di numero ne di larghezza, cambiandosi luogo si andava, e non ordinatamente come ora si va. (GRISONE, 1550, II, p. 54r-54v)

Schema dei cosiddetti

Schema dei cosiddetti “torni”, l’esercizio fondamentale per preparare il cavallo ai “maneggi”, secondo Grisone

I “torni” servivano ad allenare il cavallo a trovare il proprio equilibrio sotto il peso del cavaliere, quindi a insegnargli a eseguire il repolone (o passade), fermandosi dopo la carica, voltando sulle anche per ripartire in direzione opposta.

Per abituare il cavallo ad affrontare qualsiasi tipo di terreno Grisone suggeriva di disseminare il tracciato di pietre. L’autore insisteva poi sull’importanza di esercitare il cavallo ad arrestarsi dritto, magari anche ricorrendo all’aiuto di un uomo a terra che lo inquadrasse con una bacchetta, per evitare che si traversasse. Allo stesso scopo, riteneva utile anche il ricorso alla marcia indietro. Nella prima fase il cavallo veniva montato con cavezzone e morso. Quindi, quando era stato già avviato al lavoro al trotto, Grisone suggeriva di togliergli il cavezzone e di mettergli le cosiddette false-redini, vale a dire redini aggiuntive che venivano assicurate ad appositi anelli posti sulla guardia del morso, all’estremità dell’imboccatura. In questo modo, il morso funzionava come un un morso pelham (1). Quest’uso era invece fortemente criticato da Fiaschi, che lo riteneva nocivo per il puledro.

La posata era considerata essenziale per abituare il cavallo ad arrestarsi portando il peso sui posteriori Giovanni Battista Galiberto, il cavallo da maneggio, Vienna, 1650

La posata era considerata essenziale per abituare il cavallo ad arrestarsi portando il peso sulle anche.
Giovanni B. Galiberto, Il cavallo da maneggio, 1650

Ben presto al cavallo venivano insegnate le cosiddette “posate”, cioè ad arrestarsi portando i posteriori sotto di sé, abbassando le anche e alleggerendo gli anteriori sino a sollevarli da terra, ripiegandoli. Questa tecnica consentiva di riunire il cavallo all’estremo, rendendolo capace di un rapidissimo cambio di direzione al termine del repolone. Si trattava comunque di un esercizio spettacolare, che veniva utilizzato anche come aria di presentazione.

Rispetto l’opera di Grisone, quella di Claudio Corte introduce diversi altri esercizi per l’addestramento del cavallo, la maggior parte dei quali sono tuttora in uso (seppure con lievi differenze). Non si tratta evidentemente di “invenzioni” di Corte, che però ebbe il merito di descriverli nel suo trattato, consolidandone l’impiego.

Corte propone uno schema aggiornato dell'esercizio dei

Corte propose uno schema aggiornato dell’esercizio dei “torni” di Grisone, che chiamò “rote”.
Claudio Corte, Il Cavallarizzo, 1562

Punto di partenza dell’addestramento è, per Corte, il lavoro sui cerchi. Propone dunque uno schema aggiornato dei “torni” di Grisone, che lui chiama “rote”, La differenza tra i due esercizi consiste nel fatto che dopo aver percorso il rettilineo il cavallo doveva voltare su tre cerchi contigui, del diametro di 8-12 metri, quindi tornare indietro sullo stesso rettilineo, percorso il quale, voltava su tre cerchi di diametro inferiore (circa 2-3 metri).

Corte considerava l'esercizio del

L’esercizio del “caragolo” era, secondo Corte, il più efficace a rendere il cavallo agile e ubbidiente.
Claudio Corte, Il cavallarizzo, 1562

Dopo aver confermato il cavallo in questo esercizio, Corte suggeriva di avviarlo a un altro, il cosiddetto “caragolo” (dallo spagnolo “caracol”, cioè lumaca). Si trattava di eseguire al trotto una spirale, quindi, dopo aver percorso un repolone, eseguirne un’altra alla mano contraria. Corte lo considerava l’esercizio più importante ed efficace, capace di produrre i medesimi benefici del lavoro sulle “rote”, consentendo però al cavallo di acquisire maggiore agilità e in minor tempo. Dopo un certo allenamento, il cavallo doveva essere in grado di eseguirlo anche al galoppo. A quel punto, secondo Corte, assumeva anche un notevole pregio estetico, dimostrando la docilità e la scioltezza acquisite dal cavallo e l’abilità del cavaliere.

