“Maneggi e salti”. Gli esercizi di base dell’equitazione rinascimentale (1a parte)

La pesade era tipica dell'equitazione rinascimentale e barocca. Veniva usata per arrestare il cavallo, spostando il suo peso sui posteriori, ma anche come

La pesade era tipica dell’equitazione rinascimentale e barocca. Veniva usata per arrestare il cavallo,
spostando il suo peso sui posteriori,
ma anche come “aria di presentazione”.
Jacob Jordaens, Cavaliere che esegue una pesade, 1643,
Museum of Fine Arts, Springfield, MA, USA.

di Giovanni Battista Tomassini

Non è mai esistita una sola equitazione. L’impiego del cavallo per le esigenze più disparate e da parte di popoli vissuti a diverse latitudini ha portato allo sviluppo di tecniche differenti, che hanno convissuto nella medesima epoca, a volte influenzandosi reciprocamente. È quindi sempre piuttosto arbitrario voler identificare le caratteristiche dell’arte equestre di un determinato periodo. È però vero che la grande diffusione a livello europeo dei primi trattati equestri pubblicati a stampa alla metà del XVI secolo e la grande circolazione a livello continentale di cavallerizzi italiani, o comunque formatisi nelle scuole della penisola, contribuì in maniera significativa a uniformare le pratiche equestri e all’affermarsi di un “canone” di esercizi che rimase in vigore per oltre un secolo, identificando la “buona norma” dell’equitazione rinascimentale. Fu soprattutto il ferrarese Cesare Fiaschi, autore nel 1556 del Trattato dell’imbrigliare, atteggiare e ferrare cavalli a proporre una sistematizzazione delle diverse pratiche allora in uso, stabilendo regole che si ritrovano poi sostanzialmente identiche nella trattatistica della seconda metà del XVI secolo. Fiaschi non si limitò soltanto a elencare e descrivere a parole i diversi esercizi, ma cercò di rendere la sua spiegazione più chiara attraverso disegni che mostravano l’atteggiamento del cavallo e del cavaliere, oltre al tracciato schematico del percorso seguito dal binomio. Il libro di Fiaschi aveva poi una particolarità unica. Per esprimere il ritmo con il quale alcuni esercizi  dovevano essere eseguiti, accanto al disegno riportava uno spartito musicale. Il cavaliere doveva cantare eseguendo l’esercizio, o quantomeno tenere a mente la misura musicale della melodia.

Nel suo Trattato dell’imbrigliare, atteggiare, e ferrare cavalli (1556), Cesare Fiaschi stabilì il

Nel suo Trattato dell’imbrigliare, atteggiare, e ferrare cavalli (1556), Cesare Fiaschi stabilì il “canone”
dell’equitazione Rinascimentale.
Fiaschi, 1556, Tavola che introduce la Seconda parte dell’opera.

Gli esercizi indicati da Fiaschi possono essere distinti in due categorie principali: quelli legati a una finalità eminentemente militare, i cosiddetti “maneggi” e quelli invece con un tratto più marcatamente estetico e virtuosistico, che potremmo definire “arie di presentazione” e che consistevano, per lo più, in quelli che oggi chiamiamo “salti di scuola”, o “arie rilevate”. In questo articolo ci occuperemo dei primi, cioè dei “maneggi”, rimandando a un successivo intervento l’approfondimento dei “salti”. Con il termine “maneggi” Fiaschi e gli altri autori rinascimentali intendevano le diverse variazioni di quella che successivamente si chiamerà, alla francese, passade. Si trattava di un esercizio fondamentale nella tecnica del combattimento a cavallo. Consisteva nel far galoppare il cavallo su un rettilineo (che gli autori italiani denominavano “repolone”), al termine del quale l’animale doveva arrestarsi e voltare nel più breve spazio possibile, in modo da eseguire immediatamente un’altra carica nella direzione opposta. Serviva ad andare all’incontro con l’avversario – armati di lancia, oppure di spada o di pistola – e tornare subito dopo lo scontro  ad assalirlo. Per voltare il cavallo nel più breve spazio e il più rapidamente possibile, l’arresto al termine della carica veniva compiuto con le cosiddette “posate”: si induceva cioè il cavallo a riunire il galoppo sempre di più, portando il peso sulle anche e alleggerendo gli anteriori sino a sollevarli da terra, per poi farlo voltare facendo perno sui posteriori. Anche in questo caso, nei secoli è prevalsa la terminologia francese e quello che i maestri italiani chiamavano posata ci è oggi più familiare con il nome di pesade.

