Il ruolo del cavallo e delle giostre 
nella cultura rinascimentale
 (parte 1)

Benozzo Gozzoli, Dettaglio dell’affresco della Cappella dei Magi
a Palazzo Medici-Riccardi, Firenze, 1459

di Giovanni Battista Tomassini

Questa è la prima parte del testo della conferenza tenutasi alla Biblioteca Malatestiana di Cesena, il 19 maggio 2019, nell’ambito delle manifestazioni legate alla Giostra all’incontro del 16 giugno 2019.

Nel 1459 Cosimo de’ Medici affidava a Benozzo Gozzoli il compito di affrescare la cappella privata della famiglia de’ Medici nello loro palazzo sulla Via Larga, a Firenze, oggi Palazzo Medici-Riccardi. Sulle pareti di questa cappella, Gozzoli rappresentò il Corteo dei Magi, ma allo stesso tempo realizzò una straordinaria “foto di famiglia” del suo committente. Non mi dilungherò nella descrizione di quest’opera affascinante. Per brevità, mi concentrerò sulla figura preminente dello sfavillante corteo di cavalieri rappresentato nell’affresco. Anche se la critica in proposito non è unanime, in molti hanno riconosciuto nel personaggio che montato su questo splendido cavallo grigio, riccamente bardato, un ritratto idealizzato del giovane Lorenzo de Medici, che noi ricordiamo come il Magnifico.

Benozzo in questo ritratto concentra con grande efficacia i valori ideali che all’epoca dovevano caratterizzare un principe. L’eleganza della figura, la bellezza del volto, che è intesa come specchio di un animo nobile, la naturalezza dell’atteggiamento, la ricchezza delle vesti e dei finimenti, tutto denota un chiaro messaggio: questo è un principe (non dovete dimenticare che i Medici erano dei banchieri e non dei condottieri e quindi avevano un po’, per così dire, il complesso di affermare la loro recente nobilitazione). C’è però un ulteriore attributo che sottolinea la caratterizzazione di questo personaggio ed è il cavallo.

Contrariamente a un luogo comune molto diffuso, ma del tutto errato, il cavallo non era il “mezzo di trasporto” dell’epoca, bensì qualcosa di profondamente diverso. Dovete infatti immaginare che a quell’epoca davvero pochi potevano permettersi di possedere dei cavalli. La cura e il mantenimento di questi animali erano estremamente costosi ed erano quindi appannaggio esclusivo di una ristretta élite. Per di più, in epoca medievale, il cavallo aveva rappresentato un formidabile strumento militare. In un’epoca in cui si combatteva prevalentemente corpo a corpo, il vantaggio di un uomo a cavallo rispetto a uno appiedato era schiacciante. Il diritto di possedere cavalli era quindi strettamente regolamentato e attribuito come privilegio esclusivo ai nobili.

Benozzo Gozzoli, L’affresco sulla parete orientale della Cappella dei Magi
a Palazzo Medici-Riccardi, Firenze, 1459

A questo proposito vi basti considerare come, nel tempo, si sia prodotta una progressiva assimilazione tra i termini “cavaliere” e “nobile”. Già nel XIII secolo, Giordano Ruffo di Calabria premetteva al suo trattato sull’arte di curare i cavalli che

«nessun animale è più nobile del cavallo in quanto, per suo mezzo principi magnati e cavalieri sono distinti dalla gente comune» nullum animal sit equo nobilius, eo quod per ipsum principes, magnates et milites a minori bus separantur»),

e aggiungeva che

«nessuno può essere convenientemente riconosciuto quale signore tra i privati se non per suo mezzo» («nisi ipso mediante dominus inter privatos ad alios decenter discerni non posset»).

Nella seconda metà del Cinquecento, Pasquale Caracciolo – gentiluomo napoletano autore di un monumentale trattato, intitolato La gloria del cavallo (1566 FIGURA 3), nel quale si trova sintetizzato il sapere equestre dell’epoca – ci testimonia chiaramente come l’identificazione tra “cavaliere” e “nobile” fosse ancora pienamente valida e universalmente riconosciuta nel Rinascimento.

“Senza dubbio – scrive Caracciolo – dalla milizia incominciò primieramente questo nome di cavaliere, perché altro propriamente non dinotava che “soldato a cavallo” […] Ma poi, quasi tratto da quel primiero significato, si vede anticamente l’usanza aver portato che cavalieri diciamo quelli i quali nati di sangue nobile e signorile attendono agli essercizi cavallereschi con vita splendida e magnifica” (CARACCIOLO, 1566, pp. 42-43).