L'esercizio del cosiddetto

Allenare il cavallo al cosiddetto “esse serrato” serviva a prepararlo al “repolone”.
Claudio Corte, Il cavallarizzo,1562

Altro esercizio era quello che Corte chiamava “esse serrato”. Si trattava di un tracciato in forma di otto, dal quale il cavaliere usciva con un repolone, arrestando il cavallo sulla dirittura. L’autore raccomandava di percorrerlo inizialmente seguendo un tracciato più ampio, che andava progressivamente ristretto a mano a mano che il cavallo si abituava e diventava più agile. Era considerato propedeutico al repolone (cioè alla passade).

Curiosamente, Corte sosteneva che i cavalli più generosi e nobili si compiacessero d'eseguire l'esercizio del

Curiosamente, Corte sosteneva che
i cavalli più generosi e nobili si
compiacessero d’eseguire
l’esercizio del “serpeggiare”,
cioè la serpentina.
Claudio Corte, Il Cavallarizzo, 1562

Infine, l’ultimo esercizio introdotto da Corte è quello che lui chiamava “il serpeggiare”, vale a dire la serpentina. Si trattava, a suo dire, di un allenamento particolarmente adatto a favorire l’equilibrio del cavallo e la sua ubbidienza al morso e alle gambe. L’autore lo considerava inoltre utilissimo nelle battaglie, per evitare i colpi da arma da fuoco e sosteneva che i cavalli, soprattutto quelli più generosi e nobili, si compiacessero d’eseguirlo. Purtroppo, aggiungeva, questo esercizio veniva trascurato nelle scuole di equitazione, dove non si insegnavano altro che corvette e posate.

La

La “passade” resta l’esercizio fondamentale per il combattimento a cavallo sino al XVIII secolo.
WIlliam Cavendish, duca di Newcastle, La methode et invention nouvelle
de dresser les chevaux, 1658, Tav. 21

Corte fu anche il primo autore ad accennare in un libro all’uso del lavoro in mano, cioè con il cavaliere a terra che guida il cavallo con le redini. Si tratta di una pratica che avrà successivamente un notevole sviluppo, per insegnare gli esercizi del dressage al cavallo senza l’impac­cio del peso del cavaliere. Lo raccomandava per addestrare il cavallo alla marcia indietro. Se l’animale resisteva agli aiuti del cavaliere in sella, questi doveva scendere e prendendo in ciascuna mano le redini del cavezzone, lo doveva spingere “piacevolmente” indietro sino a che non comprendeva quanto gli si richiedeva. Appena ottenuti alcuni passi indietro, bisognava rimontare in sella e sollecitarlo a indietreggiare. Qualora fosse tornato a resistere, si doveva ripetere l’esercizio da terra: «che ben devete essere sicuro, che così facendo in due ò tre mattine, e per aventura in men d’un hora lo haverete à questo» (CORTE, 1562, II, 8, p. 66v).

 continua

per leggere il seguito di questo articolo, clicka qui -> parte tre

(1) Grisone e gli altri autori rinascimentali non descrivono le false-redini, ma troviamo la loro descrizione nelle edizioni successive alla prima del trattato del duca di Newcastle, La methode et invention nouvelle de dresser les chevaux: “Lavorare un cavallo con le false-redini è un lavoro falso; perché, essendo attaccate agli Archi del Morso, se voi le tirate allentano il barbozzale e così il cavallo non sarà mai ben stabile; poiché se non è sottomesso al barbozzale è impossibile che sia addestrato; vedete da ciò che le false-redini fanno sì che il Morso non sia altro che un Filetto” (William Cavendish (Duca di Newcastle), Méthode et invention nouvelle de dresser les chevaux, London, Tho. Milbourn, 1771, p. 338) Debbo questa informazione a Michael Stevens, che mi ha amichevolmente segnalato un’imprecisione nel mio articolo. Avere lettori così attenti e competenti è per me un privilegio e un onore.

Bibliografia

CORTE, Claudio, Il Cavallarizzo, Venezia, Giordano Zilletti, 1562.

FIASCHI, Cesare, Trattato dell’imbrigliare, atteggiare e ferrare cavalli, Bologna, Anselmo Giaccarelli, 1556

GRISONE, Federico, Gli ordini di cavalcare, Napoli, stampato da Giovan Paolo Suganappo, 1550.

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