Il “maneggio di contra tempo” . Fiaschi, 1556, II, 2.

Il “maneggio di contra tempo” .
Fiaschi, 1556, II, 2.

Secondo una classificazione già presente nel precedente trattato di Federico Grisone, Ordini di cavalcare (1550), Fiaschi distingueva i diversi maneggi a seconda di come venivano eseguiti l’ar­re­sto e la mezza volta al termine del repolone. Elencava dunque il “maneggio di contra tempo”: nel quale il cavallo veniva prima trattenuto sulla mano contraria a quella in cui doveva voltare e poi veniva riportato sul dritto con una mezza piroetta.

… nel fine [del repolone] si tiene alquanto (la qual cosa non si fa negli altri maneggi) dalla contraria banda, che si vuole voltare, si come il disegno mostra, voltandolo in quale modo senza che muti li piedi di dietro da luogo sin tanto, che non è tornato nel diritto sentiero (Fiaschi, 1556, II, 2, pp. 88-89).

Il

Il “maneggio di mezzo tempo” (of half time).
Fiaschi, 1556, II, 3.

Seguivano poi i maneggi “di mezzo tempo” e “di tutto tempo”, nei quali il cavallo eseguiva una o più posate al termine del rettifilo e si voltava sulle zampe posteriori, eseguendo anche in questo caso una mezza piroetta.

Et la misura et modo, sì come lo intendo io, di questi tempi, sì del mezo come del tutto tempo è quando si maneggia il cavallo, et è ritenuto pe ’l diritto, senza pur darli tempo di fare una possata volendo (perché alcuna volta non si vuole potendo, alcuna altra non si può volendo) si volta all’hora; chiamo io questa misura di mezo tempo. Quando poi se li da tempo per poter far la possata volendo, o no, questo io’l dico tutto tempo… (Fiaschi, 1556, II, 3, pp. 91-92)

Il

Il “maneggio detto volte ingannate” (misleading voltes)
Fiaschi, 1556, II, 4.

Particolarmente curioso era poi il “maneggio detto volte ingannate”, nel quale al termine del repolone, il cavaliere fingeva di voltare a una mano e con un repentino cambio di direzione eseguiva la mezza piroetta sull’altra.

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Il “maneggio di una volta e mezza”.
Fiaschi, 1556, II, 5.

Seguivano poi il “maneggio con una volta e mezza” – nel quale il cavallo eseguiva una piroetta completa e mezza prima di ripartire nella direzione opposta dalla quale era venuto – e il maneggio detto “volta d’anche”, nel quale il cavallo eseguiva una piroetta inversa, sugli anteriori. Quest’ultimo tipo di maneggio veniva considerato particolarmente indicato per i combattimenti allo steccato e i duelli, perché consentiva di sorprendere l’avversario alle spalle, mentre quello era ancora intento a voltare la sua cavalcatura.

La

La “volta d’anche” era considerata particolarmente utile nelle giostre e nei duelli.
Fiaschi, 1556, II, VI.

