Equitazione senza morso nei tempi antichi

Ragazzo con cavallo (forse Castore)
Rilievo marmoreo dalla Villa di Adriano (Tivoli – Italy)
© The Trustees of the British Museum

di Giovanni Battista Tomassini

In anni recenti la capacità di montare a cavallo senza usare il morso, magari eseguendo sofisticate arie di maneggio, è stata spesso presentata come dimostrazione di un’innovativa capacità di comunicazione con l’animale, dovuta alle nuove tecniche dell’equitazione cosiddetta etologica, o naturale. In realtà, l’uso di cavalcare senza morso è molto antico. Le fonti classiche ci forniscono diversi esempi, la maggior parte dei quali riguardano l’impiego del cavallo montato senza morso non semplicemente in esercizi che ne dimostrano il perfetto addestramento, ma addirittura nel vivo di battaglie in cui i cavalieri affidavano alle loro cavalcature la loro vita e il successo nello scontro.

Il caso più noto è quello della antica cavalleria numida. I Numidi erano un popolo che viveva in Nord Africa, in un territorio che andava dalla Mauretania al regno di Cartagine, che oggi coinciderebbe all’incirca con la parte nord-occidentale dell’Algeria. Si trattava di abili cavalieri che fornirono truppe montate prima alla potenza cartaginese, quindi ai romani. Il regno numida divenne infine una provincia romana dopo la vittoria di Cesare su Pompeo (48 a. C.). La cavalleria numida (equites numidarum) costituì una parte significativa dei corpi ausiliari di cavalleria leggera dell’esercito romano a partire dalla Seconda Guerra Punica, sino al III secolo d.C.. Si trattava di unità veloci, impiegate soprattutto per colpire il nemico con attacchi fulminei e ritirate altrettanto rapide. Erano armati di scudi tondi di cuoio e di corti giavellotti. Venivano anche impiegati in compiti di perlustrazione, ma erano piuttosto vulnerabili nel combattimento corpo a corpo.

Cavalleria Numida (sulla destra)
dalla Colonna di Traiano (Roma)

La loro abilità è ricordata da Tito Livio, che racconta un episodio in cui la loro abitudine di cavalcare senza morso venne sfruttata per sconfiggere, con un tranello, le popolazioni Liguri che sbarravano il passo all’esercito romano. Livio scrive:

«Il console aveva tra le truppe ausiliarie circa ottocento cavalieri numidi . […] i numidi balzarono in groppa ai loro cavalli e cominciarono a cavalcare dinnanzi alle postazioni nemiche senza attaccare nessuno. Nulla era più insignificante del loro primo apparire: gli uomini e i cavalli erano pochi e piccoletti, i cavalieri privi di cintura e di armi, se si eccettua il fatto che portavano con se un giavellotto; i cavalli erano senza morso ed era brutto persino il loro incedere, visto che galoppavano con il collo rigido e la testa protesa in avanti. Accrescendo a bella posta tale disprezzo, i Numidi cadevano da cavallo e si offrivano alla vista dei nemici tra lazzi di scherno» (Ab urbe condita, XXXV, 11, 8).

Con questo stratagemma i numidi riuscirono a eludere il blocco nemico e passata la linea di difesa, raggiunsero un villaggio devastandolo. La loro azione produsse il panico tra le file dei Liguri che si sbandarono e così il console romano poté procedere con il resto delle sue truppe. Sempre Livio (Ab urbe condita, XXIII, 29) ricorda che i Numidi avevano cavalli particolarmente addestrati, tanto che, come gli acrobati a cavallo, portavano con sé in battaglia due animali e, nel culmine della mischia, usavano saltare da quello più stanco a quello fresco, tanta era la loro agilità e la docilità delle loro cavalcature.

Cavalleria numida
Colonna di Traiano (Roma)

L’abitudine di cavalcare senza morso dei Numidi è ricordata anche da Virgilio, nel IV canto dell’Eneide, quando parlando di loro li definisce (al verso 41) “infreni”. Questo aggettivo è stato generalmente tradotto con parole come “indomiti”, oppure “sfrenati”, intendendo “selvaggiamente ostili”, ma letteralmente significa “privi di freno”, vale a dire senza morso.

Un’ulteriore conferma è nella Farsaglia di Lucano, quando, passando in rassegna le truppe africane agli ordini di Publio Azio Varo, luogotenente di Pompeo, ricorda come tra queste figurassero le forze del re numida Giuba. Dei Massili, vale a dire delle tribù numide orientali, ricorda «che, montando a cavallo sui dorsi nudi, dirigono con una lieve bacchetta i musi ignari di freni» (IV, 682-683).

Anche Strabone (Geografia, XVII) ricorda nella sua descrizione del Nord Africa l’uso dei Massili di montare senza morso, con il solo ausilio di una corda e di una bacchetta, i loro cavalli. Questi vengono descritti come piccoli e ardenti, ma al contempo così ubbidienti da seguire i loro padroni come cani.

La Colonna di Traiano
Roma – Italia

Un uso che trova conferma anche nella testimonianza iconografica della Colonna Traiana, il monumento romano che celebra la conquista della Dacia (101-106 d. C.) da parte dell’imperatore romano Traiano. Si tratta di una colonna alta una trentina di metri (che diventano circa 40 se si include il basamento e la statua sulla sommità). Lungo il fusto si arrotola a spirale un fregio (lungo complessivamente circa 200 metri) nel quale sono rappresentate 114 scene, che raccontano come un gigantesco fumetto l’impresa dell’esercito imperiale. In una di queste si vedono chiaramente rappresentate le truppe numide della cavalleria ausiliaria romana, che montano i loro cavalli senza morso, con un semplice collare come unico finimento.

Nei suoi Essais (I, 48), Montaigne ricorda inoltre che Giulio Cesare, come d’altronde Pompeo Magno, fu un ottimo cavaliere. Tanto che in gioventù era stato capace di montare «su un cavallo a pelo e senza briglia», facendogli «prender la carriera tenendo sempre le mani dietro la schiena» (Essais, I, 48).

Infine, nel XVI secolo, Claudio Corte dedica un capitolo (il 63° del II libro) del suo trattato su Il Cavallarizzo (1562) al «modo di maneggiar il cavallo senza aiuto di redine, e senza barbazzale», spiegando come, attraverso un addestramento progressivo, si possa insegnare al cavallo a ubbidire ai soli aiuti delle gambe e dell’assetto, potendo quindi eseguire anche esercizi difficili, senza far uso del morso.

Alizée Froment monta il suo stallone lusitano Mistral, senza morso né sella. Una superba dimostrazione di intesa tra cavallo e amazzone. Per visitare il suo sito internet, seguite  questo link: Alizée Froment website

Bibliografia

CORTE, Claudio, Il Cavallarizzo, Venezia, Giordano Zilletti, 1562

LIVIO, Ab urbe condita, XXIII e XXXV

LUCANO, Farsaglia, IV, 682-683

MONTAIGNE, Michel de, Essais, I, 48

SIDNELL, Phil, Warhorse: Cavalry in the Ancient World, London-New York, Continuum International Publishing Group, 2007

STRABONE, Geografia, XVII, 3, 7

VIRGILIO, Eneide, IV, 41

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