Le razze del Regno. Un manoscritto inedito di Federico Grisone (Parte 2a)

Il baio Stella
Il baio Stella, ritratto in un affresco (XVI sec.) di Castello Pandone, a Venafro (Is).
Si trattava di un “ginetto”, cioè di un cavallo di razza spagnola, piccolo e agile.
© Ministero dei beni culturali – Soprintendenza del Molise

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Abbiamo visto nella prima parte di questo articolo [per leggerla basta clickare il link precedente] che il Fondo Osuna della Biblioteca Nacional de España di Madrid conserva il manoscritto di un’opera inedita di Federico Grisone, il celeberrimo autore degli Ordini del Cavalcare (1550). Intitolata Razze del Regno, l’opera elenca quelli che a giudizio dell’autore erano i migliori allevamenti del sud d’Italia e offre alcuni consigli sulla scelta dei puledri, sulle caratteristiche ottimali delle scuderie e sull’alimentazione dei cavalli.

di Giovanni Battista Tomassini

Così come accade ancora oggi, rivolgersi ai migliori allevamenti e spendere magari anche molti soldi non dava garanzie assolute di acquistare un buon cavallo nemmeno durante il Rinascimento. Dopo aver elencato e mostrato i marchi dei più rinomati allevamenti del Regno di Napoli nel Cinquecento,  Grisone precisa infatti che, seppure da quelli si potranno «haver cavalli di sì gran valore, che supereranno tutti gli altri che nel mondo si trovano» (71r), bisognerà comunque sapere scegliere i puledri, poiché anche nelle razze più perfette si ritrovano esemplari “assai vili”. Raccomanda quindi di accertarsi che non solo gli esemplari selezionati abbiano

il pelo e i segni et la disposizione, et le fattezze de i membri, della maniera che ne ho parlato nel primo libro degli ordini di cavalcare (71v),

ma anche di dare la preferenza a

quello che tra i polletri va con più ardire, et animo, et leggerezza, a guisa di gatto, ch’entrando et uscendo da mezzo di loro si fa strada, sforzandogli sempre con la sua dilantera. (71v)

Anche se poi avverte che questa regola non è assoluta e che

alcun di quelli che anderà più lento et pigro potrebbe essere il migliore. La onde bisogna accorgimento grande. Informandovi della buona qualità del patre, et dell’uno, et dell’altro avo, et del fratello di sua matre, et havendo poi gli segni buoni, col manto perfetto et le fattioni ben fatte, benché non dimostrasse quella sollecitudine, si potrebbe, pure, liberamente pigliare perché molte fiate il polletro suole essere simile ad alcuni degli avoli, o veramente al fratello della giomenta sua matre. (71v)

Nel bel trattato del Duca di Pescolanciano, una galleria di ritratti dei più celebri cavalieri napoletani tra il Sei e Settecento, ci offre un'idea della bellezza dei cavalli allevati nel Regno di Napoli. Giuseppe D'Alessandro, Opere di Giuseppe d’Alessandro duca di Pescolanciano, Napoli, Antonio Muzio, 1723, p. 295
Nel bel trattato del Duca di Pescolanciano, una galleria di ritratti dei più celebri cavalieri napoletani tra il Sei e Settecento, offre un’idea dei cavalli allevati nel Regno di Napoli.
Opere di Giuseppe d’Alessandro duca di Pescolanciano,
Napoli, Antonio Muzio, 1723

L’ascendenza è considerata particolarmente importante. Bisogna quindi informarsi anche della docilità e della buona disposizione all’addestramento del padre del puledro che si intende acquistare, poiché anche se bellissimo e perfetto dal punto di vista fisico, uno stallone indisciplinato difficilmente produce puledri che faranno una buona riuscita. Consiglia inoltre di privilegiare animali allevati in paesi aspri e montuosi, dotati di buoni pascoli, ma lontani dalle fonti d’acqua, in modo che per alimentarsi e abbeverarsi i cavalli debbano spostarsi e divengano così più robusti e resistenti alla fatica. Nella valutazione del puledro bisogna inoltre accertarsi se ha buona vista e per far questo suggerisce di osservare come porta le orecchie mentre cammina. Se le muove spesso, voltandole una alla volta, è quasi sempre segno di vista scarsa, ma in alcuni casi – avverte – questo atteggiamento è solo dovuto all’inesperienza e alla paura che l’animale ha dell’uomo e dell’am­biente che lo circonda. Secondo Grisone, la scarsa vista è prodotta da qualche difetto del seme da cui l’animale è stato generato, o dal fatto che si è nutrito di qualche erba tossica quando era al pascolo. Oppure perché è figlio di uno stallone troppo vecchio. L’età della riproduzione va, secondo l’autore, dai cinque anni sino ai dodici per gli stalloni e dai tre ai dodici per le giumente.

