Una passione chiamata mascalcia

Emiliano Scipioni (a sinistra) e Carlo Montagna preparano un ferro

Emiliano Scipioni (a sinistra) e Carlo Montagna mentre preparano un ferro

di Giovanni Battista Tomassini

«Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l’amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra» (*). Ha ragione Primo Levi: c’è un senso di libertà che produce una profonda gioia nell’essere competenti nel proprio lavoro e nel provare piacere a farlo. E ovviamente non importa quale sia il lavoro. Anche se ci sono professioni che richiedono una capacità e una sensibilità speciali e sembrano fatte apposta per esaltare la passione di chi le esercita. Prendete, per esempio, il maniscalco. Nel suo mestiere si associano l’abilità manuale nel lavorare il ferro, le conoscenze in fatto d’anatomia per sapere come pareggiare l’unghia, la sensibilità per comprendere attraverso il tatto e la vista come e quanto affondare il coltello nella suola. Per di più si ha a che fare con animali forti ed enigmatici, che sanno essere docili come agnelli e ribelli come belve. E sotto quei bestioni bisogna star piegati a lavorare. Insomma, è un mestiere che se non ti piace davvero è proprio impossibile da fare, ma che per chi lo ama rappresenta un campo di infinite scoperte.

Daniel Anz mentre forgia un ferro sotto lo sguardo attento di Domenico Bertolami

Daniel Anz mentre forgia un ferro sotto lo sguardo attento di Domenico Bertolami

Recentemente m’è capitato d’essere invitato a un corso pratico di podologia equina e pareggio, organizzato da Emiliano Scipioni presso il Centro Ippico Casale San Nicola di Roma. Il docente era Daniel Anz, brillante podologo argentino, che gira il mondo divulgando il suo metodo di pareggio, denominato Balance F. Per me è stata l’occasione di scoprire un mondo, quello appunto dei maniscalchi, che, pur essendo da decenni contiguo al mio ambito di praticante l’equitazione, conoscevo solo in modo piuttosto superficiale. È stata una scoperta davvero sorprendente, che mi ha rivelato la passione con cui la maggior parte di questi professionisti esercita il proprio mestiere e la curiosità con cui molti di loro sono pronti a mettere in discussione la propria esperienza, per imparare nuove tecniche. Un desiderio di conoscenza, un’apertura alle novità e un entusiasmo che raramente, almeno in Italia, mi è capitato di riscontrare tra i cavalieri. Al corso non partecipavano solo maniscalchi, ma anche un gruppo di veterinari, specialisti del piede e degli arti equini, che hanno sottoposto il metodo di Anz a un vaglio scientifico e alimentato un dibattito molto vivace e stimolante.

Nel mestiere del maniscalco si fondono abilità artiginale, conoscenza dell'anatomia, sensibilità manuale

Nel mestiere del maniscalco si fondono abilità artiginale, conoscenza dell’anatomia,
sensibilità manuale

La questione al centro del seminario era tanto essenziale quanto (apparentemente) semplice: come riportare l’unghia del cavallo alla sua condizione di equilibrio naturale, eliminando gli squilibri prodotti dal processo di crescita e dall’usura? Nei secoli si sono date a questo quesito risposte differenti. E recentemente, su questa materia è tutto un proliferare di teorie e di metodi. Non ho la competenza per pretendere di spiegare nel dettaglio l’approccio di Daniel Anz, né tantomeno per valutarne l’efficacia. Chi fosse interessato a saperne di più può farsene un’idea visitando il suo sito internet (clickando su questo link: http://danielanz.com/podologia-equina/). Quello che però mi è parso interessante è lo sforzo di individuare dei parametri che siano il più possibile oggettivi per stabilire quale sia quello che Anz chiama “il punto zero” dello zoccolo. Vale a dire il punto in cui il piede è nella sua condizione di pieno equilibrio funzionale.