Pasquale Caracciolo, La Gloria del cavallo, 1566
frontespizio

Il cavaliere dunque non solo era nobile d’origine, ma era dedito agli esercizi militari e viveva una vita splendida, cioè viveva circondato dal lusso. Un evidente ritratto della classe dominante dell’epoca, di quei re, duchi e conti che fondavano il loro potere sulla forza militare, sulla ricchezza, ma anche su un’ideologia universalmente condivisa che li poneva in una condizione “naturale” di superiorità rispetto al popolo. Tanto che per i re questa superiorità era sancita da un diritto addirittura divino. Il cavaliere incarnava questo ideale di superiorità. Un’ideale che veniva celebrato nelle manifestazioni pubbliche, come appunto le giostre e le cosiddette cavalcate (vale a dire nelle sfilate a cavallo per le vie cittadine che si tenevano in occasione di particolari ricorrenze, o avvenimenti). Il cavallo era insomma parte integrante della rappresentazione del potere e proprio per questo non c’era praticamente manifestazione pubblica laica che non prevedesse un ruolo di primo piano per questo animale. Sfilate e giostre erano spettacoli che mettevano in scena il potere di una classe sociale: la nobiltà. Lo facevano attraverso un codice i cui elementi essenziali erano lo sfarzo e l’ardimento. In entrambi, il cavallo aveva un ruolo di primo piano, poiché era un lusso possedere animali pregiati e bardarli con finimenti preziosi ed era mediante la propria abilità di cavaliere che i partecipanti dimostravano il proprio valore.

Jacques de Gheyn II, Archibugiere, 1587

C’è poi da notare come tra Quattro e Cinquecento in campo militare avvenne una serie di cambiamenti che, paradossalmente, ridimensionando l’importanza del cavallo e della cavalleria in battaglia, finirono per esaltarne il valore simbolico. Già nella battaglia di Agincourt, nel 1415, l’uso dell’arco lungo da parte degli arcieri inglesi aveva dimostrato la vulnerabilità della cavalleria francese. Il successivo avvento delle armi da fuoco sancì il drastico declino del valore tattico della cavalleria, a favore di fanteria ed artiglieria (a questo proposito si veda PARKER, 1990). Ora, con un colpo d’archibugio, un qualsiasi bifolco poteva ammazzare un principe sul suo pregiatissimo destriero. E non è un caso che Ludovico Ariosto che cantava l’epopea della cavalleria, dell’archibugio scrivesse:

O maladetto, o abominoso ordigno,
che fabricato nel tartareo fondo
fosti per man di Belzebù maligno
che ruinar per te disegnò il mondo
(Ariosto, Orlando furioso, IX, 91).

Questa novità produsse un notevole senso di frustrazione dei nobili, che vedevano così in parte ridimensionato il loro ruolo e il loro prestigio sociale. Per questo, si attaccarono ancora di più ai simboli della loro condizione sociale e, tra questi, in particolare al cavallo (cfr. DOMENICHELLI, 2002).

Andrea Mantegna, Dettaglio dell’affresco
della Camera degli Sposi,
Castello di San Giorgio, Mantova, 1465-1474

È anche per questo che il cavallo e l’equitazione ebbero un ruolo di primo piano in quella grande rivoluzione culturale che produsse la trasformazione dell’uomo medievale nel moderno gentiluomo di corte e che noi oggi chiamiamo Rinascimento. Pensando a questa cruciale fase culturale di solito ci vengono in mente le arti, l’architettura, magari la letteratura, forse la musica. Non certo all’equitazione. E invece dovremmo considerare l’arte di montare a cavallo come uno degli elementi cruciali di questo processo culturale. Se voi, per esempio, considerate Il libro del corteggiano di Baldassare Castiglione , che è il più esplicito manifesto di quella rivoluzione culturale e antropologica, sarete sorpresi di scoprire che è tutto intessuto di riferimenti all’equitazione e alla cultura cavalleresca. E proprio perché la cultura italiana ha avuto il ruolo di vero e proprio motore del Rinascimento, anche l’equitazione, tra Quattro e Cinquecento, in Italia raggiunse un livello di estrema raffinatezza tecnica (per lo meno per gli standard dell’epoca), tanto che quasi tutte le corti europee che potevano permetterselo avevano un cavallerizzo italiano e cavalli provenienti dai prestigiosi allevamenti nostrani, come quelli del Regno di Napoli, oppure dei marchesi e poi duchi di Mantova. Non sorprende quindi che proprio in Italia, alla metà del Cinquecento, furono stampati anche i primi manuali, allora li si definiva trattati, d’equitazione.

(clicka qui per leggere la seconda parte dell’articolo ->)

Gli ordini di cavalcare di Federico Grisone
è noto per essere il primo trattato equestre
pubblicato a stampa, nel 1550

BIBLIOGRAFIA

CARACCIOLO, Pasquale, Gloria del cavallo, Venezia, Gabriel, Giolito de’ Ferrari, 1566

DOMENICHELLI, Mario, Cavaliere e gentiluomo. Saggio sulla cultura aristocratica in Europa (1513-1915), Roma, Bulzoni, 2002.

PARKER, Geoffrey, La rivoluzione militare. Le innovazioni militari e il sorgere dell’Occidente, Bologna, Il Mulino, 1990.

RUFFO, Giordano, Nelle scuderie di Federico II imperatore, ovvero L’arte di curare il cavallo, a cura di M.A. Causati Vanni, Editrice Vela, Velletri, 1999.

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