Grisone evoca quindi lo splendore della cavalleria in epoca aragonese:

Ben mi pare dichiararvi che in niuna età sia stata in maggior prezzo la cavallaria, così come fù nel tempo del Re Alfonso di aragona et del Re Ferrante  vecchio, et del giovene, che non solo per la cura che in essa tenevano, gli cavalli erano dotati di bella disposizione et mirabile attitudine, ma ornati di bel nome. (73v)

Molti sostengono che nel suo Ritratto di cavaliere (1510), Vittore Carpaccio abbia raffigurato i tratti di Ferdinando II d'Aragona, re di Napoli dal 1495 al 1496.  Museo Thyssen-Bornemisza - Madrid
Sebbene l’ipotesi sia controversa, c’è chi ritiene che nel suo “Ritratto di cavaliere” (1510), Vittore Carpaccio abbia raffigurato i tratti di Ferdinando II d’Aragona,
re di Napoli dal 1495 al 1496.
Museo Thyssen-Bornemisza – Madrid

E a proposito del nome, spiega che benché a ciascun puledro ne venisse assegnato uno alla nascita, quando cominciava a essere cavalcato di solito gli veniva cambiato, in base alla sua bellezza, al suo valore e alle sue virtù, in modo che si adattasse meglio alle sue effettive qualità. Sembrandogli un’abitudine condivisibile, Grisone  elenca quindi 283 nomi di cavalli, in modo che li si possa attribuire agli animali che si posseggono e a quelli che debbono ancora nascere.  Per quanto –  dice – si potrebbero attribuire loro anche i cognomi dei padroni degli allevamenti, oppure, se questi ultimi sono nobili, il nome delle città di cui sono titolari. I nomi elencati vanno dal classico Bucefalo agli altisonanti Monarca, Sangiorgio e Nobile, a nomi più comuni come Gentile, Thesoro, Scacciapensiero, Portabene sino ai sinistri Scorpione e Furiainfernale.

Grisone passa quindi a illustrare come deve essere la scuderia. Possibilmente né troppo calda d’estate, né troppo fredda in inverno, ma soprattutto non umida e non esposta ai venti. All’epoca i cavalli venivano tenuti in scuderie “alla posta”: cioè in stalli in cui il cavallo era legato alla mangiatoia, separati da tramezzi. Le poste potevano essere pavimentate con mattoni o tavolato, che però non dovevano arrivare all’altezza delle zampe anteriori. Si riteneva infatti che queste dovessero riposare sul terreno nudo,

altrimente si diseccarebbeno le ungne, di esse, onde facilmente per tale cagione verrebbe al loro qualche spetie di setula o veramente di quarto. (83r)

Giovan Battista Caracciolo Opere di Giuseppe d’Alessandro duca di Pescolanciano, Napoli, Antonio Muzio, 1723, p. 295
Giovan Battista Caracciolo
Opere di Giuseppe d’Alessandro duca di Pescolanciano,
Napoli, Antonio Muzio, 1723

L’autore prescrive inoltre che la mangiatoia sia piuttosto bassa. Sia perché in questo modo il cavallo non corre il rischio di urtarla e ferirsi con il petto, sia perché è tipico dei quadrupedi mangiare con il capo in basso. Tanto – aggiunge – che in alcuni casi, quando il cavallo ha le spalle indolenzite è sufficiente lasciarlo pascolare alcuni giorni perché guarisca. I cavalli non solo erano tenuti legati alla mangiatoia, ma durante il giorno venivano impastoiati alle zampe posteriori e a un anteriore. Grisone raccomanda poi di vietare a tutti coloro che frequentano la scuderia di fare i propri bisogni all’interno della stalla, poiché l’odore delle deiezioni umane sarebbe causa per i cavalli di dimagrimento e di gravi malattie.

Et guardasi il Cavaliero consentire che nella cavallerizza, o privata stalla, vi sia il destro, che non è cosa che mantenghi più magri i cavalli et che gli consuma la vita, con infirmità grandi et mortali, come la puzza del secesso et sterco dell’huomo. (83r-83v)

Secondo Grisone la scuderia deve essere illuminata anche di notte e deve avere garzoni di stalla abili e solleciti, ciascuno dei quali deve accudire non più di quattro o cinque cavalli, visto che ogni animale deve essere strigliato per non meno di mezz’ora al giorno. La pulizia delle scuderie deve cominciare all’alba in estate e almeno un’ora prima del sorgere del sole in inverno. Dopo il foraggio e l’abbeverata ai cavalli si deve dare la biada. La razione di avena, oppure di orzo, veniva somministrata alla mattina e alla sera, ma l’autore loda che in estate ne venga  data anche una supplementare a mezzogiorno. Secondo Grisone, poi il foraggio deve essere distribuito almeno tre o quattro volte nell’arco della giornata: paglia in estate e fieno in inverno. Anche se, a suo giudizio, dopo i cinque anni, la cosa migliore è alimentare i cavalli sempre con la paglia:

Che ben si dice ragionevolmente, Caval di orgio e paglia cavallo di battaglia. (84r)