Alessandro Canni alle prese con la forgiatura di un ferro

A differenza della maggior parte dei metodi tradizionali, che tendono ad adattare lo zoccolo a un modello ideale, Anz suggerisce di utilizzare le informazioni che la stessa scatola cornea fornisce al pareggiatore. Per fare questo utilizza alcuni fattori naturali, manifesti e visibili sullo zoccolo, per stabilire il punto al quale riportare il piede con il pareggio. Insomma, per sapere dove e quanto tagliare, come e quanto raspare. Il suo obiettivo è portare il piede al livello di quella che lui chiama (con un’evidente assonanza con il concetto di “uniform sole thickness” elaborato dal maniscalco californiano Mike Savoldi) “suola funzionale”, vale a dire lo strato “buono” della suola: quello che assolve la vera funzione strutturale nell’equilibrio del piede. Questo strato, spiega Anz, non è detto che si trovi su un piano univoco. Anzi, in ragione della flessibilità longitudinale dello zoccolo, ha una certa mobilità. Mentre i metodi tradizionali tendevano a pareggiare il piede in modo uniforme su un unico piano, secondo Anz, occorre invece determinare il limite funzionale dello zoccolo e seguirlo indipendentemente da dove si trova. Per esempio, esaminando i talloni Anz individua dei cosiddetti punti di stress, dove i tubuli cornei mostrano una leggera deviazione, che segnano il piano della “suola funzionale”. Ed è sempre esaminando lo zoccolo che si debbono individuare gli altri segni che indicano il piano da rispettare. Quanto alla suola, il pareggiatore deve “cercare” lo strato funzionale eliminando con il coltello la parte che esfolia, ma solo quella.

Daniel Anz, Emiliano Scipioni e la dottoressa Caroline Rengot che, oltre alla sua esperienza di veterinaria, ha messo a disposizione dei partecipanti le sue capacità di interprete

Daniel Anz, Emiliano Scipioni e la dottoressa Caroline Rengot che, oltre alla sua esperienza di veterinaria, ha messo a disposizione dei partecipanti le sue capacità di interprete

Questo metodo impone al maniscalco una grande precisione. Anz, per esempio, sottolinea l’importanza di servirsi di un compasso per prendere le misure dello zoccolo. “L’occhio – spiega – per quanto allenato, non basta”. Allo stesso modo, i gesti con i quali si maneggiano gli strumenti di lavoro, come il coltello, le tenaglie e la raspa debbono essere estremamente misurati e guidati da una grande concentrazione e consapevolezza. Da profano, sono rimasto colpito da questa accuratezza e dalla delicatezza con la quale ho visto intervenire sugli zoccoli, durante la fase di esercitazione pratica. “È un modo decisamente diverso da quello al quale eravamo abituati”, mi dice Simone Cioni, di Bologna. “Per esempio, la raspa non va usata su entrambi i lati della muraglia, come si faceva un tempo per spianare lo zoccolo. Per seguire il limite funzionale, occorre adoperarla sempre su metà dell’unghia, usando un movimento spiraliforme. Non serve più forza, ma è un gesto al quale ancora non sono del tutto abituato e faccio più fatica”, aggiunge, asciugandosi la fronte tutta sudata.

Anz raccomanda di servirsi sempre di un compasso per verificare le misure dello zoccolo

Anz raccomanda di servirsi sempre di un compasso per verificare le misure dello zoccolo

Ad avermi davvero colpito è stata però l’attenzione con la quale i partecipanti hanno seguito le spiegazioni teoriche e le dimostrazioni pratiche di Anz e la vera e propria gara che hanno fatto per poter sperimentare, sotto gli occhi del maestro, la nuova tecnica. C’era gente venuta da tutt’Italia: chi da Milano, chi da Bologna. Molti ovviamente da Roma e dai suoi dintorni. Domenico addirittura dalla Sicilia. E tutti a far domande. Non solo ad Anz, ma anche ai colleghi più esperti e rispettati. Tutti a scambiarsi pareri e battute. E tutti intorno ai veterinari, che hanno controllato con le radiografie i risultati ottenuti applicando il metodo. Tanto che all’ora del pranzo m’è toccato bonariamente protestare perché non volevano nemmeno fare una pausa per mangiare un boccone!

Al corso hanno partecipato anche alcuni veterinaria specialisti  degli arti, che hanno verificato con le radiografie gli effetti del metodo Balance F. (da sinistra) Ermanno Ciavarella, Gioacchino Ventura, Lorenzo d'Arpe

Maniscalchi e veterinari a confronto
(da sinistra) Ermanno Ciavarella, Gioacchino Ventura, Lorenzo d’Arpe, Ilaria Grossi

(*) Per chi fosse interessato a saperlo, la citazione è tratta da uno dei libri più belli di Primo Levi: La chiave a stella (1978). [Cliccando sul titolo dell’opera, potete accedere alla pagina del sito della Fondazione Primo Levi, dedicata a questo splendido romanzo]

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GruppoDaniel AnzLorenzo d'Arpe e Franz ChiavelliMisurePiede

Carlo MontagnaFerriMarco Cappai e Lorenzo d'ArpeGioacchino Ventura

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