Appare evidente che la distinzione di questi diversi modi di eseguire lo stesso esercizio del repolone non avesse un’utilità immediata sul campo di battaglia, o nel corso di una giostra (a parte forse la “volta d’anche”), ma rappresentava piuttosto una stilizzazione, volta a far risaltare il grado di ubbidienza del cavallo e l’abilità e la competenza del cavaliere. È insomma difficile pensare che durante uno scontro in cui si giocava la vita un cavaliere in armatura si preoccupasse d’eseguire un “mezzo tempo” o le “volte ingannate”, mentre è probabile che queste variazioni venissero eseguite nella fase di addestramento, per affinare la docilità e la prontezza dell’animale, e nelle occasioni pubbliche, per far brillare la bravura del cavaliere. Fiaschi indicava inoltre alcuni esercizi tuttora in uso nel moderno dressage. Il primo è quello delle “volte raddoppiate”. Si trattava di quella che oggi noi chiamiamo piroetta. Nella descrizione dell’autore, si riconosce l’aiuto caratteristico della gamba esterna, che contiene le anche, in modo che il cavallo faccia perno sul posteriore interno.

Medesimamente se gli ponga alla pancia il sperone ch’è dal lato dove non vien voltato, tenendo quello in quella parte sin tanto che non si resta di volteggiar da quella mano. […] Ma di questo dico ch’i piedi di dietro del cavallo non si muovano dal circulo di mezo fintanto che non averà finito quelle volte che si vorrà (Fiaschi, 1556, II, 7, p. 104).

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Fiaschi chiamava “volte raddoppiate” ciò che noi oggi chiamiamo piroetta.
Fiaschi, 1556, II, 7.

Altro esercizio tuttora in uso è ciò che noi oggi chiamiamo piaffe, con il quale Fiaschi raccomandava di terminare il repolone anziché con la posata, avendo cura che il cavallo rilassasse la mandibola, masticando il morso:

In vece della quale [cioè della posata], non tanto in questo come in ogni altro maneggio, è buone tenere, che si fa pe’l diritto, farli fare come la maggior parte dei cavalli di Spagna fanno, che come s’incominciano a ritenere vanno con l’anche quasi a terra. Et ritenuto poi stia in motto, cioè hor con l’uno, hor con l’altro braccio levato; facendo ancho di maniera, che mastichi la briglia di modo, ch’ella faccia suono; perche oltre il bel vedere così operandosi, sarà ciò più sicuro, ne d’alcuno biasimato (Fiaschi, 1556, II, 7, p. 106).

Fiaschi raccomandava l'uso del galoppo rovescio sulle volte per allenare sia i cavalli giovani che quelli più vecchi. Fiaschi, 1556, II, 9.

Fiaschi raccomandava l’uso del galoppo rovescio sulle volte per allenare sia i cavalli giovani che quelli più vecchi.
Fiaschi, 1556, II, 9.

Infine il galoppo a rovescio sulle volte, che l’autore suggeriva come esercizio utile per rendere il cavallo più forte e resistente e che oggi viene largamente utilizzato per favorire la riunione e la rettitudine dell’andatura:

E quando a questo modo si trottaranno, overo gallopparanno, se si farà a mano destra bisogna fare, che’l braccio, e spalla sinistra vada innanzi, e se alla sinistra il destro, e spalla similmente. Et questo maneggio è sommamente profittevole, non tanto per cavalli giovani, come ancho, per quelli che non lo sono; per che giova in molti effetti a giovani per insegnare, e farli far lena, a quelli di più tempo per tenerli in memoria l’imparato, e mantenerli con lena (Fiaschi, 1556, II, 7, p. 108).

continua

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Bibliografia

BARRY, Jean-Claude, Traité des Airs relevés, Paris, Belin, 2005.

FIASCHI, Cesare, Trattato dell’imbrigliare, atteggiare e ferrare cavalli, Bologna, Anselmo Giaccarelli, 1556.

GRISONE, Federico, Gli ordini del cavalcare, Napoli, stampato da Giovan Paolo Suganappo, 1550.

TOBEY, Elizabeth, The Legacy of Federico Grisone, in AA. VV., The Horse as Cultural Icon: The Real and the Symbolic Horse in the Early Modern World, Leiden, Koninklijke Brill, 2011, pp. 143-171.

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