Corsiero napolitano William Cavendish of Newcastle, Méthode et invention nouvelle dans l'art de dresser les chevaux, 1658
Corsiero napolitano
William Cavendish of Newcastle, Méthode et invention nouvelle
dans l’art de dresser les chevaux, 1658

La dieta dei cavalli adulti era prevalentemente a base di foraggi secchi. Mentre ai puledri fino a cinque anni, Grisone raccomanda di dare anche l’erba, in particolare quella dei mesi di aprile e maggio. A giugno invece la dieta può essere integrata dalla stoppia, accompagnata dalla biada ordinaria. Sconsiglia invece l’erba di marzo e raccomanda di abituare progressivamente gli animali ai foraggi freschi e di salassarli quando cominciano il nuovo regime di dieta, quindi dopo una decina di giorni e, di nuovo, prima di passare alla stoppia. Nel caso di puledri giovani e magri, i salassi però possono ridursi a due soli. Per poi riabituarli al foraggio secco, durante l’estate suggerisce di mescolare qualche mazzo di cicoria alla paglia, oppure malva, o tralci di vite, o gemme di salice. In dicembre, invece, consiglia di mescolare dei lupini alla paglia, o al fieno. Avendo però l’accortezza dapprima di farli appassire per qualche giorno e di abituare gli animali progressivamente, per evitare il pericolo di coliche.

Il testo si conclude piuttosto bruscamente con l’impegno di approfondire successivamente la discussione dei criteri del corretto allevamento e della cura delle malattie:

Hora tacendo non bisogna dirne più oltre, reservandomi appresso con la voluntà et aiuto dell’eterno Iddio parlarne più diffusamente et non solo di alcuni particolari che accadeno alle cose ragionate, ma dell’ordine di mantinere le Razze. Et in ultimo di curare i cavalli delle loro infermità, cosi come conviene usarsi da ogni cavaliero. (87r)

Il grigio Scorbone (affresco – XVI sec.). Si noti, sotto il finemento, il marchio sulla guancia, che solitamente  veniva impresso per distinguere le diverse  “partite” dell’allevamento. Castello Pandone, Venafro (Is) © Ministero dei beni culturali – Soprintendenza del Molise
Il grigio Scorbone (affresco – XVI sec.). Si noti, sotto il finemento, il marchio sulla guancia, che solitamente
veniva impresso per distinguere le diverse
“partite” dell’allevamento.
Castello Pandone, Venafro (Is)
© Ministero dei beni culturali – Soprintendenza del Molise

La presenza di questo e di altri manoscritti di argomento equestre nel Fondo Osuna della Biblioteca Nacional de España di Madrid (dei quali ci occuperemo in prossimi articoli) dimostra che, contrariamente a quanto si è ritenuto sinora, la pubblicazione a stampa, alla metà del Cinquecento, dei primi trattati equestri non rappresentò un’innovazione radicale. Tra il XV e il XVI secolo la circolazione di testi dedicati all’equitazione, così come alla cura e all’allevamento del cavallo, non era sicuramente limitata alle opere più note, che ci sono pervenute facilmente perché diffuse in un maggior numero di esemplari attraverso la stampa. È evidente che diverse altre opere dedicate al cavallo e alla pratica dell’equitazione circolavano in forma manoscritta e proprio questo limitava notevolmente la loro riproduzione e divulgazione. Molte di queste sono probabilmente andate perdute, molte, come le Razze del Regno di Federico Grisone debbono essere riscoperte e meritano l’attenzione degli studiosi e dei semplici appassionati, perché arricchiscono la nostra conoscenza della tradizione equestre.

Bibliografia

DE CAVI, Sabina, Emblematica cittadina: il cavallo e i Seggi di Napoli in epoca spagnuola (XVI-XVII sec.), in AA. VV. Dal cavallo alle scuderie. Visioni iconografiche e rilevamenti architettonici, atti del convegno internazionale (Frascati, 12 aprile 2013), a cura di M. Fratarcangeli, Roma, Campisano Editore.

HUTT, Frederick Henry, Works on horses and equitation. A bibliographical record of hippology, London, Bernard Quaritch, 1887.

MENNESSIER DE LA LANCE, Gabriel-René, Essai de Bibliographie Hippique donnant la description détaillée des ouvrages publiés ou traduits en latin et en français sur le Cheval et la Cavalerie avec de nombreuses biographies d’auteurs hippiques, Paris, Lucien Dorbon, 1915-21.

PODHAJASKY, Alois, The complete training of Horse and Rider. In the principles of classical Horsemanship, Chatsworth, Wilshire books Company, 1967.

TOBAR, María Luisa, Fondo Osuna en la Biblioteca nacional de Madrid, in AA.VV., Cultura della guerra e arti della pace: il 3° Duca di Osuna in Sicilia e a Napoli, (1611-1620), diretto da Encarnacion Sanchez Garcia; a cura di Encarnacion Sanchez Garcia e Caterina Ruta, Napoli,  Pironti, 2012, pp. 97-122.

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